I DATI SHOCK DELL'ISTITUTO SUPERIORE DI SANITA' ALLA VIGILIA DEL PROCESSO

A BUSSI UN SECOLO DI INQUINAMENTO,''PIOMBO
NEL FIUME QUANDO TUTTA EUROPA LO VIETAVA''

Pubblicazione: 10 gennaio 2017 alle ore 07:00

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BUSSI SUL TIRINO - L'inquinamento dal polo chimico di Bussi sul Tirino (Pescara) è iniziato con l'avvio dell'industria, all'inizio del Novecento, è stato evidenziato dalle prime analisi sulle acque all'inizio degli anni Settanta, ma è stato ignorato per i successivi trent'anni. Fino al 2007, quando la Forestale ha scoperto e messo i sigilli a quella che poi passerà alla storia come la discarica dei veleni più grande d'Europa.

Il dato è messo nero su bianco nella relazione dell'Istituto superiore di Sanità, a cura di Riccardo Crebelli e Luca Lucentini, consulenti dell'Avvocatura dello Stato nel processo sulla mega discarica dei veleni, alla quale hanno lavorato assieme agli esperti del Reparto di epidemiologia ambientale Pietro Comba e Ivano Iavarone, e del Reparto igiene delle acque interne Mirko Baghino ed Enrico Veschetti.

Un faldone di quasi cento pagine in cui è racchiusa un'analisi in merito alla pericolosità per la salute umana dei fenomeni di contaminazione delle acque nel sito di Bussi, che suggella come il "rilascio incontrollato nell'ambiente di solventi organoclorurati" sia durato almeno cinquant'anni.

Il processo, approdato in Corte d'Assise d'Appello dell'Aquila, riprende l'11 gennaio con le requisitorie dei procuratori generali Romolo Como e Domenico Castellani.

"La serie di azioni poste in essere nei siti di interesse, specificamente nel sito industriale e nella megadiscarica - è la conclusione a cui è giunto il gruppo di lavoro interdisciplinare - ha pregiudicato, con una notevole sinergia, tutti gli elementi fondamentali che presiedono e garantiscono la sicurezza delle acque, determinando così un pericolo reale e concreto per la salute degli utilizzatori e consumatori delle acque cui è anche mancata ogni informazione rispetto ai potenziali rischi per la salute associati al consumo di tali acque e cui pertanto era preclusa la possibilità di adottare misure specifiche di prevenzione e mitigazione di tali rischi".

Per gli esperti, "la qualità e la protezione della risorsa di origine è stata indiscutibilmente, significativamente e persistentemente compromessa, per effetto dello svolgersi di attività industriali di straordinario impatto ambientale in aree ad alto rischio per la falda acquifera e per le azioni incontrollate di sversamento e trattamento rifiuti che si evincono già dagli anni ’70-’80, e sono indirettamente accertate negli anni pregressi".

Ed "in considerazione della localizzazione delle molteplici sorgenti inquinanti diffuse, della combinazione di carichi inquinanti provenienti dalle due principali aree di inquinamento (sito industriale lungo il fiume Tirino e mega discarica lungo il fiume Pescara sino all’altezza della confluenza dei due corsi d’acqua), della vicinanza delle sorgenti inquinanti alla falda, che hanno contribuito a pregiudicare la qualità dell’intero acquifero sotterraneo".

Le acque sotterranee che si credevano di ottima qualità, "attinte almeno dagli anni ’80 dal campo Pozzi Sant'Angelo", per gli esperti dell'Istituto superiore di sanità, "non sono state oggetto di alcun trattamento negli anni antecedenti al 2006", e nonostante fossero già emerse "informazioni sulla contaminazione da organoalogenati le acque non sono state trattate e, in tempi successivi, sono state trattate con scarsa efficienza nella rimozione degli inquinanti".

Così, a circa 700mila consumatori, praticamente i due terzi dell'Abruzzo, è stata distribuita "acqua contaminata acqua contaminata da miscele di sostanze di accertata tossicità". E, la cosa più agghiacciante, "senza limitazioni d’uso e controllo anche per fasce a rischio di popolazione o utenze sensibili (scuole, ospedali)".

Inoltre, la combinazione tra "attività di contaminazione massiva e continuativa delle falde e omissione di ogni comunicazione sui rischi hanno pregiudicato le attività di sorveglianza e di controllo sugli inquinanti che avrebbe potuto consentire l’attivazione di misure di risposta adeguate in termini di mitigazione o gestione dei rischi".

"La gran parte degli inquinanti di cui trattasi - scrivono gli esperti nella relazione - non sono infatti oggetto di routinario controllo e la loro ricerca avviene ad opera del gestore idrico e delle autorità sanitarie solo laddove c’è ragione di sospettare una potenziale azione di inquinamento".

Secondo lo studio, "la mancanza di sorveglianza e controllo (inadeguata per qualità e quantità dei monitoraggi) ha pregiudicato l’attuazione di trattamenti di rimozione degli inquinanti e le eventuali misure di protezione dei consumatori, oltre che la dovuta informazione agli individui inconsapevolmente esposti".

"In tale complesso scenario di significativo rischio ambientale e sanitario, gli elementi di definizione della pericolosità per la salute correlati all’utilizzo delle acque e le valutazioni effettuate in merito, sono anche evidentemente affetti da notevole sottostima, in quanto basati su limitati elementi informativi, in molti casi acquisiti con notevole distanza temporale rispetto ai fenomeni da controllare, in merito ai cicli produttivi insistenti nelle aree, caratterizzazione e gestione delle scorie e rifiuti, dei territori interessati, dati di contaminazione rilevati nel tempo sulle matrici ambientali (tenendo anche conto delle caratteristiche delle sostanze e del loro destino ambientale che può comportare la degradazione dei composti originari), concentrazioni e tempi di esposizione della popolazione agli inquinanti".

"Il controllo effettuato sul prodotto finito, nella fattispecie acqua distribuita - si legge nella relazione - oltre ad attestare evidenza di pericolo sulla salute per la molteplicità e i livelli di sostanze tossiche e pericolose riscontrate, rappresenta solo in parte, probabilmente minima, lo scenario di rischio cui i consumatori sono stati esposti".

PIOMBO NEL FIUME QUANDO TUTTA EUROPA LO VIETAVA

Dalla corposa relazione dell'Istituto superiore di sanità, emerge poi come "lo scarico di rifiuti industriali, senza alcun tipo di sistema di abbattimento del piombo", negli anni 1971, 1972 e 1973, avveniva "direttamente nel fiume Tirino".

Sono gli anni in cui in tutta Europa, grazie a direttive comunitarie e nazionali, si procede a ridurre consistenemente le sorgenti di emissione del piombo nelle vernici, prodotti del petrolio, materiali a contatto coi prodotti alimentari e le acque potabili.

Va in controtendenza il sito di Bussi sul Tirino, dove "le attività produttive e la gestione non controllata ed illecita delle scorie a base di piombo - scrivono gli esperti - attestano con chiara evidenza che negli stessi anni si verificava nelle aree industriali e nei territori circostanti una massiva contaminazione di tutte le matrici ambientali".

L'analisi si basa tuttavia su dati parziali, perché "frutto di monitoraggio tardivo o molto tardivo rispetto alle attività di rilascio dei rifiuti".

MERCURIO NELLA VERDURA E NELL'OLIO D'OLIVA

Uno studio del 1981, che ha preso in esame alcuni vegetali coltivati nei pressi del fiume Pescara, citato nello studio dell'Iss, ha rinvenuto concentrazioni medie di mercurio già all'epoca considerate medio-alte.

"Oggi basandoci su una consistente base di informazione possiamo valutare i valori medi riscontrati come 44-150 volte superiori alle concentrazioni tipicamente riscontrate nell'alimento in Europa", scrivono gli esperti.

"Lo sversamento incontrollato e massivo di mercurio nel sito di Bussi - è la conclusione a cui sono giunti - ha avuto luogo sin dal 1902 protraendosi fino agli anni '90 in corrispondenza con le attività legate all'impianto per produzione di cloro-soda".

"La tossicità del mercurio - ricordano - è largamente nota almeno dal 1956, anno in cui ebbe luogo una intossicazione massiva nella località giapponese di Minamata con migliaia di vittime. Il mercurio è inserito tra le 25 sostanze riconosciute come "sostanze pericolose prioritarie'".



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