INTERVISTA A COMMISSO E SIVINI, AUTORI DI UN LIBRO CHE PARLA ANCHE DEL REI
''VERSIONE GRILLINA DA CONTRASTARE E CAMBIARE, NON LOTTA LA POVERTA'''

''REDDITO DI CITTADINANZA DEL M5S HA GRAVI
CONSEGUENZE SOCIALI'', STUDIO LO ANALIZZA

Pubblicazione: 07 dicembre 2017 alle ore 06:30

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L’AQUILA - Nei giorni in cui si parla molto del Rei, il Reddito di inclusione sociale, sullo sfondo resta sempre attuale il dibattito sul reddito di cittadinanza, uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5 stelle con molti sostenitori anche in Abruzzo.

E proprio sul tema caro ai grillini è uscito di recente un libro, Reddito di cittadinanza. Emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Edizioni Asterios), curato da Giuliana Commisso, che insegna Governance e sviluppo nel corso di Laurea magistrale in Scienze, Cooperazione e Sviluppo del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università della Calabria, e Giordano Sivini, classe 1936, già professore di Sociologia politica presso la facoltà di Economia dell’Università della Calabria.
 
Un libro che sottolinea, tra l’altro, quelle che i due autori ritengono “gravi conseguenze sociali che porterebbe questo reddito di cittadinanza, gravi conseguenze di cui nessuno parla”, e che mette sotto la lente di ingrandimento anche il già citato reddito di inclusione sociale di 'marca' Partito democratico che ha fatto infuriare proprio i grillini, che lo hanno bollato come "mancetta per recuperare consensi".
 
AbruzzoWeb.it ha intervistato la Commisso e Sivini, che hanno formulato le risposte in base alle rispettive competenze.
 
Perché, secondo voi, gli strumenti usati per mettere in atto il reddito di cittadinanza “non sono dignitosi”?
 
Il reddito di cittadinanza, nella versione proposta dal Movimento 5 stelle, deve essere contrastato, non per le implicazioni finanziarie su cui insistono i molti avversari, ma per le gravi conseguenze sociali, di cui nessuno parla e che ci hanno indotto a fare una ricerca sugli schemi europei di reddito garantito e a pubblicare il libro. Gli strumenti previsti dal disegno di legge sono contestabili: dall'obbligo per i beneficiari di documentare una ricerca attiva di lavoro non inferiore a due ore giornaliere, a quello di accettare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario se dopo un anno non hanno trovato un'occupazione. Realizzerebbe una gigantesca operazione di disciplinamento di milioni di poveri. Flessibilizzerebbe il lavoro, sottoposto al controllo di Centri per l’impiego resi funzionali. Il salario, compresso sotto i livelli di sussistenza, verrebbe integrato dal sussidio pubblico. Dignità lesa e sconquasso del mercato del lavoro. È già successo. In Gran Bretagna i poveri sono costretti al lavoro coatto gratuito, altrimenti perdono il sussidio; in Germania devono accettare, per lavori che vengono loro imposti, salari miserevoli a cui viene aggiunto il sussidio. Una volta entrati nel regime di lavoro coatto assistito non ne escono più.
 
Nel contesto dell'Europa dei tagli al sociale e dell'austerity, dove e come si trovano le risorse per un reddito di cittadinanza? E i vincoli di bilancio non sono un ostacolo concreto?
 
Gli schemi di reddito minimo garantito sono realizzati, a costi diversi, da quasi tutti i governi. Si tratta di risorse che sono razionalizzabili ma non comprimibili perché attuano le politiche di flessicurezza, messe in atto nel quadro dell’economia sociale di mercato, che presuppongono condizionalità e bilanciamento fra diritti sociali ed equilibrio del bilancio.  Sul piano interno le risorse non sono difficili da reperire, si pensi ad esempio al recupero dell’evasione fiscale. Il Movimento 5 stelle aveva ipotizzato nel 2015 di coprire i costi con vari tagli di spesa tra cui 3,5 miliardi di armamenti e con nuove imposte tra cui da 2 a 4 miliardi di patrimoniale. Poi si sono allineati nella politica estera e nel 2016 non è più previsto il taglio alle spese militari e la patrimoniale è portata a 5 miliardi. Ora, avvicinandosi la scadenza elettorale viene eliminata anche la patrimoniale.
 
Puntare, come fa il M5s, al reddito di cittadinanza equivale, secondo voi, a rinunciare alla lotta per il lavoro e per il salario, che poi sono gli elementi fondamentali per permettere alle persone di vivere una vita dignitosa. E come si incastra la struttura di questo strumento con la Costituzione italiana, non con quella europea?
 
Nella riforma ordoliberale dei sistemi di welfare, l'abbassamento del costo del lavoro e la mobilità dei fattori sono posti come condizioni necessarie per sostenere la posizione competitiva degli Stati. La piena occupazione consiste nel garantire agli individui l'occupabilità per il corso della loro vita, prescindendo dai livelli salariali e dagli orientamenti soggettivi; nel mettere tutti in condizione di avere le conoscenze e le qualifiche richieste dal mercato del lavoro, in competizione gli uni con gli altri. Le politiche sociali devono fornire alle imprese lavoratori adatti alle loro esigenze.  
 
Cultura imprenditoriale, personalizzazione dei percorsi, logiche di progetto, enfasi sull'auto-attivazione nel lavoro e nella sua ricerca sono parte integrante di un ordine del discorso e di una logica di intervento che mirano a far interiorizzare a individui, gruppi e popolazioni, la normalità della precarietà lavorativa. Chi non riesce a dimostrare tali capacità non è semplicemente disoccupato, ma è inoccupabile, quindi inadatto alla società. Fino al paradosso, in una situazione di disoccupazione diffusa, di obbligare chi ha bisogno del sussidio a dedicare la propria vita alla ricerca di una occupazione, e di registrarne sistematicamente i fallimenti, come è previsto anche dal disegno di legge del M5s. 
 
Il principio di uguaglianza “al livello più alto”, con cui lo Stato liberal-democratico aveva trovato legittimazione governando politicamente l’economia e i processi di riproduzione sociale del capitalismo, cede il passo al codice dell’efficienza, che basterebbe a regolare i rapporti entro la sfera dell’economico, e al codice della sussidiarietà, volta ad assicurare l’accesso al mercato e non al complesso dei diritti di cittadinanza. 
 
L’attivazione delle “espressioni organizzate della società civile”, nei discorsi e nelle “buone” pratiche della sussidiarietà, è declinata nei termini di “impresa sociale”, spesso sovrapposta alla gestione aziendale dei “bisogni” dei dipendenti attraverso i loro salari, e alla gestione privata del rischio (infortuni, malattia, disoccupazione, pensione) da parte di fondazioni di origine bancaria. La moltiplicazione di enti, agenzie e autorità che gestiscono localmente i bisogni sociali va di pari passo con lo smantellamento del welfare pubblico e contribuisce a ridefinire la linea di confine tra diritto e morale nella definizione dei bisogni sociali: da una parte la solidarietà è evocata in una dimensione di alterità rispetto al diritto, dovendo emergere ‘spontaneamente’ e ‘privatamente’ nei reticoli sociali, dall’altra, i sistemi di protezione sociale sono fatti dipendere dalla volontà degli ‘assistiti’ di mobilitarsi per il proprio empowerment e di responsabilizzare la propria condotta individuale, legittimando, in ultima analisi, l’inasprimento dei controlli e delle verifiche dei requisiti per l’accesso. 
 
Alle nozioni di “protezione sociale”, di “diritti sociali”, di “benessere della popolazione”, di “democrazia materiale”, che avevano retto l’ordine sociale interno delle economie occidentali, la governance dell'Economia sociale di mercato ha sostituito i criteri normativi della “protezione della persona”, le formule dell’universalismo dei “diritti umani” e del “civismo”, per proteggere i pochi segmenti capitalistici in grado di riprodursi. 
 
Nel libro spiegate che questo strumento agisce non contro la povertà, ma nella povertà, eppure è probabilmente inevitabile che faccia presa su molta gente che vive in condizioni difficilissime. 
 
Nel libro analizziamo oltre che la proposta 5 stelle sul reddito di cittadinanza, anche il reddito di inclusione sociale. Non è difficile dimostrare che l’obiettivo del Governo, esplicitamente dichiarato nel testo legislativo, è solo una enunciazione retorica. Far uscire dalla povertà assoluta distribuendo assegni monetari irrisori e servizi per 18 mesi prorogabili eventualmente per altri 12 dopo un intervallo di 6 mesi realizza, al massimo, per quel periodo, una boccata di ossigeno; e per una persona in condizioni di povertà assoluta (per l’Istat “ priva di beni e servizi essenziali”) nemmeno questo, se per 187 auro al mese deve impegnarsi a cercare un lavoro che non trova. 
 
Ammesso che si riescano a trovare i fondi necessari per la misura, parliamo di decine e decine di miliardi di euro: banalmente, non potrebbero essere utilizzati, ad esempio, per reindustrializzare il Paese, o comunque per alimentare altre misure? 
 
Al reddito è stato contrapposto il lavoro. La sintesi dei Cinque stelle e del Governo è: reddito contro lavoro coatto. Ma è una sintesi che muove dal fatto che le tante misure che sono possibili per uscire dalla austerità non sono realizzate e che anzi, la logica della governance europea la aggrava e che il Governo non si sottrae alle sue direttive e ai suoi vincoli. La condizionalità, ignorando le cause da cui origina l'emarginazione, impone oneri e sanzioni con effetti che si riflettono sui familiari, spinge ad accettare lavori precari e scarsamente retribuiti, con l'effetto perverso di riprodurre una popolazione fluttuante di lavoratori doppiamente ricattabili, sia dallo Stato che dai datori di lavoro, come dimostrano emblematicamente i casi della Germania e del Regno Unito. 
 
In conclusione, voi cosa proponete al posto del reddito di cittadinanza? 
 
Crediamo che si stia sviluppando una attenzione che prima non c’era sul tema del reddito minimo garantito come misura di intervento sociale e che si possa passare da una attesa delle concessioni da parte di chi governa alla pretesa sociale di un diritto ad un’esistenza dignitosa, indipendentemente dalla forma. Se si intende realizzare il reddito di cittadinanza è necessario spostare il baricentro dalla coazione al lavoro alla predisposizione di strumenti idonei a incentivare e valorizzare l’autonomia della scelte di vita anche alternative a quella del lavoro e l'impegno nelle tante altre attività: sociali, culturali, politiche, sportive, che possono alimentare le capacità personali e sociali di fuoruscita dalle condizioni di povertà. 


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