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ARISCHIA E LA NON RICOSTRUZIONE: IL PAESE
CHE MUORE A OTTO ANNI DAL TERREMOTO

Pubblicazione: 07 aprile 2017 alle ore 07:30

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L’AQUILA – “Se le cose non cambiano, riconsegneremo le schede elettorali e chiederemo di passare al Comune di Pizzoli”: è il grido disperato degli abitanti che ancora resistono nella frazione semispopolata di Arischia, all’Aquila, dei commercianti che arrancano con le loro attività, di chi è stato costretto a lasciare le proprie case anche se agibili, per il pericolo rappresentato da edifici vicini, fatiscenti dal sisma del 2009.

Ad Arischia la ricostruzione, a otto anni dal devastante terremoto del 6 aprile, non ha portato gru né cantieri, se si escludono il parziale restauro della chiesa di San Benedetto Abate e un piccolo aggregato in centro storico, i cui lavori di ristrutturazione e miglioramento sismico sono partiti ufficialmente a fine gennaio ma vedono già un rallentamento perché si è in attesa del visto di autorizzazione al progetto esecutivo e quindi all’avvio delle opere strutturali, da parte degli uffici del Genio Civile.

Le quasi 50 ordinanze di sgombero per pericolo esterno emanate il 26 gennaio scorso dal Comune dell’Aquila, a seguito delle forti scosse di terremoto che hanno interessato la zona di Montereale e Campotosto, hanno costretto altrettante famiglie a lasciare le proprie abitazioni e a trasferirsi altrove, tra Sassa e Assergi, tra progetti C.a.s.e. e Map.

Gli alloggi antisismici costruiti nel 2009 in paese non erano infatti disponibili ad ospitare gli arischiesi sfollati, dopo lo sgombero preventivo, per questioni di sicurezza, determinato esattamente un anno fa con l’ordinanza numero 37 del 5 aprile 2016 del Comune dell’Aquila: il progetto C.a.s.e. di Arischia è stato costruito dalla stessa Ati di imprese che ha realizzato quello di Cese di Preturo, sotto sequestro per il crollo dei balconi.

Una nuova diaspora, quindi, per un borgo che vorrebbe difendere la propria comunità e il proprio tessuto sociale ma è messo a dura prova dagli avvenimenti e dalla burocrazia, in ultimo con l’esclusione dalle agevolazioni previste dal cratere sismico per un dettaglio tecnico che non considera la posizione geografica della frazione vicina ai territori colpiti e danneggiati dai recenti terremoti, ma la vede solo dal punto di vista amministrativo, e quindi appartenente al Comune dell’Aquila, che non rientra in questo secondo cratere sismico.

Le attività commerciali ancora aperte sono pressochè deserte. Il bar della piazza vuoto, alle 11 del mattino, l’alimentari con un paio di avventori, la macelleria in centro storico chiusa, il tabaccaio sorride amaramente dalla soglia del suo negozio, tra le case puntellate e diroccate.

“La mia attività non ha mai chiuso, nemmeno nel 2009 - racconta ad AbruzzoWeb il titolare, Luigi Rossi, le braccia incrociate sul camice bianco - Non ho ricevuto nessuna ordinanza di evacuazione, e resto qui. I clienti scarseggiano, ma qualcuno viene dalla parte periferica del paese”.

“Questa zona dove mi trovo non è così dal 18 gennaio, ma dal 2009 - continua sconsolato il signor Luigi - È dovuto andare via anche chi aveva la casa agibile. E ora la gente ha paura”.

Un’attività, quella di Luigi, che è aperta dal 1927, tramandata di generazione in generazione e che ora “non si sa fino a quando resisterà, perché le spese ci sono sempre”, dice.

Anche la signora Giuseppina Ciano, titolare di un minimarket poco distante dalla piazza del paese, aperto cinquant’anni fa, racconta che “si rischia la chiusura. Gli incassi sono più che dimezzati. Non c’è gente in paese che possa consentirci di andare avanti. Siamo passati da 1.600 abitanti a scarsi 600. E le tasse invece arrivano puntuali”.

Il piccolo centro storico è deserto. Surreale. L’unico rumore che capita di ascoltare è il suono dell’acqua che sgorga dalla fontana nella piazza.

Non ci sono transenne ma qui non si potrebbe passare, oltre l’ordinanza di sgombero delle abitazioni c’è anche la parziale chiusura delle vie del centro: dal restaurato palazzo dei Baroni Alfieri Ossorio, in cima al paese, per raggiungere la piazza basterebbe percorrere una breve discesa, invece bisogna fare un giro di un paio di chilometri e aggirare il borgo vecchio per sbucare di nuovo accanto alla parrocchiale.

“Tra una casa e l’altra, coperte da zaffate di cemento ci sono le rue, che anticamente servivano per lo scolo delle acque reflue – spiega ad AbruzzoWeb lo storico locale Abramo Colageo – Ma in realtà, se andiamo a vedere, qui ad Arischia di storico c’è poca cosa. Particolari che possono essere recuperati all’interno di una demolizione e ricostruzione. Il paese ha subito distruzioni ad ogni terremoto, nei secoli scorsi. L’unica cosa da fare è demolire e ricostruire secondo criteri antisismici”.

Anche gli scorci caratteristici, piccole piazzette in totale abbandono che mostrano ancora dettagli particolari come le balconate in legno di ispirazione longobarda ma di rifacimento recente, sono ormai mozziconi di ciò che il borgo di Arischia era.

La vecchia scuola maschile e femminile, i forni comunali dove si tenevano le aste per la concessione del permesso di cuocere il pane, la vecchia sede comunale addossata alla chiesa con annesse quelle che un tempo erano le carceri: in ogni angolo ci sono i segni di abbandono, di sassi e mattoni che attendono solo le ruspe per cadere a terra.

“Chiediamo che questo paese non venga rovinato più di quanto non sia già successo – afferma Elia Serpetti, presidente dell’Amministrazione separata dei beni di uso civico – il ripristino degli appartamenti del progetto C.a.s.e. sarebbe una boccata di ossigeno, permetterebbe di fare rientrare diverse famiglie ora costrette a vivere altrove. L’amministrazione usi civici è disponibile a contribuire con una somma di circa 60 mila euro ai lavori di ripristino degli alloggi, ci saremmo occupati noi dei lavori di ristrutturazione e le famiglie di Arischia non avrebbero dovuto lasciare il paese”.

E sulle pratiche di demolizione, ricostruzione e ristrutturazione, Elia Serpetti punta il dito su “ritardi e burocrazia, pratiche ferme da mesi se non da anni e intanto il paese muore. Questo non è un luogo che abbia particolari attrattive turistiche – aggiunge – località belle da visitare sono al di fuori del borgo, cioè la Valle del Chiarino, o la Murata del Diavolo. Ma qui, si doveva demolire e ricostruire. Ogni terremoto, se non si ragiona in questi termini, avrà gli stessi effetti dei precedenti. Noi rischiamo di preparare le tombe per i nostri figli”, è l’amaro commento.

In merito alle pratiche ferme per la frazione di Arischia, dal Comune risponde l’assessore alla ricostruzione Pietro Di Stefano che conferma come “le pratiche presentate per quel che riguarda Arischia sono state in tutto 29 e su queste solo 3 sono arrivate alla fase di cantierizzazione. Per le altre, sono state richieste documentazione e integrazioni dagli uffici Usra, e stiamo ancora attendendo che venga prodotto quanto richiesto”.

Oltre la chiesa parrocchiale di San Benedetto Abate che con una spesa di circa 917 mila euro è “in fase di parziale restauro – come conferma Don Bruno responsabile tecnico della curia aquilana – grazie ai fondi dell’otto per mille dell’Irpef che ci consentono di rendere nuovamente fruibile solo la navata centrale. Le opere e i reperti artistici sono stati presi in carico dalla Soprintendenza”, e il restaurato palazzo dei Baroni Ossorio, solo un piccolo aggregato è in fase di avvio dei lavori.

“Si tratta di abitazioni civili, non sottoposte a vincolo da parte dei beni culturali, che in circa due anni dovrebbero consentire a un paio di famiglie di tornare a vivere in paese – spiega l’architetto Livio Alloggia, progettista dei lavori – Il cantiere è ufficialmente partito il 26 gennaio ma solo con piccole opere di preparazione. Per l’avvio dei lavori strutturali, che riguarderanno un miglioramento sismico degli edifici pari al 60 per cento, bisogna purtroppo attendere l’autorizzazione del Genio Civile. Le nuove normative procedurali prevedono che senza questo visto non si possa procedere ei rischi sono di dover tardare i lavori ancora per diversi mesi. Quindi sforare i due anni previsti per il completamento del progetto”.

Le difficoltà non sono solo burocratiche ma anche operative: “I problemi che stiamo avendo sono legati alle ordinanze di chiusura delle strade del centro storico – spiega ancora l’architetto - ad esempio abbiamo dovuto chiedere l’accesso al cantiere dal lato di Via del Corso, con conseguenti problemi anche per il carico e scarico di mezzi e materiali. Come impresa c’è stata una deroga ma limitatamente al transito per le strade interessate dall’ordinanza, l’ingresso è stato comunque spostato in un lato non interessato da divieto di accesso”.

Ritardi, pratiche, ordinanze di sgombero, alloggi antisismici non disponibili, pochi bambini nelle scuole che rischiano la chiusura, commercianti in affanno: Arischia soffoca e annaspa nella non ricostruzione e i titolari delle attività scrivono alle istituzioni chiedendo un tavolo di incontro urgente per risolvere i problemi e permettere alla frazione di continuare a vivere, a otto anni dal terremoto.



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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