ANDREA BAFILE, L'UOMO PRIMA DELL'EROE:
IL RICORDO NELLE PAROLE DELL'ULTIMO NIPOTE

Pubblicazione: 09 aprile 2018 alle ore 06:45

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L’AQUILA - Quando al cardinale aquilano Corrado Bafile fu chiesto di scrivere la prefazione per un libro dedicato al tenente di vascello Andrea Bafile, nato a Monticchio, frazione dell’Aquila, il 7 ottobre 1878 e morto sul fronte del Piave nella notte tra l’11 e il 12 marzo del 1918, questi decise di lasciare spazio, nelle parole, all’uomo prima che all’eroe.

E Andrea Bafile, medaglia d’oro, d’argento e di bronzo al valor militare, era proprio questo: un uomo coraggioso e altruista, oltre che un soldato, che non esitò in più occasioni a mettere la propria vita a repentaglio per salvare quella di colleghi, commilitoni o civili che fossero.

Il cardinal Bafile, scomparso nel 2005 alla veneranda età di 102 anni, era il fratello minore del pluridecorato militare venuto a mancare 87 anni prima, uno dei 12 figli del dottor Vincenzo e della signora Maddalena Tedeschini-D’Annibale.

Nel centenario della morte del tenente, celebrato di recente, accanto ai numerosi eventi organizzati per ricordare una figura che ha lasciato il segno per lo sprezzo del pericolo e per la generosità con cui andava incontro al sacrificio pur di preservare altre vite, AbruzzoWeb ha raccolto un’altra testimonianza che forse più di tutte può descrivere l’umanità di Bafile, gli episodi meno conosciuti della sua vita, dopo aver militato tra le fila della Regia Marina, dell’Aviazione e dell’Esercito: quella del suo ultimo nipote, Camillo Berardi, anch’egli aquilano.

Sua nonna, Pia Bafile, era sorella del militare, che non era sposato e non aveva figli.

“Mia nonna è morta quando avevo sei anni - racconta Berardi - ma io frequentavo spesso il cardinal Bafile. Con lui, in tre anni, abbiamo raccolto e catalogato tutta la documentazione relativa al fratello pluridecorato, documenti che poi la famiglia ha donato alla biblioteca provinciale ‘Salvatore Tommasi’ dell’Aquila per la creazione di un fondo archivistico intitolato proprio alla sua memoria”.

Un fondo che raccoglie tutto, dagli episodi che sono valsi le medaglie al valore alla sua amicizia stretta con Gabriele D’Annunzio che scrisse per lui il libro La Beffa di Buccari, con i cui proventi della vendita voleva finanziare la realizzazione di un busto in bronzo per commemorare l’amico fraterno morto in guerra, come recita un capoverso nelle ultime pagine del libro stesso.

“Tra le carte di mio zio c’erano molte lettere scambiate con D’Annunzio - ricorda ancora Camillo Berardi - una corrispondenza amichevole nata dopo un’azione in battaglia che valse a tutto l’equipaggio dello stormo di aerei, la medaglia di bronzo al valor militare”.

L’incursione aerea in questione riguardava l’attacco alla base navale austro-ungarica di Cattaro, sulla sponda montenegrina del mare Adriatico: era l’ottobre del 1917, quando quattordici trimotori Caproni c3 si alzarono in volo per coprire i quattrocento chilometri di distanza che separavano la base di Gioia del Colle (Bari) da Cattaro, in Montenegro, e sganciare le bombe sull’approdo dei sommergibili e delle navi torpediniere.

“Andrea Bafile era all’epoca ufficiale ingegnere della Marina - spiega il nipote - Quando fu deciso di mettere in atto il bombardamento, fu chiamato a Gioia del Colle per collocare, sugli aerei che dovevano partecipare alla spedizione, alcuni strumenti della navigazione marittima, modificati e adattati per consentire ai trimotori il volo notturno. Si trattava infatti di velivoli in grado di effettuare, fino a quel momento, solo il volo a vista”.

“Quindi installò tutte le bussole, tutti gli apparecchi che servivano per le navi. E per aver fatto questa cosa D’Annunzio lo invitò a partecipare all’azione. Bafile aveva anche il brevetto da pilota e pur sapendo di rischiare la vita, accettò di prendere parte all’incursione”.

Il successo più grande fu veder tornare alla base intatti, sani e salvi, tutti gli aerei e gli uomini dell’equipaggio.

Il Vate rinominò Gioia del Colle in Gioia della Vittoria.

Bafile, del resto, si preoccupava dell’incolumità dei suoi sottoposti. Di quelle persone che, militari, avevano a casa qualcuno che li aspettava, mogli, figli, famiglie. Era sempre lui il primo della fila, era ancora lui a farsi avanti nelle situazioni di pericolo.

L’episodio che gli valse la medaglia d’argento al valor militare, assegnata non in tempo di guerra e quindi ancor più prestigiosa, riguardò, nel 1913, un incendio scoppiato a bordo della regia nave Quarto.

Il fuoco lambiva la Santa Barbara, ovvero la polveriera del battello dove erano stivate le munizioni, minacciando i marinai ma anche le navi vicine nel porto.

Bafile andò da solo a spegnere l’incendio.

Si fece calare nella ciminiera della nave per raggiungere la stiva e riuscì a domare le fiamme, senza mettere a rischio la vita dei suoi uomini.

Anche nella ricognizione, nella notte tra l’11 e il 12 marzo 1918, quando trovò poi la morte, l’atto di estremo coraggio fu l’andare a cercare uno dei suoi uomini che non era rientrato da un giro di avanscoperta prima di un attacco da sferrare alle truppe austriache.

Lo uccise una raffica di colpi, alle prime luci dell’alba, mentre attraversava il fiume Piave.

“Si disse, di lui, che morì sorridendo - è il ricordo di Berardi - perché gli era giunta appena in tempo la notizia che il suo soldato disperso era stato ritrovato e ancora in vita. Andrea Bafile, in punto di morte, si preoccupava di non essere riuscito a salvare uno dei suoi uomini e riuscì, comunque, a riferire i risultati della perlustrazione notturna per consentire al suo reparto di mettere in atto lo stesso l’azione di guerra”.

Doveva essere sepolto nel cimitero monumentale di Venezia, Gabriele D’Annunzio premeva con forza perché questo avvenisse, ma su di lui ebbero la meglio due abruzzesi che fecero in modo di far rientrare la salma e la tumularono, nel 1923, con una cerimonia imponente alla quale presero parte circa 10 mila persone, nel sacrario scavato a Guardiagrele (Chieti), nelle viscere della Majella.

Furono Raffarle Paolucci di Orsogna e l’onorevole Cristini di Guardiagrele, ad adoperarsi perché al posto di un milite ignoto qualsiasi fosse proprio Andrea Bafile a essere sepolto nel sacrario, considerandolo l’esempio di coraggio ed eroismo appartenuto a ben tre corpi militari: Marina, Aviazione e Fanteria.

E non si capisce per quale motivo nessuna intercessione si ebbe dall’Aquila, sua città natale.

Guardiagrele ebbe così l’onore di ospitare il corpo di Bafile, a Bocca di Valle, in una grotta che è un luogo carico di suggestioni, decorata dai colori smaltati e delicati delle maioliche dell’artista ortonese Basilio Cascella, tre giganteschi pannelli ceramici formati da 1400 mattonelle, un capolavoro dell’arte del capostipite della famiglia Cascella.

“Conosco il luogo da ragazzino - ricorda ancora Camillo Berardi - perché uno dei fratelli maggiori di Bafile, l’avvocato Ubaldo, terzo nell’ordine dei figli, quando io avevo circa sei anni, organizzò una gita invitando tutti i componenti della famiglia, che erano tantissimi, considerati i dodici figli, e io rimasi impressionato perché andammo proprio a Guardiagrele. Mio zio ci offrì questo viaggio in questo luogo suggestivo, lui prenotò dei taxi che arrivarono da Roma, io non li avevo mai visti, dei taxi immensi, giganteschi, con tre o quattro file di posti a sedere, delle macchine che sembravano americane e si impolverarono tutte con il bianco della strada ancora sterrata”.

La grotta di Guardiagrele è stata scavata con la partecipazione economica di tutto l’Abruzzo e il Molise, una specie di sottoscrizione da parte di tutte e due le regioni, ogni singolo cittadino versò il proprio obolo per omaggiare il milite Andrea Bafile.

Le celebrazioni per il centenario della morte proseguiranno nel corso dell'anno con due importanti eventi.

Oltre al raduno del 13 maggio, per settembre è previsto un viaggio sui luoghi del primo conflitto mondiale dove Bafile morì e sarà consegnato al museo navale di Venezia un modello del sacrario realizzato da Lucio Benfatto.

Lo Stato Maggiore ha già autorizzato l'esposizione.



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