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''INDUSTRIA AQUILANA DISTRUTTA COME NEL RESTO D'ITALIA'', SAPELLI, ''OCCHIO ALL'EURO''

Pubblicazione: 29 settembre 2018 alle ore 14:00

Giulio Sapelli

L’AQUILA – “Non è il momento di parlare di cifre o di uscita dall’Euro, una moneta che è stata una catastrofe ma che se lasciassimo ci farebbe ancora più male, ma di modificare le regole europee partendo ad esempio dal Fiscal compact”.

Così Giulio Sapelli, economista ed ex docente universitario, tra i possibili candidati premier prima che la scelta cadesse su Giuseppe Conte, intervenuto all’Aquila nel convegno “Euro e fake news. Chi e perché mistifica la realtà della moneta unica”, sulla situazione italiana tra euforia e paura per l’intesa nel governo Lega-Movimento 5 stelle sul rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento.

Relatore del convegno, l’economista Sergio Cesaratto, professore ordinario di Politica monetaria e fiscale dell'Unione Economica e Monetaria europea, Economia internazionale e Post-Keynesian Economics all'Università di Siena, autore del libro, presentato all’Aquila, “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, le doppie morali dell’Euro”.

Secondo Sapelli, “è ora di dire quali siano le politiche che si vogliono fare, dalla piena occupazione, all’aumento del reddito delle famiglie e dei profitti alle imprese”.

“Siamo in una condizione – ha spiegato lo storico – di politica ‘delle cifre’ che punta più sul beneficio immediato e non sul consenso popolare futuro. Invece va proposta, con la negoziazione, una vera riforma delle regole, in primo luogo dei Trattato, ma prima ancora dei regolamenti che, come ci ha insegnato il professor Giuseppe Guarino, non hanno un potere compulsivo e quindi è molto più facile farlo. E per fare questo non c’è bisogno delle manzoniane grida che sentiamo ogni giorno sulle cifre”.

Con l’esperto si è parlato anche della situazione dell’industria italiana, partendo dall’esempio del polo dell’ex polo elettronico dell’Aquila.

“Mi si chiede come siano stati possibili il declino e lo smantellamento del polo industriale dell’Aquila, cioè il fallimento dell’imprenditoria pubblica e privata in Italia. Per quella pubblica è stato soprattutto un fatto politico deliberato freddamente quando il capitale finanziario ha deciso di cambiare le regole del gioco andando verso la globalizzazione finanziaria molto più corrotta. E in Italia montò come in altri Paesi la politica massmediatica dell’impresa pubblica come covo, come coacervo di manager corrotti e venduti ai partiti”, è il pensiero di Sapelli.

“Ricordo però che i francesi risposero con l’espulsione dal territorio francese di sette funzionari delle ambasciate nord americane. In Italia abbiamo invece agito in un altro modo, con una campagna di criminalizzazione, nella quale si distinse in particolar modo il Corriere della Sera, dei manager delle grandi imprese italiane. Alcuni di loro erano dei veri giganti, qualcuno l’ho incontrato proprio all’Aquila dove è nata la telefonia mobile grazie a dei grandissimi come Pascale. Grandissimi che però vennero accusati di essere dei baroni di Stato”, ha aggiunto.

“Quello dell’imprenditoria privata – ha proseguito nell’analisi – è tutto un altro discorso, quella delle nostre grandi aziende non ha mai spiccato per grandi managerialità salvo che per alcuni illuminatissimi esempi come Olivetti che via via ha subìto una serie di saccheggi da parte di imprenditori spregiudicati, di cui per carità di Dio non facciamo il nome. E poi non ha mai spiccato per grandi capacità manageriali strategiche e infatti è finita come è finita, a parte quelle che ancora oggi ‘tengono il polso’, ma si tratta di aziende medie, le famose multinazionali ‘tascabili’ su cui paga Mediobanca.

Dopo c’è tutta la borghesia nazionale della piccola e media impresa nazionale, che rappresenta la ‘polpa’ dell’industria italiana e che vivrebbe meglio se accanto avessero anche le grandi imprese. Nel frattempo, i grandi padroni si sono venduti all’estero, le grandi famiglie si sono dileguate dopo lotte e non patti di successione, sono state vendute industrie di altissimo livello, anche strategico, ad esempio ai cinesi, i cementifici ai tedeschi. E potremmo proseguire fino alla moda, il che è tutto dire”.

“L’Euro è l’ultima cosa che dobbiamo cambiare e di cui dobbiamo occuparci adesso – ha precisato poi Sapelli sulla moneta unica – perché se lo facciamo siamo massacrati. Dobbiamo occuparci delle regole europee, si può cambiare la politica economica mantenendo l’Euro. Se invece ci incamminiamo su questo percorso dell’uscita dall’Euro siamo morti. Perché mettere in discussione l’Euro vuol dire camminare sui tralicci dell’alta tensione. È meglio quindi scendere di livello, cominciamo a fare delle cose passo per passo, occupiamoci dei regolamenti, del Fiscal Compact, ma lasciamo perdere l’Euro, per carità”.

“Macron annuncia una manovra da svariati miliardi, che all’Italia invece viene impedita? Dopo la Brexit, l’unica nazione con la bomba atomica è la Francia. Macron è stato messo lì dagli stessi che hanno decadere François Fillon con una serie di inchieste giudiziarie discutibili perché si pensava che avesse la forza di contrastare il potere alla Germania”, ha detto ancora.

“La Francia ha un debito pubblico che sfiora il cento per cento dal punto di vista quantitativo, anche perché ha un pil quasi simile al nostro – ha proseguito Sapelli sulla situazione francese – Ma la Francia al tempo stesso occupa posizioni dirigenti alcuni punti della tecnocrazia europea. Noi invece dietro non abbiamo neanche la pubblica amministrazione, non possiamo fare nessun paragone”.

Tornando invece al capitolo della distruzione delle industrie italiane, l’ex docente ha affermato che “l’Euro ha certamente influito e si è rivelato una catastrofe. In un sistema a cambi fissi, di Stati a diversa produttività del lavoro, non si può far altro che condurre, come diceva l’economista polacco Michał Kalecki, a puntare alla svalutazione interna e non più a quella monetaria. Ad abbassare, quindi, i salari e i prezzi dei prodotti”.

“Ma la catastrofe che ci aspetterebbe se uscissimo dall’Euro sarebbe ancora maggiore – ha concluso – quindi avere una mentalità riformista e non distruttrice. Lasciamo perdere l’Euro, altrimenti ci ammazzano”.



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