''L'AQUILA RIPARTA DAI FASTI DEL FASCISMO''
COLAPIETRA, ''ADESSO MANCANO I CITTADINI''

Pubblicazione: 08 ottobre 2017 alle ore 08:30

Raffaele Colapietra, storico aquilano
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L’AQUILA - "Un fatto inappuntabile è che all'Aquila in epoca fascista, si cercò, con l'apporto di Adelchi Serena, di darle un'impronta turistica, a servizio della vicina Roma. Si dovrebbe ripartire da questo e dallo sport”.

A parlare ad AbruzzoWeb è Raffaele Colapietra, storico aquilano classe 1931, celebre non solo per le sue numerose pubblicazioni sulla storia della città, ma per la scelta all’indomani del sisma di otto anni fa di non abbandonare la sua casa in centro in via Pescara, opponendo una tenace resistenza.

Secondo Colapietra, “lo slogan ricorrente da dopo il terremoto del 2009 è: L’Aquila è viva? Io non credo sia un problema di viva o morta, ma di mancanza del tessuto cittadino. Mancano gli aquilani, un fenomeno unico, mai verificato nei casi recenti di terremoto, in cui si è assistito a un vero e proprio spopolamento".

"Perché dovevo andar via? - spiega sulla sua scelta dopo il sisma - la mia casa non aveva subito danni e non volevo essere portato lontano dai miei libri e dai gatti. Gli amici mi hanno aiutato portandomi da mangiare, non c'era l'acqua, ero solo in mezzo alla distruzione, ma io da qui non me ne sarei andato per nessun motivo".

Insomma, un attaccamento incredibile alla sua vita di sempre, trascorsa tra tanta lettura e le partite di calcio.

"Quelle che ancora oggi guardo tutte senza tifare per nessuno - svela - e quando perde una squadra italiana, non è sempre negativo, c'è una spocchia nazionale calcistica che è davvero arrogante!".

"Sono rimasto - riprende poi il discorso - nonostante qui non abbia più un mio pubblico. Ho un seguito ad Avezzano, a Pescara, a Teramo, anche ad Amatrice, ma all'Aquila no!".

Una resistenza, la sua, che gli è stata riconosciuta anche recentemente, dall’assessore comunale alla Cultura Sabrina di Cosimo, la quale, durante la presentazione di un libro di Colapietra, ha proposto la cittadinanza onoraria per non aver lasciato la città

"E non è la sola - aggiunge - ho avuto grossi apprezzamenti di stima anche da Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione comunista - Sinistra Europea, che mi ha detto che sarebbe stato anomalo un mio comportamento diverso".

Un tributo che in quelle settimane gli venne riconosciuto dalle principali testate nazionali ed internazionali. 

"La città stava sparendo e io non volevo sparire. Nonostante ad oggi, mi senta un po' emarginato, spero a qusto punto di essere ricordato dopo, non solo da chi mi ha conosciuto ma anche dalle generazioni future", commenta.

Una città, ammette, diversa. 

"Teniamo presente che dal nucleo industriale di Bazzano a quello di Sassa ci sono circa 20 chilometri. Il nucleo cittadino di conseguenza non esiste più, si è disperso, dislocato in uno spazio disorientato e troppo vasto".

La città che ricorda, quella di cui scrive, è quindi L’Aquila del secolo scorso, quella che ha visto il suo massimo splendore, secondo lo storico, a ridosso del Ventennio fascista.

"Quanto è cambiata la città negli ultimi 50 anni? Partiamo dalla seconda guerra mondiale che non lasciò strasischi di distruzione nell cuore storico. Un fatto inappuntabile è che in epoca fascista, si cercò, con l'apporto di Adelchi Serena, di dargli un'impronta turistica, a servizio della vicina Roma".

Il compito specifico, per Colapietra, ''è stato quello di creare un centro di eccellenza dello sport e per questo venne creato lo stadio per il calcio, per la pista atletica e per la pista delle biciclette, il campo del pattinaggio, la piscina olimpionica (oggi piscina comunale). Un insieme sportivo che dialogasse con lo sport invernale grazie alal presenza di Campo Imperatore".

Uno sfogo turistico che nei ricordi dello storico portò in città un flusso di turismo di classe: ''qui veniva la gioventù romana aristocratica che contava. Uno sfogo per la classe dirigente, che fuggiva dalal grande città, per rifugiarsi in un luogo ameno e ricco".

"Nel giro di 50 anni – dice poi con rammarico - è scomparso tutto. Anche gli impianti sportivi, che ci inviavano in altre realtà, si sono ridotti a una funziona specifica municipale, perdendo qualsiasi attrattività".

Dunque, ''sarebbe opportuno ripartire da lì, dal turismo e dallo sport. Inutile tentare una nuova industrializzazione, i fallimenti del passato sono ancora tangibili oggi. Venti anni di prsenza operaia in città sono scomparsi, senza lasciare alcun ricordo".

Tra i suoi ricordi, ci sono quelli legati a un luogo aquilano che gli è ancora molto caro: l'edificio che ha ospitato il Convitto nazionale, il Liceo classico e la Biblioteca provinciale, tutti ancora da rimettere a posto.

"Per restare in quei luoghi, ho donato parecchi miei libri alla biblioteca sperando in qualche modo di non essere dimenticato, lì ho trascorso anni felici, della giovincezza, della spensieratezza, insieme ad amici, insegnanati, che oggi non ci sono più!".

"L'anno scorso ho seguito la vicenda del Liceo classico che oggi all'Aquila non ha una sede ed è alle prese con i problemi conseguenti – racconta quindi Colapietra – gli slogan dei ragazzi erano troppo forti, 'Sicuri da morire' per esempio era uno slogan quasi terroristico, come se qualcuno volesse mandarli in un posto pericoloso. La sicurezza è una cosa importantissima, un principio sacrosanto per cui gli enti preposti stanno facendo il loro dovere. Non capisco fino a che punto sia legittima la riluttanza e la psicosi degli alunni e delle loro famiglie".

"Una volta - ricorda ancora - il cClassico era una scuola riservata a una certa élite, una minoranza. Ho cercato di ricostruire la storia di questa scuola in città fino al 1918, nei suoi primi 50 anni di vita. È normale che sia cambiato, che siano cambiate le esigenze. Ai miei tempi c'erano anche i gesuiti, dove il livello dei docenti era altissimo, aiutati anche dall'aspetto tipico dei gesuiti, che è quello di favorire i potenti. Sono passati di lì grandi studiosi come Antonio Cordeschi, Cesidio De Meo e padre Boccadamo".

Personaggi scomparsi, ma ovviamente vivi nella sua memoria. 

"Ho perso tanti punti di riferimento fisici. Tante persone a me care non ci sono più, ma il mio ramamrico più grande è stato quello di non rutrovare più delle persone con cui sono stato molto legato, ma ci siamo allontanati per le concezioni diverse sulla vita".

Nel suo curriculum, una ventina di pubblicazioni, di una in particolare rimasta particolarmente attaccata al suo cuore.

"Mi sono occupato di storia, di ricerca e di biografie, dando vita a protagonisti sempre perdenti, io non ho mai fatto la storia di un vincitore, ma il mio lavoro preferito, se così vogliamo definirlo, è la biografia di Benedetto Croce del 1967 che è forse il libro meno conosciuto, perché essendo stato pubblicato da un piccolo editore ebbe poco smercio".

"Mi piacerebbe adesso poterlo ripubblicare, ne parlai con il presidente della Regione Abruzzo Luciano D'Alfonso che semrbò anche interessato, ma poi deve averlo dimenticato".

"Mi auguro di essere ricordato in qualche modo – conclude  - almeno esteriormente o finché vivranno le persone che mi hanno conosciuto. Oggi vengono da me parecchi studenti alle prese con le tesi di laurea e mi mostrano apprezzamento. C'è questo fondo alla biblioteca provinciale che porta il mio nome, tanti aquilani a me cari non ci sono più e sono stati dimenticati".



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