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CASE EQUIVALENTI: LA FUGA DALLE FRAZIONI
DOPO QUELLA DALLA CITTA', NUOVA ONDATA

Pubblicazione: 11 febbraio 2017 alle ore 08:30

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L'AQUILA - Dall’Aquila e, a breve, dalle sue frazioni si può emigrare con le pive nel sacco e senza lavoro. Oppure con le tasche piene di soldi per comprarsi una bella casa altrove, anche a Cagliari o Courmayeur, appioppando la propria abitazione resa inagibile dal terremoto del 6 aprile 2009 al Comune e le future spese di un'eventuale ricostruzione ai contribuenti italiani.

Tutto ciò grazie alla norma sulle abitazioni equivalenti, contestatissima da anni, ma mai cancellata, inserita nel decreto Abruzzo del 2009, varato dal governo di Silvio Berlusconi.

Una previsione che consente, appunto, ai proprietari di incassare il corrispettivo del valore della casa inagibile e comprarne un'altra, anche in un'altra località italiana a scelta, cedendo la proprietà di quella vecchia all'ente comunale.

Il meccanismo nel tempo ha finito per creare come conseguenza non solo un ulteriore acrescimento dell’offerta di abitazioni nel territorio aquilano, già abnorme rispetto alla domanda, ma anche e soprattutto un “esodo incentivato” che, per ora, ha riguardato la metà dei 600 proprietari che hanno usufruito dell’allettante opportunità, con investimento statale di 170 milioni di euro.

Fatti due rapidi conti, per lo Stato, ovvero per i contribuenti, questo significa pagare due volte il costo della ricostruzione.

Il meccanismo che ha già colpito nella città ora può moltiplicare gli effetti deleteri nelle 60 frazioni aquilane dove, dopo quasi 8 anni dal sisma, si sta finalmente superando la fase dell’interminabile rodaggio con l’approvazione definitiva del progetti di ricostruzione e la determinazione della cifra riconosciuta.

E c’è da scommetterci che in molti, arrivati a questa cruciale fase, faranno domanda di un’abitazione equivalente visto che, dopo tutto questo tempo, si è creato un distacco sentimentale e anche generazionale con quei paesi.

La quotidianità anche lavorativa si è trasferita altrove e sempre più scarsa potrebbe risultare la motivazione a tornare a vivere in centri storici tuttora semideserti e che saranno un cantiere per chissà quanti anni.

E del resto anche sul piano meramente immobiliare la casa sostitutiva sarebbe un buon affare: si può, infatti, incassare subito una cifra superiore al più roseo incasso risultante da un’eventuale vendita della vecchia casa di paese, sempre che si riesca a trovare un acquirente.

Non è un caso che nulla di simile al meccanismo dell’abitazione equivalente sia stato previsto nei decreti per le aree colpite dal terremoto del 2016 nel Centro Italia. Con l’abitazione equivalente si sarebbe innescata, infatti, una fuga generalizzata.

Troppo forte, e comprensibile, la tentazione di risistemarsi altrove, invece di aspettare i tempi che si annunciano per nulla brevi della ricostruzione non solo materiale, ma anche economica e sociale, di paesi rasi al suolo, e per di più in un territorio che resta a forte rischio sismico.

L’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) ha chiesto più volte di cancellare finalmente la norma, appellandosi ai parlamentari abruzzesi.

L’occasione buona poteva essere il decreto 189 del 2016, il dispositivo legislativo che prevede interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dal sisma del 24 agosto.

La caduta del governo di Matteo Renzi a seguito del referendum costituzionale ha, però, contingentato il dibattito e impedito di inserire emendamenti nell’approvazione definitiva arrivata a metà dicembre. Impossibile è stato riproporre la cancellazione nel decreto Milleproroghe, perché appunto non è stata considerata una proroga. Ma sarebbe comunque un po’ come chiudere la stalla quando molti buoi sono già fuggiti.

Finora della norma dell’abitazione equivalente ne hanno infatti usufruito oltre 600 nuclei familiari. Il costo per le casse pubbliche è stato di oltre 170 milioni. In media sono stati concesse somme di 300 mila euro ad appartamento, ma con punte, per gli edifici di particolare pregio, seppur inagibili, di 1 milione di euro.

A questa spesa si dovranno aggiungere i costi della ricostruzione dell’immobile lasciato non ricostruito.

La metà dei beneficiari si è spostata in altre aree della città, normalmente dal centro storico, che sarà cantiere per molti altri anni, in periferia.

L’altra metà, dunque 300 famiglie circa, si sono trasferite altrove, principalmente a Roma e Pescara e altre centri della costa adriatica abruzzese. Ma c’è anche chi ha comprato casa a Milano, Cagliari, Aosta, Firenze addirittura a Courmayeur, nota località sciistica piemontese. Case costate, complessivamente, oltre 90 milioni.

Tra gli aspetti più contestati della norma, l’assenza di un ragionevole obbligo di ricomprare casa nello stesso territorio comunale, o almeno provinciale.

Coloro che si sono trasferiti altrove, ha osservato Francesco Laurini, neo delegato di Ance dell’Aquila sull'argomento, sono in buona parte cittadini ad alto reddito, appartenenti alla borghesia delle professioni.

E dunque, sostiene Laurini, l’abitazione equivalente ha contribuito non solo a ridurre la popolazione residente, ma anche il potere di acquisto che avrebbe dato ossigeno all’ economia cittadina in crisi.

Ultimo utilizzo, quasi di massa, della norma dell’abitazione equivalente è avvenuto ultimi mesi del 2016 nel quartiere aquilano di Pettino. Ben 80 inquilini su un totale di 200 hanno deciso, infatti, di comprare altrove e lasciare al Comune gli appartamenti che ora sono in via di ristrutturazione.

Si dovrà vedere, ora, che cosa ci farà l'ente di tutti questi alloggi, che si aggiungeranno agli altri acquisiti con la norma dell’abitazione equivalente, sparsi un po’ ovunque nel centro storico, e alle centinaia di appartamenti dei quartieri antisismici del progetto C.a.s.e.

Un patrimonio immobiliare pubblico degno di una repubblica sovietica che, però, comporta notevoli costi di gestione, crescente negli anni, quando cioè dalla manutenzione ordinaria si dovrà passare a quella straordinaria.

Il Comune sta usando le abitazioni di sua proprietà anche come moneta di scambio.

Per esempio, il nuovo parcheggio davanti al tribunale è stato realizzato grazie alla prospettiva, per i proprietari, di spostarsi in appartamenti in centro, nell'ottica del diradamento urbano e della riqualificazione, limitando la ricostruzione di cubature non pregiate, non ricostruendole. Nello stesso modo c'è una trattativa in atto, molto più difficoltosa e contrastata, per quanto riguarda il condominio nelle vicinanze dei ritrovamenti archeologici di quel che resta della storica Porta Barete.



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