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A FOSSA LA RICOSTRUZIONE DI UN AGGREGATO
FERMA DA 19 MESI PER LA BUROCRAZIA

Pubblicazione: 15 aprile 2017 alle ore 08:30

Una foto scattata i primi giorni del cantiere, nel settembre 2015
di

FOSSA - Otto anni dal terremoto, di cui quasi due trascorsi inutilmente, con un cantiere che avrebbe potuto restituirgli casa, inesorabilmente fermo da ormai 19 mesi.

È l'odissea di otto famiglie che a causa della burocrazia e degli assurdi vincoli imposti dalla soprintendenza ancora non si vedono ricostruita la propria abitazione.

Si tratta di un aggregato edilizio a Fossa Osteria (L'Aquila), dove i lavori, iniziati il 22 settembre 2015 con la demolizione dei fabbricati, si sono fermati pochi giorni dopo a causa del ritrovamento di un'antica strada romana, che insiste a qualche metro di profondità proprio sotto le case abbattute ma che si estende anche al di sotto dell'attuale strada provinciale.

Anche i lavori di ampliamento di quest'ultima, da tempo programmati dalla Provincia, sono di conseguenza stati bloccati, con notevoli disagi per la viabilità locale.

A nulla sono servite le modifiche al progetto, imposte dalla soprintendenza, e neppure il fatto che i proprietari si siano dichiarati disponibili a farsi carico dell'acquisto di alcuni terreni prospicienti per assecondare le esigenze di tutela del bene archeologico, di fatto arretrando le case rispetto alla posizione originale: di riunione in riunione, ad oggi il cantiere è ancora al palo.

Ulteriori lungaggini sono poi derivate dal fatto che la strada romana si è scoperto arrivasse fin sotto l'attuale strada provinciale, che in quel tratto sarebbe dovuta essere ampliata perché considerata pericolosa a causa di una strettoia. È per questo che il Comune aveva anche previsto l'abbattimento di alcuni vecchi fabbricati, ormai da tempo espropriati.

Nonostante tutto, il progetto modificato ancora non ottiene il nulla osta dalla soprintendenza e la strada è ancora interrotta, l'ipotesi di un tracciato alternativo, pure chiesto dalla soprintendenza alla Provincia, non è considerato percorribile a causa della presenza di case ristrutturate e abitate, e alcune famiglie che sono rientrate riescono a raggiungere la propria abitazione solo a piedi.

Le otto famiglie hanno fatto appello agli enti, ma a più di un anno e mezzo ancora non si riesce a trovare una soluzione che sblocchi l'avvio dei lavori di ricostruzione e gli consenta di rientrare in possesso dei propri beni.

L'ipotesi della sostituzione edilizia, che sin dall'inizio hanno scongiurato per l'attaccamento al paese, non è comunque considerata praticabile visto che alcune di loro fanno osservare come gran parte del territorio comunale si trovi in aree alluvionali, nonostante il Piano regolatore abbia previsto l'edificabilità. E c'è chi teme che, visto che lo scavo è aperto da ormai un anno e mezzo ed esposto alle intemperie, possa franare la scarpata sulla quale ci sono delle abitazioni.

C'è poi chi fa notare come l'attenzione verso la tutela dei beni archeologici, di per sè apprezzabile, faccia il paio, non solo con un comune interamente edificato sulla vecchia città romana di Aveia, ma con lo stato di semiabbandono in cui versa la Necropoli, sito dei Vestini, che a stento il Comune, con enormi sforzi e a proprie spese, riesce sporadicamente ad aprire al pubblico.

Neanche a dirlo, infatti, da quanto si apprende resta l'incognita su quale ente dovrà farsi carico di finanziare l'ipotetica valorizzazione dei reperti archeologici tornati alla luce.

La stasi, poi, sta creando tensioni anche con l'impresa che si era accaparrata i lavori, che aveva organizzato i turni e aperto il cantiere, con tutte le conseguenze, anche piuttosto onerose, che questo comporta.

Una matassa difficile da sbrogliare, se si considera che, visti i ritardi, quando ci si deciderà a partire non sarà semplice far convivere due cantieri attigui senza che la strada resti interrotta.



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