ABRUZZOWEB INTERVISTA IL GIP ROMOLO COMO, CHE FIRMO' I PROVVEDIMENTI
''LA CASSAZIONE RITENNE GIUSTE LE MANETTE. E A DEL TURCO DICO CHE...''

''ARRESTATE LA GIUNTA REGIONALE'', VENT'ANNI FA LO SCANDALO ALL'EMICICLO

Pubblicazione: 03 ottobre 2012 alle ore 07:30

Il giudice Romolo Como (al centro), Rocco Salini (a sinistra) e Fabrizio Tragnone (a destra)
di

L’AQUILA - “Arrestate la Giunta regionale d’Abruzzo”.

Questa l’incredibile richiesta di custodia cautelare in carcere che vent’anni fa, gli ultimi giorni di settembre del 1992, l’allora giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Romolo Como, si vide arrivare sulla sua scrivania, proveniente dall’ufficio del pubblico ministero Fabrizio Tragnone.

Il sì del gip portò al primo e ancora oggi unico caso nell’Italia repubblicana di arresto del presidente della Regione, Rocco Salini, e di otto assessori dell’ente, tutti accusati di abuso d’ufficio e falso: un fatto epocale, che fece il giro della nazione suscitando una rabbiosa reazione della politica e finì anche negli States, sulle pagine del prestigioso quotidiano New York Times.

A originare l’inchiesta era stata la denuncia di un ingegnere originario di Ateleta (L’Aquila), Francesco Mannella, dopo che il suo progetto per la costruzione di un albergo da finanziare con i cosiddetti “fondi Pop” (Programmi operativi plurifondo) era stato escluso senza apparente valido motivo.

Le indagini della procura sostenevano una tesi chiara: i fondi erano stati distribuiti secondo logiche partitiche, squisitamente proporzionali al peso politico, senza nemmeno vagliare le domande utilizzando i criteri di legge e senza stilare una graduatoria.

Tutti in carcere allora, governatore e assessori, per evitare che continuassero a ripetere quel reato. “L’inchiesta diventerà un certificato di buona condotta per tutti noi”, ringhiò il più volte ministro e principale politico abruzzese Remo Gaspari in un’intervista, denunciando anche “metodi da Gestapo” ed “effetto Di Pietro”, d’altronde erano gli anni di Tangentopoli.

Ci aveva preso abbastanza, “Zio Remo”. Ma non del tutto. È vero da un lato che, dopo la condanna in primo grado del 1994 e quella in Appello del 1995, nel 1997 arrivò l’annullamento da parte della Corte di Cassazione limitatamente all’abuso d’ufficio, lasciando in piedi solo il falso per il solo Salini, in relazione a una delibera di Giunta che aveva firmato. Cadde, comunque, l’accusa principale.

Peccato, però, che nel frattempo fosse cambiata la legge sull’abuso d’ufficio, rendendo estremamente più difficile dimostrare l’illecito. Questo il punto nodale che fu citato all’epoca dal procuratore generale della Repubblica, Bruno Tarquini.

E che riprende e sottolinea anche il giudice Como, che due decenni fa ha firmato quegli arresti, parlando ad AbruzzoWeb in un’intervista esclusiva.

Oltre che la richiesta del pm, “Arrestate la Giunta regionale d’Abruzzo”, tra virgolette, fu anche il titolo del quotidiano Il Tempo, che addirittura anticipò le prime manette avviando un dibattito acre sulla stampa e le fughe di notizie.

“Quegli arresti furono giusti”, è l’opinione che oggi a storia fatta il giudice Como consegna a questo giornale.

Quale valutazione si compie da gip prima di togliere la libertà a una persona?

È una valutazione molto difficile, premesso che dovrebbe essere comunque una forma di carcerazione eccezionale prima di una sentenza definitiva. È vero che ci sono tre parametri alternativi fissati dalla legge, il pericolo di fuga, la reiterazione del reato o l’inquinamento delle prove. Ma queste sono scatole vuote che di volta in volta il giudice deve riempire, la sua è una valutazione molto discrezionale: stabilire se realmente c’è pericolo che una persona si sottragga alla giustizia, possa inquinare le prove o possa continuare a commettere lo stesso tipo di reato è uno dei compiti più difficili assegnati ai giudici. Per questo penso che la scelta di chi fa quest’attività dovrebbe essere molto ponderata e non fissata con criteri solamente di età. C’è la tendenza a mandare in questi uffici i giovani, appena nominati e inesperti, sono persone preparate ma non hanno la grande esperienza che invece ci vuole.

E quando le arrivò quella richiesta del pm, arrestiamo il presidente della Regione e tutta la Giunta, quali furono i suoi pensieri?

Ricordo che fu una giornata molto confusa, piena di pressioni. C’erano funzionari di polizia e il procuratore che si interessava del caso, il collega Tragnone che poi purtroppo è morto, che mostravano una certa necessità di urgenza perché si stava commettendo quel reato: la scelta, poi ritenuta indebita, di una serie di progetti e la distribuzione tra i vari partiti di una serie di finanziamenti stava avvenendo proprio in quei momenti. Si voleva evitare che potesse poi passare il pacchetto così predisposto dalla Giunta al Consiglio regionale per trasformarlo in un’ipotesi legislativa: con quel profilo lì probabilmente non sarebbe stato nemmeno punibile. Dall’altra parte chiesi anche integrazioni alla comunicazione che aveva fatto la Polizia di notizia di reato perché volevo che fosse approfondito meglio questo tipo di attività.

Le prove erano così evidenti?

Ricordo che in quel momento dal punto di vista della gravità degli indizi e della serietà delle indagini c’erano documenti che erano stati sequestrati. C’era addirittura un foglio di un assessore che aveva già predisposto la distribuzione secondo il peso elettorale di ciascun partito e non con i criteri che erano stati stabiliti dalla legge: cioè progetti secondo l’importanza e che fossero pronti, cantierabili si diceva allora, e non meri programmi giusto per spendere soldi della Comunità europea. E poi c’erano le dichiarazioni di funzionari della Regione che avevano partecipato all’interno della Giunta e avevano assistito a questo tipo di distribuzione di fondi. C’era esigenza di approfondire la cosa anche perché era il primo e credo sia rimasto l’unico caso di arresto di un’intera Giunta regionale.

Dopo vent’anni e tre gradi di giudizio, con gli elementi che ha oggi, è convinto di aver preso una decisione giusta?

La decisione fu giusta. Il processo ha avuto alterne vicende. In qualche commemorazione si parlava di intervento eccessivo della magistratura, di errore giudiziario, ma non dimentichiamo che sulla legittimità di quegli arresti si è pronunciata due volte la Corte di Cassazione, perché gli avvocati fecero due tipi di ricorso diversi e la Corte li ha ritenuti legittimi due volte. C’è stata una condanna in primo grado molto complessa. Quando si fece l’udienza preliminare, allora il gip e il gup erano lo stesso giudice, oggi sono incompatibili, io assolsi da alcuni reati contestati dalla procura: era ipotizzata anche la truffa alla Comunità europea e tutti gli assessori regionali erano imputati di falso. Io assolsi tutti tranne il presidente Salini e ritenni che non fosse configurabile quell’ipotesi, almeno per come erano state svolte le indagini, non risultavano prove in questo senso. Ricordo che la procura fece ricorso in Appello contro il proscioglimento, e secondo un’interpretazione di allora sull’evidenza della prova perché il gip potesse prosciogliere, la Corte li ha rinviati a giudizio anche per quei reati, superando quello che avevo fatto io. Devo dire, soddisfazione professionale, che quando si è svolto il processo in tribunale, sono stati tutti condannati per i reati per i quali li avevo rinviati a giudizio: tutti quanti per abuso d’ufficio e il solo Salini per il falso in atto pubblico. La sentenza è stata poi confermata pienamente in Appello.

Veniamo alla Cassazione.

Il discorso dell’assoluzione in Cassazione, peraltro solo per il reato di abuso d’ufficio e non per il falso, che è passato in giudicato, è stato dovuto alla modifica legislativa. Nel 1997 fu fatta un’ulteriore modifica al reato di abuso d’ufficio e ricordo che, quando fu presentata questa legge, oltretutto appoggiata da tutti i partiti politici, anche di sinistra, fu fatta perché si voleva impedire alla magistratura di interferire sull’attività amministrativa degli enti locali. In quel periodo c’erano moltissimi sindaci imputati, indagati, arrestati, oltre alla Giunta abruzzese, quindi fu fatta questa legge con lo scopo di rendere più difficile l’intervento della magistratura in settori che, legittimamente il legislatore ha ritenuto fossero di competenza più amministrativa che non penale. Ci sono riusciti. Oggi come oggi, infatti, di processi ne facciamo tantissimi ma il riconoscimento di responsabilità per un abuso d’ufficio è difficilissimo, sono quasi tutti assolti quelli che vengono processati.

Se la legge fosse rimasta com’era?

L’assoluzione poi tanto decantata è stata dovuta alla modifica legislativa. Con la configurazione dell’abuso d’ufficio dell’epoca penso sarebbe stata confermata la condanna anche in Cassazione, che sulla misura cautelare s’era già pronunciata due volte.

In quegli anni e nei successivi ci sono stati numerosi attacchi alla magistratura, al pm, ma mai al gip. Si è chiesto come mai?

Me lo sono chiesto e sinceramente non sono riuscito a darmi una risposta. Non lo faccio mai e penso che un magistrato dovrebbe astenersi, ma ricordo che, proprio perché c’erano questi continui attacchi alla procura, feci anche una nota che fu pubblicata dal Messaggero per dire che le critiche mi sembravano eccessive e fuorvianti. A quell’epoca la procura aveva aperto tantissimi procedimenti a carico di pubblici amministratori, non solo quelli ma anche altri, anche a carico del Comune. Il collega Tragnone, tra l’altro, in quel periodo era l’unico magistrato della procura dell’Aquila, non c’era il capo né altri sostituti. Aveva aperto una serie di fascicoli, alcuni sono andati avanti, altri correttamente ha chiesto di archiviarli.

Erano gli anni di Tangentopoli. C’era anche un “effetto Di Pietro”?

Direi di no, non c’è stata la caccia alle streghe. Anche perché in Abruzzo il clima era diverso dal punto di vista delle persone che avevano fatto scaturire gli effetti di Tangentopoli al Nord: qui non c’è stato nessun industriale, nessun amministratore pentito che sia venuto a fare queste denunce. Sicuramente il fenomeno c’era. Ricordo che solo un assessore regionale, che tra l’altro era già dentro per i Pop, fu denunciato e non condannato ma patteggiò una pena, perché c’era stata la denuncia da parte di una ditta, però delle Marche. Non me ne sono occupato io ma credo si trattasse di una tangente pagata per appalti delle scogliere frangiflutti. Per il resto non c’era quel clima nella mentalità. Devo dire la verità, anche per i Pop si è sospettato che ci fossero reati più gravi come la corruzione, ma non c’è stato nessuno che li abbia denunciati. Il fatto accertato era solo l’indebita distribuzione di fondi.

E la truffa all’Europa?

Ricordo che soltanto per un fatto tecnico ritenni che non si configurasse, perché, almeno allora, non c’era la previsione di particolari controlli sull’utilizzo dei fondi. Dati con uno scopo generico di sviluppo, non dovevano essere espressamente usati in qualche modo. Non si poteva dire che la truffa fosse alla Comunità europea, comunque c’è mancato poco.

Prima che fosse firmato il provvedimento ci sono state pressioni, fughe di notizie, telefonate dalla politica?

Devo dire di no. Non so se non ne fossero a conoscenza o se avessero sottovalutato quello che stava per accadere, quando quel giorno sono tornato a casa al telegiornale si parlava di “assessori in pericolo” ma, a parte quello, al livello del palazzo di giustizia non si è avuto alcun sentore né io ho avuto nessunissima pressione oppure telefonate.

Lei è stato anche giornalista. Dal punto di vista dei media com’è stata gestita la vicenda?

I giornalisti fanno il loro mestiere, anche riferendomi a casi più attuali non ho mai ritenuto responsabili i cronisti di fughe di notizie, anche se forse di qualche esagerazione sì. A livello locale mi rendo conto che in Abruzzo, all’Aquila, dove non succedeva mai niente, questa cosa è stata gonfiata più di quello che era, almeno a livello iniziale. Poi, una volta arrestata la Giunta, mi pare che la notizia ci fosse. Comunque non darei mai la colpa ai giornalisti: sicuramente c’è stato qualcuno che ha fatto uscire queste voci, queste notizie, cosa che accade anche oggi. Se il giornalista ha acquisito una determinata notizia che è di interesse generale, non particolare ovviamente, ha tutto il dovere di pubblicarla.

Salini lo ha più incontrato?

No, l’ho visto solo di sfuggita in qualche cerimonia nel periodo in cui era stato rieletto. Tra l’altro devo dire che sia lui sia gli assessori arrestati si sono comportati con la massima serenità e senza nessuna polemica. Quando sono andato a interrogarli in carcere ho trovato persone sì sbigottite, che non si aspettavano una cosa del genere, ma che ragionavano pacatamente su questi argomenti, cercando di dare una loro giustificazione.

Come si giustificavano?

Per loro era un fatto politico che avessero deciso di distribuire i soldi per dire al 40 per cento alla Dc che era il partito più importante, al 20 per cento al Psi e così via. Per loro era una cosa normale. Anche perché sono rimasti in carcere poco tempo, c’erano le condizioni di una misura alternativa. La scelta del carcere, che può sembrare molto dura, era dovuta, come ho detto, al fatto che si riteneva che il reato fosse ancora in fase di svolgimento e non si sapeva come bloccarlo.

Nel 2008, sedici anni dopo, è stato arrestato un altro presidente della Regione, Ottaviano Del Turco. Che ha pensato in quella circostanza?

Solo una cosa. Poco tempo prima lo avevo sentito in tv ai funerali di un ex assessore regionale di quelli arrestati, credo fosse di Sulmona, accusando la magistratura di aver fatto un grossissimo errore e che quella persona lì era stata vittima addirittura di malagiustizia. Fece un attacco molto duro, sia pure a distanza di anni. Non molto tempo dopo uscì fuori questo scandalo, del quale non conosco i particolari: il processo è in corso e forse me ne occuperò quando arriverà in Appello, perciò nel merito non voglio dire nulla. Ma mi rimase impresso questo fatto. Mi dissi guarda un po’, poco tempo prima stava decantando il primato della politica e gli errori della magistratura e poi anche lui è rimasto perlomeno coinvolto in fatti piuttosto gravi.

Ci sono la competizione, la concorrenza, tra giudici?

C’è qualche caso purtroppo, come in tutti gli ambienti di lavoro c’è anche nel nostro. Magari quando si tratta di incarichi importanti, oppure quando ci sono processi che possono essere più o meno importanti e c’è chi ci tiene a intervenire. Per fare un caso attuale, nel famoso omicidio di Melania Rea non si riusciva a capire per quale motivo la procura di Ascoli Piceno stentasse a lasciare il processo che era già chiaramente di competenza della procura di Teramo. C’è stato un periodo in cui sembrava volessero tenerselo per una questione di prestigio. Ma in questo modo si rischia di personalizzare le inchieste, ho sempre condivise una delle modifiche che più volte sono state proposte, in più progetti di legge, ma mai approvate, quella del divieto assoluto di nominare i magistrati. Per me il nome non dovrebbe mai finire sul giornale o in tv, si dovrebbe dire “il gip ha emesso il provvedimento” o “la procura si sta occupando di questo caso”, citando l’ufficio e non la persona.

Una riforma della giustizia è necessaria?

Sì ma una riforma più di organizzazione, di norme, non tanto della magistratura, perché anche se si fa molta polemica, tutto sommato come tale funziona abbastanza bene, salvo casi singoli. I tempi lunghi dipendono dalla pletora di legislazione che abbiamo in Italia, dalle formalità. Qui da noi metà dei processi saltano per vizi di notifica agli imputati, una cosa abnorme. Poi ci sono troppe norme, reati che non hanno più importanza, e troppi gradi di giudizio: tornando in Cassazione si può ricominciare sette-otto volte.

Lei è passato da giudicante a inquirente, è contro la separazione delle carriere?

Se viene fatta, viene fatta, personalmente sono contrario per una ragione. Nel nostro ordinamento, che non è quello dei Paesi anglosassoni, il pubblico ministero dev’essere anche un po’ giudice. È un magistrato, non può essere un poliziotto, con tutta la stima che ho per gli organi di polizia. E perché accada questo, non deve essere distaccato dalla giurisdizione. I giovani colleghi che per necessità non appena vincono il concorso vengono mandati in una procura non saranno mai buoni pm. Perché dovrebbero aver fatto prima il giudice per cinque o dieci anni. Poi non è vero affatto, come dice qualcuno, che giudici e pm si mettono d’accordo. Anzi, quante volte parlando tra giudici si facevano ‘le bucce’ al pm! Come lo sono i procuratori quando non sono d’accordo su determinate cose. Dire che sono della stessa parrocchia è una cosa ridicola.

Che ne pensa dei giudici che entrano in politica, dallo stesso Di Pietro, divenuto ministro, a Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli, per finire alla possibile discesa in campo del pm di Palermo Antonio Ingroia?

Sono contrario. Ognuno è libero di fare come vuole ma dev’essere una scelta definitiva e fatta a monte. Se si entra in politica si danno le dimissioni da magistrato, non si aspetta di essere eletti per poi scegliere. E poi ritengo che non sia corretto approfittare della fama, del lavoro che si è fatto come magistrato per poi inserirsi in politica. Non va bene che sull’onda dell’esposizione mediatica uno approfitta per essere eletto. E poi l’attività politica è una cosa così diversa e direi perfino contrapposta alla magistratura...

Lei non ha mai avuto la tentazione?

No, no per carità! Non sarei capace oltretutto, bisogna che uno faccia quello che bene o male ritiene di saper fare.

Si parla spesso di scompensazione dei poteri in Italia in favore di quello giudiziario. Secondo lei la magistratura ha troppo potere?

Il potere della magistratura si evidenzia in tempi di crisi, di malaffare politico, e purtroppo oggi che ce n’è si evidenzia il ruolo, che è patologico. Se tutto andasse bene, la magistratura sarebbe di per sé ridimensionata. Se non succedessero cose come quelle che si sentono in questi giorni, non agirebbe. Nemmeno si può parlare di supplenza: è che a volte l’intervento dei giudici, si prenda il caso di Taranto, è necessitato dal mancato intervento della politica. Se dopo le prime denunce e i primi controlli che evidenziavano problemi si fosse intervenuti all’Ilva, probabilmente la magistratura non avrebbe fatto una cosa così eclatante come il sequestro. E non ci sarebbe il braccio di ferro con la politica.

Romolo Como, 65 anni, ha cominciato la sua carriera come pretore ad Adria (Rovigo), poi il ritorno all’Aquila al tribunale dei Minorenni e nel 1983 al tribunale ordinario, dove ha svolto il ruolo di giudice civile e poi penale. È quindi passato al ruolo di giudice per le indagini preliminari non appena è stato istituito il nuovo Codice penale, nel 1989. Nel 2000 il passaggio da giudice a pm presso la procura generale della Corte d’Appello. Dal 2011 la promozione ad avvocato generale, incarico che ricopre tuttora.

Le foto del 1992 sono tratte dal libro Da Tragnone a Fidel Castro di Angelo De Nicola.



© RIPRODUZIONE RISERVATA


ALTRE NOTIZIE

 CONTATTA LA REDAZIONE 2003- 2017 Enfasi srl
INFORMAZIONI COMMERCIALI .
Enfasi srl - Quotidiano digitale registrato presso il Tribunale dell'Aquila con decreto n°501 del 2 settembre 2003
Iscrizione al ROC n. 26362 - P.IVA 01812420667
Direttore responsabile Berardo Santilli

La redazione può essere contattata al


Politica d'uso dei Cookies su AbruzzoWeb

Alcune foto potrebbero essere prese dal Web e ritenute di dominio pubblico; i proprietari contrari alla pubblicazione potranno segnalarcelo contattando la redazione.
Powered by Digital Communication  -  Developed by MA-NO
 
X

Questo sito utilizza dei cookie per monitorare e personalizzare l'esperienza di navigazione degli utenti. Continuando a navigare si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito.
Per avere più informazioni o modificare le impostazioni sui cookie clicca qui