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2009 E 2016, IL DOPPIO SISMA A CAMPOTOSTO:
SOGNI E PAURE INTORNO AL LAGO CHE TREMA

Pubblicazione: 06 aprile 2017 alle ore 07:00

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CAMPOTOSTO - Otto anni dopo da quella notte del 6 aprile 2009, c'erano anche tanti cittadini di Campotosto (L'Aquila) e delle sue frazioni a sfilare nel silenzio, con una fiaccola in mano, per le vie dell’Aquila. La tragedia del 2009 ha colpito anche loro, certo. Ma per questa gente di montagna, che vive nei fatati ulttili lembi occidentali del Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga,  la liturgia laica della fiaccolata della memoria ha un significato ulteriore.

Sono sfollati due volte, a seguito di altri terremoti: quello del 24 agosto 2016, e poi del 18 gennaio di quest'anno, che hanno portato la morte e la distruzione nella vicina Amatrice e hanno sconquassato 140 comuni del Centro Italia.

Ora molti di loro sono alloggiati negli alloggi antisismici del progetto C.a.s.e. e negli alberghi del capoluogo. E c’è rabbia e sconforto nei loro occhi. Quella che non hanno più molti aquilani che sono tornati nella casa ricostruita, hanno superato il trauma e hanno ritrovato una sorta di normalità, mentre altri sono diventati smaccatamente ricchi grazie alla ricostruzione.

Camposto, Mascioni, Poggio Cancelli e Ortolano sono ora deserti o quasi, sono fuggiti i turisti, e i paesani  delle seconde case che vivono in buona parte a Roma non sanno come tornare. Da otto anni, poi, non si vedono le gru che, invece, svettano sul capoluogo. Il nuovo sisma non ha fatto che aggiungere macerie su macerie, che restano immobili come il lago e i monti innevati della Laga e del Gran Sasso che si guardano da lontano in uno degli altopiani più belli dell’Appennino, dove il Prco nazioane ne ha presidiato la bellezza.

C’è chi, però, a Campotosto non va via. Controcorrente, come quando anni fa era tornata per fare un mestiere antico, la tessitrice, lo stesso che faceva la nonna, e tante donne del paese, a coronamento della filiera della lana. Un mestiere che dopo il declino e l’oblio della civiltà della montagna anche per i paesani era diventato una stramberia, una perdita di tempo.

Assunta Perilli il suo nome, che proprio qualche giorno fa ha tessuto il kilt donato dalla comunità di Amatrice al principe Carlo d’Inghilterra che è venuto a fare una regale passeggiata tra le macerie con aria contrita, per poi ritrovare il sorriso davanti a un piatto fumante di amatriciana.

La sua bottega è sul limitare della zona rossa, poco distante dalla piazza dove l’alto campanile svetta tra mucchi di pietre circondato dal silenzio rotto solo dalle camionette dei vigili del fuoco.

"Di mestiere facevo l'archeologa, poi nel 2001 mettendo a posto la cantina della casa di famiglia qui a Campotosto ho ritrovato il telaio di mia nonna che era morta da tre anni. L'ho fatto riparare e mi sono appellata alle anziane donne del paese pregandole di insegnarmi il mestiere - racconta Assunta - I paesani pensavano che fossi impazzita, 'ma come, Assunta ha studiato e ora si mette a tessere?', dicevano. Solo le nonne hanno capito il mio progetto ed è stata una sfida, volevano dimostrarmi che non sarei mai stata capace. Ma io che sono montanara come loro ho acettato la sfida. Siamo state due anni dentro questa bottega, loro a insegnare, io a imparare l'arte della tessitura a mano, della filatura della lana, e anche della filiera del lino, che è il nostro fiore all'occhiello".

Molti cronisti e inviati nei luoghi del sisma hanno visitato, in questi interminabili anni, la sua bottega. Troppo ghiotta per imbastire la trama di un reportage, la metafora offerta dal suo splendido telaio, quella dei fili che si riannodano, del tessuto sociale che si ricostituisce. Ma soprattutto ora questa metafora, oltre che infeltrita dall’eccessivo utilizzo, non si attaglia nemmeno alla realtà.

"Qui ci guardiamo negli occhi e diciamo ‘andiamocene, che restiamo a fare’, lo scoramento è tanto. Pensavamo che il nostro terremoto fosse stato quello del 2009. l lavori non sono mai cominciati, solo qualche aggregato e basta. Molti cantieri, ci avevano assicurato, dovevano finalmente partire quest’anno. E invece sono arrivati altri terremoti, a rendere tutto più difficile - spiega Assunta - Il sisma di Amatrice per noi è stato un trauma, perché Amatrice è il nostro fratello grande, il nostro punto di riferimento, più dell'Aquila. Dal 24 agosto nessuno ha più dormito in casa qui a Campotosto. Poi è arrivata la scossa di gennaio. Nel momento peggiore, quando qui eravamo bloccati in casa da metri di neve e non potevi scappare nemmeno dalla finestra. I paesani che vivono a Roma ci dicono di resistere, di non mollare, ma è facile dirlo se non abiti qui, perché è davvero dura".

Nella vicina Mascioni non c’è un paesaggio di desolazione. Molte case, è vero, sono inagibili, altre hanno però resistito e sono agibili. Il problema è che rimangono comunque vuote, perché il territorio in questi mesi è stato tormentato da migliaia di scosse. Una significativa percentuale dei paesani di Mascioni, una decina, passa il tempo dentro il bar a chiacchierare e a giocare a tre sette. Il bar è della signora Giuseppina Alimonti, che vende anche un ottimo pecorino a prezzi modici, rispetto a quelli propinati nelle boutique metropolitane delle pizze di cacio griffate.

Lei si ricorda ancora quando ogni anno si trasferiva nel Viterbese, assieme alle greggi di famiglia per la transumanza autunnale, per tornare sui pascoli di Campotosto a primavera.

"Prima era meglio, con le pecore potevi viverci bene - spiega servendo l’ennesimo giro di genziane ai giocatori di carte - Ora anche i pastori stanno finendo, sembra un mestiere facile, ma non lo è. E poi con tutte queste leggi e queste tasse ti fanno passare la voglia".

A dare una mano al bar anche Gaetana D’Alessio, che è il vice sindaco di Campotosto.

“Siamo rimasti in pochi, questo il vero problema, ma del resto le casette post-sismiche che abbiamo a disposizione, quelle realizzate del 2009, sono tutte piene, e tantissime persone sono ora sfollate all’Aquila e comunque lontano da qui - è il suo grido d'allarme - Abbiamo bisogno di altre strutture, dovrebbero darci la possibilità di costruirci 'casette fai da te', come è stato possibile fare all'Aquila, ma i requisiti sono troppo stringenti, devi avere un tot di terreno che non molti posseggono. Il bar viene aperto solo per non tenerlo chiuso, ma non ci sono clienti a sufficienza.Non si chiude solo per incontrarsi, per stare insieme".

Aggrapparsi al provvisorio per ritrovare una stabilità: lo sa bene anche la signora Giuseppina Angelone. Il suo bar è stato distrutto dal sisma di gennaio e, forzando un po’ le cose, ha riaperto dentro un container lungo la strada all’ingresso del paese.

"Abbiamo trovato noi il terreno e ci abbiamo messo sopra questo container. Non potevamo aspettare, con qualcosa dovevamo pur ripartire - esclama - I miei figli non hanno lavoro, e anche mio marito lo ha perso, visto che il cantiere edile dove lavorava ha chiuso dopo l'ultimo terremoto, e ora si trova in zona rossa. L'economia sta a zero, adesso, non solo per noi commercianti, visto che i turisti non ci sono più. Ma anche per le piccole imprese, visto che dal 2009 di lavori qui a Campotosto ne sono partiti ben pochi”.

Un segno profondo lasciato dal terremoto è anche il lago semi svuotato. Per ragioni di sicurezza, per testare la sicurezza delle dighe, dopo il discutibile allarme lanciato dalla commissione Grandi rischi che ha evocato il "rischio Vajont" proprio nel bel mezzo delle drammatiche ore dell'emergenza neve e sisma di gennaio.

Il paesaggio sembra così più nudo e indifeso. Le montagne e i boschi davanti a Campotosto non sanno più dove specchiarsi. Ed è sorprendente quanto il lago sia importante per questa gente, quanto le sue acque chete riescano a ispirare sogni, che oggi più che mai sono l’unica certezza.

"Rispetto ad altri paesi abbiamo sempre pensato che noi siamo si terremotati, ma in compenso abbiamo il lago. Che è rimasto selvaggio - riflette Assunta - E a me piace così, perché questo è il suo vero fascino, la sua attrattiva. È un bene che non sia diventato un grande villaggio turistico. Del resto se un turista vuole andare a ballare in discoteca può andare a Rimini. Il mio sogno? Beh, uno in fondo l’ho già realizzato, far rinascere l’arte della tessitura di alta montagna in alta montagna. La gente viene in bottega e mi chiede 'ma vivi tutto l’anno in questo posto, vendi solo qui?' Io rispondo di si, perché altrove per me non avrebbe senso".

"Il mio sogno  - a parlare è Giuseppina - è vivere in un bellissimo paese di montagna, con tanti chalet di legno, sicuri sismicamente e caldi, con più alberghi, ristoranti e negozi, per accogliere tanti turisti. Ma soprattutto serve un paese più unito e più concorde. Dobbiamo aiutarci tra noi, la cosa più stupida ora sarebbe fare una guerra tra poveri".



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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