ABRUZZOROCK: LUI, LEI E IL PADRE; ECCO I DEM
L'IMPRESA ''MUSICALE FAMILIARE'' MADE IN L'AQUILA

Pubblicazione: 03 giugno 2013 alle ore 08:07

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L'AQUILA - Una voce di donna, calda e suadente, che riporta alla mente scene di uomini e donne neri, immersi nelle piantagioni di cotone, o a un locale fumoso, di qualunque sobborgo del sud degli Stati Uniti.

E invece i Dem rockblues trio nascono all'Aquila, in un appartamento di una casa appena ristrutturata del quartiere di San Giuliano. Sono Davide Zanini, Elena D'Ascenzo e Marco Zanini che hanno preso il nome mettendo insieme le iniziali del loro nome, ma anche dall'inglese pronunciata all'italiana “them”, “loro”, e anche dall'aquilano “dobbiamo”, perché “dobbiamo pur lavorare”, “dobbiamo pur mangiare”.

“Siamo un'impresa musicale familiare - spiega Davide Zanini ad AbruzzoWeb - Io ed Elena siamo fidanzati da molti anni, mentre Marco Zanini è mio padre. Non è facile trovare una situazione del genere nel nostro mondo, ma riteniamo essenziale che per trasmettere emozioni al pubblico, prima di tutto ci devono essere sentimenti forti tra di noi”.

I Dem hanno un anno e mezzo di vita, 18 mesi in cui hanno avuto modo di farsi sentire in qualche locale aquilano, e in qualche evento autofinanziato, “ma non è facile trovare chi sia disposto a pagare, perché in questa città non c'è la concezione di musicista professionista. Vige la regola del 'più gente porti a bere, più suoni'. E questo a noi non piace”.

Da cosa nasce il vostro nome?

Il nostro nome preciso è Dem rockblues trio. Ci sono io, Davide, poi la mia compagna Elena e mio padre Marco. Dem nasce dalle iniziali del nostro nome. L'idea è venuta a mio padre, “Them” in inglese maccheronico sta per “loro” oppure dem “dobbiamo” come dobbiamo lavorare, dobbiamo pur mangiare, in aquilano. Il nostro gruppo ha tre significati, chiunque può aggiungerne un altro.

Che musica fate?

Proponiamo sia cover che pezzi nostri che rientrano tutti nel genere rock blues. Il pezzo più blues di tutti è They call it stormy monday, dei T-bone Walker, è il più classico che facciamo. Le cover che scegliamo non sono le più conosciute perché ci piace riarrangiarle, e le misconosciute ci danno modo di spaziare di più con la fantasia.

Cosa sono i Dem? Che ruoli avete nel gruppo?

I Dem sono un'impresa musicale familiare. Elena canta la maggior parte dei pezzi, io e mio padre ne cantiamo pochi o facciamo il coro, serviamo soprattutto da intermezzo per far riposare la voce femminile. Mio padre è la chitarra elettrica principale, lui è l'addetto agli assoli. Io sto alle percussioni con le congas e lo djembè. In qualche canzone Elena suona con l'acustica e le restanti le fa con l'elettrica.

Chi scrive i testi?

Di solito si parte da idee di Elena inerenti al testo e alla musica iniziale. Li sottopone a me e infine a papà, che gli dà una forma finale. Solo in quel momento diventano pezzi completi.

Perché la scelta di creare un'”impresa familiare musicale”?

È una cosa non molto usuale nel mondo della musica, però pensiamo che se si devono trasmettere emozioni al pubblico devono prima esserci emozioni tra i componenti del gruppo. Poi ci piace molto lavorare insieme.

Quando siete “nati”?

Il primo concerto l'abbiamo fatto a luglio dell'anno scorso a Paganica (L'Aquila) ma abbiamo iniziato a suonare da gennaio 2012, abbiamo un anno e mezzo di vita. Inzialmente c'era anche un quarto membro ma insieme non funzionavamo. Quando lui è andato via abbiamo sacrificato il basso siamo rimasti in tre.

Dove fate le prove?

Suoniamo a casa, a San Giuliano con volumi molto bassi e per fortuna ancora non viene nessuno a bussare alla porta, protestando. Se avessimo dovuto pagare una sala prove ogni volta che facevamo le prove, saremmo diventati poveri. Cerchiamo di esercitarci il più possibile, molte ore al giorno.

Dove avete suonato?

L'anno scorso abbiamo suonato a Paganica in quello che prima si chiamava bar Gran Sasso, poi al bar Del Corso, al Sette Fonti di Prata D'Ansidonia, dove risuoneremo anche il 31 maggio prossimo. Abbiamo partecipato a un contest a Giulianello e a una manifestazione chiamata “Ciao Frà” a San Demetrio Ne' Vestini, poi al May Day il primo maggio di quest'anno. Speriamo ci sarà un ricco palinsesto estivo.

Com'è la scena musicale aquilana?

L'impressione che abbiamo è che non si punti alla qualità ma alla quantità di persone che si riesce a portare in un locale. La maggior parte dei titolari delle attività fa il discorso “quante persone mi porti?” che per noi è offensivo. Io non sono un addetto alle pubbliche relazioni, sono un musicista. Per questo, non a caso, suonano sempre le stesse band. Perché hanno una certa schiera di gente che può stare sempre in giro a bere birra, vita che a molti è preclusa. Cosi sopravvivono loro e i locali. Per noi invece è un lavoro vero e proprio, impegniamo molte ore della giornata. Molti gruppi, poi, suonano per hobby e non si fanno pagare, anche per questo sono molto più conosciuti in giro, ma alla base c'è un'altra idea di musica, per qualcun altro, come noi, è un lavoro ed è normale chiedere di essere retribuiti. Molti gestori dicono “noi ci divertiamo e voi vi divertite” e noi scegliamo di non andare per niente.

Come si potrebbe ovviare a questo impasse?

Per cambiare la situazione ci potrebbe essere un'agenzia musicale che fa da intermediario tra musicisti e locali. Sarebbe già un passo avanti. Non nego che i pub abbiano i loro problemi, all'Aquila non è facile vivere per nessuno. Per cui non è un problema facilmente risolvibile. Consiglierei alla gente di ascoltare buona musica, o non giudicare i musicisti da quanto costano gli strumenti. Purtroppo c'è anche questo fattore.

Fuori L'Aquila vi siete fatti notare?

Abbiamo partecipato a un festival a Giulianello, in provincia di Latina, dedicato a persone che fanno pezzi propri. Ci è piaciuto sin da subito perché c'è una giuria tecnica, non vince solo chi si porta più pubblico. Noi abbiamo vinto le prime qualificazioni. Per noi è stata la serata che ha rappresentato un punto di svolta a livello morale, abbiamo conosciuto altri gruppi che ci hanno votato e hanno apprezzato la nostra musica. Abituati all'indifferenza, vederci votare sembrava quasi un sogno, tanto che pensavamo ci stessero prendendo in giro. Quella è stata la serata migliore che ci sia capitata in un momento di depressione. Soprattutto sapendo quando lavoro che c'è tanto lavoro dietro tutto quello che facciamo.



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