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PATUANELLI SPINGE SU ACCORPAMENTO CONTRO CUI SI BATTE ENTE TERAMANO, CHE NON VUOLE UNIRSI A QUELLO AQUILANO, ''PREVISTA DALLA LEGGE''; IMPRATICABILE IPOTESI COMMISSARIAMENTO REGIONALE

CAMERA COMMERCIO GRAN SASSO D'ITALIA: MINISTRO, ''FUSIONE STRADA OBBLIGATA''

Pubblicazione: 11 novembre 2019 alle ore 07:25

L'AQUILA - "Accorpare non significa eliminare o fagocitare la parte debole: significa rendere più efficienti alcune strutture che tramite questo processo avranno l’opportunità di offrire ancora servizi al territorio. Cerchiamo di portare a casa la riforma in tempi rapidi: non possiamo più perdere tempo o risorse".

Le parole del Ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del Movimento 5 stelle, intervenuto il 29 ottobre a Treviso all'Assemblea dei presidenti delle Camere di Commercio, sono suonate come un diktat ad intraprendere senza più tergiversare, la via obbligata delle fusioni, sancita dalla legge, rivolto a quei enti camerali italiani ancora recalcitranti. In Abruzzo è proprio il caso della Camera di Commercio di Teramo, che di unirsi con i cugini aquilani, per dare vita alla Camera di Commercio del Gran Sasso d’Italia, non ne vuole sapere, tanto che, provocando un vespaio di polemiche, il 22 ottobre in sede di consiglio camerale all'unanimità è stata votata la delibera di revoca della delibera del 2016, che aveva sancito l'accorpamento con la Camera di commercio dell'Aquila.

Decisione motivata "da un quadro normativo poco chiaro". riferendosi al giudizio pendente, in sede di Corte Costituzionale, rispetto all’intero impianto normativo della riforma che ha previsto il taglio, netto, delle Camere italiane, da 105 a 60. La Corte dovrebbe esprimersi nei primi sei mesi del 2020, ma il caso di Teramo, a detta di autorevoli pareri, esula da questo contesto: la fusione è stata portata a termine su base volontaria. Sancita per di più da un decreto ministeriale del 2017, firmato dall’allora ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda.

A provocare altre levate di scudi, sul versante aquilano, l'annuncio dell'assessore alle attività produttive, Mauro Febbo di valutare la possibilità di commissariare entrambe le due Camere di commercio, in caso di mancato accordo e fusione. Ma anche questa ipotesi sembra esulare dalle competenze della Regione. L'ultimatum Febbo l'ha lanciato il 12 ottobre, prima del dietrofront totale dell'ente camerale teramano, che ha votato compatto, presenti 20 consiglieri su 27,con in testa il presidente, Gloriano Lanciotti, e con l'appoggio di non pochi esponenti politici teramani tra cui i consiglieri regionali del Partito democratico, Dino Pepe, e Marco Cipolletti, del Movimento 5 stelle. A pronunciarsi con un ordine del giorno contro la fusione, definita dal sindaco Gianguido D'Alberto, "assolutamente inaccettabile", è stato anche a maggio il consiglio comunale di Teramo.

Rabbiosa la reazione della Camera di commercio dell'Aquila, il cui presidente, Lorenzo Santilli, in una lettera alla Regione, al ministero dello Sviluppo economico e a Unioncamere, inviata pochi giorni rima del deitrofront dei teramani, aveva denunciato "la grave situazione di stallo", del processo di fusione.

Ma appunto sottrarsi all'accorpamento, è ipotesi a dir poco improbabile.

L'impressione dei più è pertanto che la Camera di Commercio di Teramo in realtà voglia solo prendere tempo, magari per alzare la posta, e per evitare il rischio "fagocitamento" da parte dell'ente camerale aquilano, garantendosi il maggior spazio autonomo possibile di manovra. Tra gli aspetti più indigesti è la localizzazione della sede centrale a L'Aquila.

A tal proposito il ministro a Treviso, ha detto che "capisco che soprattutto alcuni accorpamenti possano creare uno squilibrio politico: su questo la via di uscita che vorrei proporvi è la costituzione di una governance equa in grado di assicurare la rappresentatività a tutte le componenti, soprattutto per garantire un’adeguata evidenza alle esigenze dei diversi territori e delle loro peculiarità produttive".

Per il resto la via è obbligata, e dettata dal decreto legge 219 del 2016 che ha attuato quanto disposto dalla Legge Madia dell'agosto 2015: ovvero la riduzione del numero delle camere di commercio mediante accorpamento, razionalizzazioni delle sedi e del personale, , al fine di ricondurre il numero complessivo entro il limite di 60, nel rispetto di due vincoli, ovvero almeno una Camera di commercio per Regione; accorpamento delle Camere di commercio con meno di 75.000 imprese iscritte.

Finora ad accorparsi sono state 40 camere di commercio con l’istituzione di 17 nuovi enti accorpati. In Abruzzo si sono unite, a dicembre 2017, le Camere di commercio di Chieti e Pescara.

Anche due Camere di Teramo e L'Aquila avevano presentato al Ministero dello Sviluppo economico, separatamente, le delibere con cui stabilivano la fusione, con sede legale all’Aquila e secondaria a Teramo.

Il Ministero, come detto, aveva emanato un apposito decreto di istituzione della Camera unica, il 27 gennaio del 2017. Poi lo stallo.

Tornare indietro appare in ogni caso, assai improbabile. Tanto che Patuanelli a Treviso ha detto chiaro e tondo che "il riordino delle Camere non è stato voluto né dal Governo attuale, né dal precedente, ma non per questo oggi mi sottraggo al compito assegnatomi di concludere anche questa necessaria transizione".

Per di più, norme vigenti alla mano, non è percorribile nemmeno la strada del commissariamento regionale evocata da Febbo, che non a caso non ha avuto ancora un seguito. I poteri dell'ente regionale infatti si limitano a stabilire gli equilibri interni tra le varie associazioni datoriali che compongono le camere di commercio, e poco altro.



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