AVEZZANO: LA FORMULA DELLA RESIDENZA 'L'INCONTRO'
DI CARMINE BISCEGLIE, ''GLI ANZIANI COME IN FAMIGLIA''

Pubblicazione: 03 gennaio 2017 alle ore 11:40

L'ingresso della residenza

AVEZZANO - Una residenza per anziani ad Avezzano (L’Aquila) che abbina l’assistenza sanitaria alla riabilitazione fisica e alle attività per mantenere in forma la mente e la manualità degli ospiti.

Quella pensata da Carmine Bisceglie una quindicina d’anni fa, è una struttura integrata talmente innovativa che, spiega lui stesso, la Regione Abruzzo ha dovuto “adeguare” le sue norme per renderla compatibile e operativa, varando la legge 32 che “coglie in pieno il concetto di interazione, sia rispetto alle patologie che alla presenza di varie realtà sociali”, come spiega il fondatore nell’intervista ad AbruzzoWeb.

In via Dalla Chiesa, a pochi metri dall’ospedale, il centro residenziale ha 104 posti letto in camere singole e doppie, disponibilità di residence per ospitare i parenti, assistenza medica e riabilitativa, servizi di lavanderia e mensa. Al momento ci sono una sessantina di ospiti mentre il personale impiegato nelle varie branche è di 25 unità.

Bisceglie ha scelto di chiamare la sua residenza sociosanitaria “L’incontro” per simboleggiare l’unione di energie tra i giovani di ieri e di oggi, “fin da quando è nata nei primi anni del 2000 - spiega - abbiamo pensato che una interazione tra generazioni fosse importantissima e in una parte di questa struttura abbiamo pensato di collocare anche delle case famiglia per minori con disagi”.

La struttura ha una assistenza infermieristica 24 ore su 24, con medici geriatri, fisiatri e generici, oltre a un’attività che riguarda la riabilitazione, intesa come intervento per eliminare il degrado funzionale, con attività motorie e psicomotorie e di terapia occupazionale.

Un esempio, la realizzazione di lavoretti per Natale affidata agli ospiti assistiti dal personale specializzato che poi sono stati anche venduti in un mercatino.

La residenza ha portato anche lavoro nella città marsicana, specialmente tra i giovani. “Trovare professionalità in zona e anche fuori zona anche rispondessero alle esigenze di questa nuova cultura dell’intervento di servizio alla persona, non è stato facile - ricorda Bisceglie - Al di là degli aspetti di tipo culturale, di preparazione accademica, o di formazione professionale, mancava quella capacità di interagire in un contesto che era quello e soltanto quello”.

“Abbiamo così dovuto formare anche gli operatori, c’è voluto tempo, ma oggi abbiamo un servizio davvero soddisfacente - sottolinea - Chi viene a lavorare da noi sa che cosa deve fare e sa come interagire con gli anziani, che è la cosa più importante. La capacità di interazione può essere insegnata, la sensibilità no: o ce l’hai o non ce l’hai”.

Per il 2017, con l’uscita concreta dell’Abruzzo dal commissariamento della sanità, partiranno le procedure concrete per il convenzionamento della residenza.

“Cerchiamo di far accreditare una struttura privata che riesca a interagire con il pubblico anche da un punto di vista economico - rimarca il titolare - perché noi siamo convinti che, per stare sul territorio, si debbano rendere compatibili le risorse pubbliche e le risorse private, ma anche la capacità dell’imprenditore di ‘stare’ a questo tipo di interazione”.

Tra i giovani della struttura c’è anche la direttrice, Lilliam Annunziata, da poche settimane al lavoro al fianco di Bisceglie, molto motivata perché, spiega, “questo nuovo incarico mi consente di conoscere da vicino il mondo dell’assistenza agli anziani, di dare il mio contributo. Le nuove generazioni sono portatrici di idee nuove, di soluzioni alternative, anche creative”, sottolinea.

Entrando nella struttura è anche possibile addentrarsi nei meccanismi di funzionamento della parte di assistenza e riabilitazione ascoltando le testimonianze del personale.

È il caso dell’esperta infermiera Maria Rosaria Sala, che ricorda come “il personale infermieristico, non solo in questa struttura, ma ovunque si venga a contatto con le disabilità e con le persone anziane, debba avere innanzitutto una grande umanità: deve esserci grande partecipazione nell’interagire con le famiglie e soprattutto la capacità di riuscire a organizzare la parte sanitaria con la parte sociale”.

“La cosa più importante che chiede l’anziano quando viene istituzionalizzato è sentirsi in famiglia quindi, il nostro rapporto è prettamente quello di far sì che la persona, specialmente all’ingresso in queste strutture, si senta come se stesse nella propria abitazione - spiega poi - Cerchiamo di interagire con lui come se fossimo degli amici, colleghi, parenti, evitare lo stacco della professionalità nel paziente, perché altrimenti l’anziano non si aprirà mai, non potremo mai sapere le problematiche della persona”.

Tra coloro che si occupano delle attività di riabilitazione c’è Angiolina Di Ponzio. “I nonni passano la maggior parte della giornata, più o meno 8 ore, con me e con il fisioterapista nella palestra. Il fisioterapista si occupa della parte riabilitativa fisica, mentre con me si occupano di attività che portano a elaborare un oggetto finale e mantengono vive le attività cognitive dell’anziano”.

“Si parte dalla stesura di un progetto, di comune accordo, e lo si realizza man mano - prosegue - Lo realizziamo prettamente con materiali di recupero, in questi mesi con i cartoni delle uova abbiamo fatto delle rose e poi dei veri alberi di Natale di rose, o per esempio con delle bottiglie di plastica abbiamo fatto delle ghirlande natalizie”.

E tra gli ospiti della struttura ci sono personaggi e storie eccezionali. Come quella del “Marinaio”, tutti lo conoscono con questo nomignolo, Antonio Torturo, novant’anni suonati, originario di Tagliacozzo (L’Aquila), ma una vita passata a solcare gli oceani, come racconta a questo giornale.

“Sono stato prima alla Marina militare, poi a quella civile, mercantile. Ho passato una vita in giro per il mondo, in Sud America, in Nord America, Hong Kong, Macao, Shanghai - elenca con memoria di ferro - Il posto più bello che ho visitato? Il Messico. Al confine tra Stati Uniti e Messico c’è Tijuana, c’è la frontiera. Sono stato anche ‘di contrabbando’ negli Stati Uniti, poi sono entrato legalmente. Ho imparato lo spagnolo e il portoghese, una lingua dura”.

Il Marinaio non disdegnerebbe di riprendere il mare. “Ormai non vado più da nessuna parte, sono mezzo cieco, ma vorrei andare in Argentina, il Paese più buono, una terra allegra, piena di vita, la più allegra del mondo, la più bella del mondo, dove metà popolazione è italiana e l’altra metà è spagnola”, il suo sogno.

I giovani italiani all’estero? “Oggi si deve avere una buona professione per andare, perché l’emigrante che lavora di braccia è finito”, mentre per quelli che approdano in Italia “va bene l’accoglienza, ma bisogna pensare prima agli italiani per il lavoro, i diritti e i doveri, che ormai sono stati quasi cancellati. Io, se vado in Sud America, sono sempre un ‘gringo’, un forestiero”, conclude. Alberto Orsini



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