VIAGGIO DI ABRUZZOWEB IN UNO DEI COMUNI MONTANI DELLA
PROVINCIA DELL'AQUILA PIU' COLPITI DAL SISMA

CAMPOTOSTO: PASSANO ANNI E TERREMOTI,
''DA QUI NON CE NE VOGLIAMO ANDARE''

Pubblicazione: 28 aprile 2018 alle ore 07:30

Municipio danneggiato dopo il sisma, Campotosto (L'Aquila)
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CAMPOTOSTO - Si presenta ancora come un cumulo enorme di pietre abbandonate, Campotosto (L'Aquila). Dal terremoto del 6 aprile 2009, e poi quelli successivi del 2016 e del 2017, il tempo sembra essersi fermato. Le scosse sono una consuetudine che in molti sentono ancora dai map (moduli abitativi provvisori). Qualcosa, però, nelle ultime settimane comincia a muoversi.

"In questi giorni stiamo assistendo ad un viavai continuo, qualcosa in cui non speravamo più", spiega Barbara Manni, vice presidente dell'Associazione Campotosto e frazioni Onlus. Il riferimento è alla rimozione delle macerie in attuazione dell'ordinanza della Regione Abruzzo n.3/2018 del 4 aprile.  Nell'accordo - siglato da Aciam Spa (società che si occupa della rimozione), Comune di Montereale, Comune di Capitignano e Campotosto - è previsto anche il deposito temporaneo, istituito a Capitignano, in località Cava di Mozzano.

 Le attività interesseranno circa 300 edifici siti nei tre comuni. Con il coordinamento della protezione civile si procederà alla demolizione delle strutture da abbattere, fase già avviata e gestita dal genio civile militare. Da quando la Aciam ha cominciato ad operare a Campotosto, circa due settimane fa, sono state già prelevate 650 tonnellate di macerie che erano accatastate in un campo. Al centro, in piazza, la situazione è pressoché la stessa. E poco sembra essere cambiato dal sisma del 2009.

La ricostruzione e l'attività post terremoto 2009 camminano a rilento rispetto alle misure per il sisma 2016-2017, come ha più volte denunciato il sindaco di Campotosto, Luigi Cannavicci. “Abbiamo ancora le macerie del 2009 - dice il primo cittadino -, sulle quali è cresciuta la vegetazione. Nessun soldo - precisa - del 2009 è però stato trasferito al 2016”.

 "Ci vorrà del tempo - dice Manni -. Sappiamo per esperienza che, sia a livello burocratico che amministrativo, è impossibile superare con rapidità certi ostacoli. E mentre portano via queste macerie, portano via anche pezzi di case, di vite, di noi. Sembra paradossale: quelle pietre che se ne vanno rappresentano insieme malinconia e speranza. Sicuramente la rimozione è un punto di partenza per poter tornare alla normalità".

 Ma per le operazioni di rimozione, nonostante i lavori proseguano a buon ritmo, si è destinati a fare i conti con una serie di intralci non da poco conto. "In primo luogo c'è la questione della viabilità: da quando la strada che collega Poggio Cancelli a Capitignano è crollata, impraticabile, bisogna fare un giro assurdo, passando per le Capannelle fino ad Arischia e, infine, tornare a Capitignano, dove le macerie possono essere scaricate".

 Un disagio già denunciato dal sindaco di Campotosto Cannavicci: "Per questa strada, la provinciale 2, sono già stati stanziati dei fondi per riaprire almeno una sola corsia ma non cè verso di far iniziare i lavoro. Non si tratta solo di allungamento dei tempi ma anche di un ulteriore aggravio di spese".

 "Tutto questo si ripercuote inevitabilmente anche su quelle attività commerciali, poche in realtà, che resistono. Nel paese hanno riaperto il bar, la farmacia, la posta, un paio di negozietti di generi alimentari e poco altro. Non ci lamentiamo perché  almeno i servizi principali, in questo modo, sono garantiti. Ma gli stessi commercianti, che cercano di andare avanti, fanno fatica".

Anche perché a Campotosto sono rimaste poche centinaia di persone, metà delle quali alloggia nei map. Prima del terremoto dell’Aquila erano residenti circa 600 persone:  oggi circa 200 vivono nei moduli abitativi provvisori, circa 60 in case tornate agibili e una sessantina tra L’Aquila e Scoppito.

 "Prima per paura del terremoto e poi per la quasi totale inagibilità delle case, qui non torna più nessuno".  E poi ci sono luoghi ancora completamente isolati, come la frazione di Ortolano, abbandonata da oltre un anno a causa del terremoto del 18 gennaio 2017 e la conseguente frana sul Monte Corno, che ha rischiato di far scomparire per sempre il piccolo paese. E che si è portata via anche Enrico De Dominicis, "Zio Rico", il 72enne pensionato di Ortolano che nel corso della eccezionale nevicata del gennaio scorso, ha perso la vita sotto una valanga caduta proprio davanti la sua abitazione. Quello stesso giorno l'Abruzzo era con il fiato sospeso per un'altra emergenza che si stava consumando a Farindola (Pescara), all'Hotel Rigopiano dove un'altra valanga ha tragicamente ucciso 29 persone.

E' da quel giorno che gli abitanti di Ortolano attendono di tornare nei luoghi che hanno dovuto lasciare. Sono stati prima ospitati nell'Hotel Azzurro a L'Aquila e poi in un villaggio post sisma nel comune di Scoppito (L'Aquila). Con il tempo in molti hanno provato a chiedere concessioni per le case “fai da te”, anche per i non residenti, per consentire agli oriundi di poter tornare in modo frequente nei loro paesi colpiti e contribuire, così, a non farli morire. Ma i permessi sono stati negati per impedire il proliferare selvaggio di abitazioni provvisorie come avvenuto nel post-sisma aquilano del 2009.

“Ma molti hanno ancora paura e prima per il terremoto e poi per la quasi totale inagibilità delle case, qui non torna più nessuno", continua Manni. Senza dimenticare l'effetto diga di Campotosto. A seguito del terremoto del gennaio del 2018, infatti, la Commissione Grandi rischi aveva parlato di "rischio Vajont". Ma Enel aveva scongiurato ogni pericolo ricordando come "dopo il sisma del 2009 sono stati effettuati studi e approfondimenti di analisi per determinare l’ubicazione della faglia presente nell’area, che hanno escluso che questa interessi le fondazioni della diga". Aggiungendo che “sono state effettuate verifiche sulla resistenza al sisma delle dighe, eseguite con il supporto di esperti di altissima specializzazione. I risultati hanno evidenziato la sicurezza delle dighe anche in queste condizioni".

Una questione di inevitabile impatto mediatico che ha alimentato ancora nuove paure. Parole che hanno scatenato il panico ed allarmato i comuni limitrofi. “La situazione in Alto Aterno è drammatica. La gente ha paura, il discorso della Commissione grandi rischi ha allarmato tutti", aveva detto il primo cittadino di Montereale, Massimiliano Giorgi. Poi il passo indietro del presidente della Grandi rischi, Sergio Bertolucci, "il rischio Vajont non è imminente".

"Non è facile tornare alla normalità, o meglio, fare finta che tutto sia normale. Nel nostro piccolo, con l'Associazione Campotosto e frazioni Onlus, tentiamo di mantenere vivo l'interesse, di coinvolgere adulti e bambini in iniziative che facciano sentire ancora in piedi tutta la comunità. Per noi si tratta di trovare luoghi ed attimi di aggregazione, visto che ne siamo sprovvisti - conclude Barbara Manni -. Da qui non ce ne vogliamo andare, se non si fosse capito".



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