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DRAMMATICO MESSAGGIO DI DENIS MUKWEGE: CENTINAIA DI MIGLIAIA DI DONNE VIOLENTATE, 4 MILIONI DI SFOLLATI E SEI MILIONI DI MORTI

''IN CONGO CATASTROFE UMANITARIA'': APPELLO PREMIO NOBEL PACE TRAMITE PROF L'AQUILA

Pubblicazione: 17 gennaio 2019 alle ore 06:15

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L'AQUILA- "La situazione in Congo è catastrofica. È in atto una spirale di violenza senza precedenti. Chiudere gli occhi davanti a questo dramma significa esserne complici".

Questo il drammatico appello lanciato alla comunità internazionale dal premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege.

Il medico che vive nell'ospedale in Congo, dove cura le donne stuprate, ha affidato il documento al docente dell'Università dell'Aquila Francesco Barone, da 21 anni impegnato in missioni umanitarie, che lo ha reso noto oggi.

"Ho incontrato il premio Nobel nell'ultima missione conclusa due giorni fa - dice Barone - lo stesso Mukwege mi ha incaricato di diffondere un documento che espone la drammatica situazione nella quale si trovano i cittadini del Congo".

La situazione è assai difficile con massacri, stupri di donne, violenze sui bambini.

"Portando a tutti questo appello ho deciso di accettare la sfida lanciata da Mukwege, per la giustizia e per la pace - sottolinea il docente universitario - il premio Nobel mi ha ricordato che non può esservi democrazia senza pace e sviluppo".

Nel documento, che porta la data del 4 gennaio scorso, il premio Nobel parla di centinaia di migliaia di donne violentate, oltre quattro milioni di sfollati e sei milioni di morti. A Bukavu, il suo paese natale, Mukwege ha curato più di 50mila donne nell'ospedale, il Panzi, che ha fondato nel 1998.

Il prof Barone, originario di Bussi sul Tirino (Pescara), ha risposto ad alcune domande che gli ha rivolto AbruzzoWeb.

Professore, durante il suo ultimo viaggio umanitario in Congo, ha incontrato Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018. Come e dove è avvenuto l’incontro.

L’incontro è avvenuto a Bukavu, nell’ospedale Panzi da lui stesso fondato e in cui Mukwege continua a svolgere l’attività di medico. Vorrei precisare che, unitamente al sottoscritto erano presenti altri due volontari dell’Associazione Help senza confini onlus. Ci siamo incontrati in occasione della mia permanenza nella Repubblica Democratica del Congo, più precisamente nella città di Goma. E’ stato un incontro molto interessante e certamente emozionante. Una conversazione cordiale, grazie alla quale, abbiamo parlato di pace, di impegno sociale e civile e di democrazia. Come è noto, Denis Mukwege, da molti anni è impegnato a curare persone che vivono in condizioni di povertà e marginalità. Dal 1998 ad oggi, circa 50000 donne che hanno subito violenze sono state curate, grazie ai suoi interventi. Oggi vive, all’interno del complesso ospedaliero ed è sotto protezione.

Quali sono i contenuti del documento che le è stato consegnato da Denis Mukwege?

Al termine del nostro incontro, ho ricevuto un documento che si compone di nove punti, in cui Denis Mukwege pone in risalto la condizione in cui vive da molti anni la popolazione. “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo è catastrofica. Le violenze, le torture, l’insicurezza diffusa, creano una spirale di violenza senza precedenti. Il bilancio umanitario parla di centinaia di migliaia di donne violentate. Il rapporto del Project Mapping, da parte dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite e dei Diritti Umani, parla di 617 crimini di guerra accertati. Solo la lotta contro l’impunità può fermare la spirale di violenze. Chiudere gli occhi di fronte a questo dramma, significa essere complici. Il popolo congolese esige dalla Comunità internazionale di prendere visione dei contenuti del Mapping Report”. Potrei aggiungere che il pensiero di Mukwebe si riassume nei seguenti contenuti. Non è possibile ottenere una Pace duratura e concreta senza democrazia e sviluppo. Nessuna giustizia è negoziabile. Ho avuto modo di conoscere una persona dall’elevata integrità morale, sempre impegnato nella lotta per la difesa delle persone che vivono in condizioni di fragilità. Ho avuto l’impressione che tra me e lui, come del resto con le altre presenti, si sia stabilita una reciproca simpatia e stima. Credo che sia stato anche questo il motivo per cui Denis Mukwege ci ha consegnato il documento.

Immaginava tutto questo clamore attorno a questa notizia?

Sinceramente non avrei immaginato tutto questo clamore. Evidentemente è l’ennesima dimostrazione dell’importante lavoro effettuato da Denis Mukwege. Se gli organi di informazione internazionali si sono occupati di tale evento, significa che quanto svolto dal medico è di interesse mondiale.

Lei ha all’attivo numerose missioni in Africa. Quali sono stati i principali interventi umanitari?

Per la precisione ho effettuato 51 viaggi umanitari in Ruanda, Burundi, Senegal e Congo. Grazie all’impegno di molti volontari e sostenitori abbiamo potuto realizzare significativi e concreti interventi. Ci siamo occupati soprattutto dei bambini vulnerabili, assicurando cibo, medicine, vestiti, scarpe. Abbiamo favorito la loro scolarizzazione. Abbiamo avviato interventi a favore di famiglie poverissime. Per quanto concerne le attività umanitarie nella Repubblica Democratica del Congo, ci stiamo concentrando nella città di Goma. Siamo presenti con interventi presso gli orfanotrofi Mama wa wote e Flamme d’amour. Sosteniamo un Centro che ospita ex bambini soldato e opera per consentire il loro recupero sociale e psicologico. Interveniamo con i bambini di strada. Sono la dimostrazione della drammaticità in cui vive il Paese. E’ intollerabile che, nel Terzo Millennio esistano bambini privi dei diritti più elementari. Isolati da una società ingiusta e incivile, vivono in una condizione di estrema precarietà e vulnerabilità.

Quali sono gli episodi che ha visto e che maggiormente sono rimasti impressi nella sua mente?

Ce ne sono davvero tanti. Bambini che hanno fame, girano soli e sofferenti per le strade delle città. Hanno gli stracci al posto dei vestiti. Lo sguardo perso nel vuoto. Bambini che non possono andare a scuola e non hanno un futuro certo. E poi, i lamenti e i silenzi di tante madri. Negli ultimi anni, ritengo che siano due gli aspetti che mi hanno maggiormente colpito. A seguito delle mie interviste agli ex bambini soldato, dalle loro voci ho appreso le modalità di arruolamento, le loro attività all’interno delle bande, fatte di violenze e soprusi. Tutto questo lascia senza parole. Generano turbamento. E inoltre, la questione che riguarda i bambini ospedalizzati. E’ una storia davvero inqualificabile. Dopo la loro guarigione, se i familiari non sono in grado di pagare le spese sanitarie, i bambini, così come le persone adulte, restano “imprigionati” all’interno dell’ospedale. Fino al momento in cui qualcuno sia in grado di provvedere a saldare il debito. Noi ci siamo occupati anche di questo. Abbiamo consentito la “liberazione” di tanti bambini e adulti.

In considerazione della sua esperienza umanitaria quale messaggio vorrebbe lasciare?

Innanzitutto è necessario prendere atto della grave condizione in cui vivono milioni di persone in Africa come in altre parti del mondo. Questa presa d’atto deve riguardare soprattutto coloro che hanno il potere di intervenire. Non c’è più tempo, bisogna intervenire presto, con azioni concrete e durature. Accertarsi che i fondi inviati arrivino a chi ha veramente bisogno e non restino nelle mani dei potenti di turno. Serve un piano di intervento incisivo, teso a salvare la vita di milioni di persone. E’ difficile credere che in certe zone del mondo si muoia ancora di fame, di sete e anche a causa di malattie curabili. Così come è difficile credere che la schiavitù sia soltanto una bruttissima parentesi della storia dell’umanità. La schiavitù esiste ancora. Non esistono più le catene nei polsi e nelle catene delle persone, ma esistono le catene invisibili, più subdole e pericolose delle altre. Troppi impegnati nell’affermazione dell’io, corriamo il rischio di diventare estranei anche a noi stessi, con la prospettiva di ambientarci all’indifferenza di questa nuova disumanità. Assoggettati ai linguaggi che stanno determinando una nuova mondializzazione, siamo noi stessi portatori e giustificanti di un prodotto preconfezionato, contrassegnato da ingiustizie e prevaricazioni. In un dilagante egoismo, parlare di solidarietà e di cooperazione, oggi è diventato difficile. Il clima è pesante, avvelenato, le mistificazioni di ogni genere stanno mettendo a rischio d’estinzione i valori universali, quali: accoglienza e pieno rispetto dell’altro. Quindi, diventa essenziale il processo di educazione finalizzato alla solidarietà, alla pace, al rispetto delle differenze, alla tolleranza. Ciò determinerebbe una “nuova chiarezza umana”, un nuovo senso di responsabilità verso gli altri, in termini di verità e autenticità. Ciò, al fine di porre le basi per un progetto di armonizzazione del senso comune. Se non si avrà la piena consapevolezza di ciò, la storia con noi sarà implacabile e non ci difenderà.



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