IL RIFORNITORE DI MATTEO: ''200 KILOWATT SONO PERFETTI, 4 MEGAWATT NO''
I LAVORI DI COSTRUZIONE DELLA CENTRALE AQUILANA SONO ANCORA BLOCCATI

BIOMASSE, L'ESPERTO: ''PORTA VANTAGGI
UN IMPIANTO PICCOLO, MEGA NON VA BENE''

Pubblicazione: 19 marzo 2017 alle ore 08:50

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L'AQUILA - Piccolo è bello, e anche utile. Il discorso vale anche per i "famigerati" impianti a biomasse, che in Abruzzo e altrove scatenano comitati cittadini contrari alla realizzazione di quelli che vengono definiti un po’ troppo sbrigativamente ecomostri e inceneritori, a prescindere.

Eppure basta spostarsi in Austria e Germania, soprattutto nelle aree montane, dove è la norma e non l’eccezione che le piccole comunità ricavino energia elettrica e calore a buon mercato per le loro case, con impianti che bruciano il cippato ricavato dalla pulitura dei boschi circostanti e da piantagioni dedicate, creando anche posti di lavoro.

A sentire gli esperti, tuttavia, questo modello virtuoso funziona solo con piccoli impianti, non superiori ai 200 kilowatt. Molto, molto più piccoli, per fare confronto tutt'altro che casuale, di quello che si vorrebbe realizzare a Bazzano, frazione dell’Aquila, che invece vorrebbe avere la capacità di ben 4 megawatt.

Per avere lumi su questa delicato argomento, AbruzzoWeb ha interpellato Federico Di Matteo, imprenditore chietino che rifornisce di cippato vari impianti a biomasse nel Centro e Sud Italia, in particolare quelli di Lucera, in Puglia, di Rieti nel Lazio e Termoli in Molise.

La sua impresa non fa altro che produrre il combustibile per gli impianti, con la ripulitura dei boschi, anche in funzione antincendio, e con piantagioni di alberi ad hoc, per poi rivendere il materiale tra i 3 e i 7 euro al quintale, in base alla qualità.

"Partiamo da una premessa: un piccolo impianto a biomasse, al massimo di 50 kilowatt, non crea problemi di inquinamento - spiega Di Matteo - grazie ai filtri di ultima generazioni e al sistema di recupero dei fumi, che abbattono le emissioni del 50 per cento. Certo, non esiste attività umana a impatto zero, ma in questo caso parliamo dell’inquinamento prodotto da poche automobili, o anche dai camini delle abitazioni".

I vantaggi però, ragiona Di Matteo, sono notevoli. “Per alimentarsi, un impianto da 200 kilowatt ha bisogno di 60 quintali di cippato al giorno, la quantità consumata da una ventina di stufe e camini casalinghi, che producono emissioni in atmosfera senza nemmeno filtri e sistemi di abbattimento, e sono anch'essi inquinanti. Una quantità di cippato che può essere prodotta in loco, in modo del tutto sostenibile. Basterebbe la ripulitura di massimo 100 ettari di sottobosco".

" Tra gestione dell’impianto, produzione e trasporto della materia prima, un impianto simile crea non meno di sette posti di lavoro - fa notare - L’energia prodotta viene poi riveduta alla rete, ma quello che è importante è produrre calore per alimentare la rete di riscaldamento locale, con abbattimento dei costi del 50 per cento. Le famiglie di quella comunità avrebbero così grandi vantaggi economici, soprattutto in paesi di montagna, dove il riscaldamento è una voce molto importante nel budget familiare".

Riassumendo e traducendo in numeri: un impianto da 200 kilowatt, che costa 1,5 milioni di euro, ha necessità di 2.200 tonnellate l’anno di combustibile, che ha un costo di produzione di 130 mila euro. L’Enel compra l’energia a 360 mila euro. A questo vanno aggiunti i costi di ammortamento dell’impianto, circa 100 mila euro l’anno, e i costi del personale. Decisivo è, però, poter vendere anche il calore, in questo caso l’impianto senza nessun incentivo è in grado di sostenersi economicamente, e per di più ci guadagnano anche i cittadini con il costo del riscaldamento abbattuto.

Per un Comune tra i mille e 3 mila abitanti, il risparmio medio per riscaldare gli uffici pubblici e scolastici si aggirerebbe intorno ai 100 mila euro l’anno. Che potrebbero essere reinvestiti in servizi alla cittadinanza, o per la riduzione del carico fiscale.

Non è un caso che in altri Paesi, Germania e Austria in primis, o anche nelle regioni del Nord Italia, tanti Comuni abbiano investito su questi piccoli impianti, e nessuno si sogni di imbracciare i forconi fomentato dall'improvvisato esperto catastrofista di turno.

"Va ricordato che il Piano di sviluppo rurale 2014-2020 prevede finanziamenti al 60 per cento a fondo perduto per realizzare piccoli impianti da 50 kilowatt, che costano intorno ai 300 mila euro - prosegue Di Matteo - Per un Comune dell'entroterra montano potrebbe essere un ottimo investimento purché, come detto, si produca soprattutto calore da distribuire in loco, e dunque si sia predisposta una capillare rete di distribuzione".

L'esperto ricorda che "la biomassa è una forma di energia rinnovabile e a filiera corta, una garanzia per il futuro, e a basso costo. Anche meglio del fotovoltaico, perché non comporta la realizzazione di parchi di produzione che troppo spesso deturpano il paesaggio consumano suolo agricolo”.

Le cose cambiano completamente se, invece, si parla dei grandi impianti, superiori alla taglia indicata dei 200 kilowatt. Per l’esperto non ci sono dubbi: hanno un impatto non sostenibile, sia in termini di inquinamento che di approvvigionamento della materia prima e anche dal punto di vista del ritorno economico.

Nella casistica indicata da Di Matteo ricade pure l’impianto da quasi 5 megawatt che la società Futuris Aquilana vorrebbe realizzare nelle campagne della valle aquilana a poca distanza dalle frazioni di Onna, Paganica, Bazzano, Monticchio e San Gregorio.

Un progetto contro cui si è costituto un agguerrito comitato, costituito da cittadini ed esperti che temono l'impatto nocivo delle emissioni, contestano il piano di approvvigionamento della biomassa e, non ultimo, il fatto che il progetto della Futuris insista in una zona ad alto rischio idrogeologico.

La Futuris ha avuto ragione contro i comitati dopo una lunga battaglia legale al Consiglio di Stato, ma non può ancora dare avvio ai lavori perché resta valido il parere negativo di compatibilità urbanistica espresso dal Comune dell'Aquila, e resta valida anche la decisione di Regione Abruzzo, a firma della dirigente Iris Flacco, che ha ritirato in autotutela il titolo autorizzativo per la costruzione della centrale istruito nell'agosto 2010.

"È importante guardare a tutta la filiera, oltre alle emissioni - spiega Di Matteo - prendiamo ad esempio i i giganteschi impianti di Carbonia o di Catanzaro, da 30-50 megawatt: hanno bisogno di 36 autotreni di biomassa al giorno, che devono andare avanti e indietro senza sosta. E non c’è nessuna possibilità di approvvigionarsi in modo sostenibile: bisogna tagliare i boschi, oppure fare massiccio uso di combustibile che arriva dall’estero. In particolare in Italia si usano la sansa d’olive e i gusci di nocciole che arrivano dal Nord Africa, in particolare dalla Tunisia”.

Ma più aumentano i chilometri da percorrere per alimentare le fornaci, meno diventano sostenibili i costi di produzione.

“Con gli autotreni non puoi ricorrere alla filiera corta, è stato calcolato che oltre gli 80-100 chilometri di percorso da coprire la biomassa, a conti fatti, tenuto conto in particolare del costo del gasolio, vengono a costare 7 euro a quintale, più di quello che si può guadagnare producendo elettricità e calore".

E così il mega impianto diventa un’impresa tecnicamente a perdere, che si sostiene solo con gli incentivi pubblici che, però, potrebbero essere spesi meglio. Ma gli incentivi pubblici, ora a 0,21 euro a kilowatt prodotto, si sono dimezzati rispetto a qualche anno fa. E così molti megaimpianti sono in forte difficoltà economica. 

Un meccanismo perverso molto rischioso perché, conferma Di Matteo, “a quel punto forte è la tentazione di utilizzare gli impianti per bruciare altro, per esempio la plastica, in modo illegale, come hanno svelato inchieste giudiziarie, o trasformare l’impianto a biomassa in un inceneritore”.

Un rischio già evocato proprio dai comitati che protestano contro la prospettiva dell'impianto aquilano, e un danno per tutto il settore, anche quello virtuoso.

"Quello che fa rabbia è che, a causa di persone disoneste, e ripeto, a causa del proliferare di impianti sovradimensionati, a pagare sia stato un intero comparto economico - conclude Di Matteo - ora vengono irrazionalmente guardati con sospetto e paura anche piccoli impianti del tutto sostenibili, che possono creare energia, calore e lavoro, e potrebbero rappresentare come già avviene altrove, una grande opportunità per le aree montane abruzzesi".



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