COME NASCE IL SETTIMANALE PIU' AMATO, DIETRO LE QUINTE DELLA REDAZIONE

CATENACCI, CAPOREDATTORE DI TOPOLINO
''LAVORO GIA' AI FUMETTI DEI MONDIALI''

Pubblicazione: 26 dicembre 2013 alle ore 10:10

Davide Catenacci
di

L’AQUILA - È il caporedattore di un giornale e, come tale, sotto l’egida del direttore ne decide la struttura, l’impaginazione, le rubriche, i temi e le storie che tratterà.

Ma Davide Catenacci, marchigiano trapiantato a Milano e ora a Modena, è al timone di un giornale speciale: Topolino, lo storico settimanale che da generazioni nutre lettori giovani e meno giovani di storie inedite dei personaggi di Walt Disney.

In un’intervista natalizia con AbruzzoWeb, Catenacci racconta il ‘dietro le quinte’ del suo lavoro, che adora: “Amo il lavoro di squadra, la ‘cucina redazionale’, il confronto con i colleghi, con gli autori e tutta la parte che ‘non si vede’”, spiega.

E i tempi per organizzare le avventure a fumetti che poi compaiono sul periodico vanno precorsi anche di moltissimo: “Da tempo abbiamo già programmato le storie sui Mondiali di calcio che pubblicheremo l’estate prossima, per esempio”, svela.

Come si troverebbe invece a fare il caporedattore in un giornale di cronaca? “Mi sentirei troppo vincolato dalla verità dei fatti, sentirei la mancanza di potere inventare una storia”, ammette per quanto la vita reale la consideri “un grande serbatoio di spunti”.

Nell’affrontare anche la sua precedente esperienza, quella da sceneggiatore, ma con l’altro punto di vista che offre il ruolo di chi deve valutare storie e proposte, l’ammonimento di Catenacci è che “non è possibile, neanche per i più grandi autori, scrivere ogni volta una bella storia. Occorre essere capaci di dire e di accettare parecchi no”, conclude.

Quali sono state le tappe nella tua carriera che ti hanno portato a diventare caporedattore di Topolino?

Per me, l’obiettivo era chiaro fin da bambino. Da sempre, infatti, sono lettore di fumetti. Ne ho anche scritti e disegnati fin da ragazzo, alla metà degli anni Ottanta. In quel periodo vivevo a Bologna, dove frequentai un corso di fumetto in cui i docenti erano gli autori del gruppo Valvoline.

Fu molto formativo perché Igort, Daniele Brolli, Lorenzo Mattotti, Giorgio Carpinteri e Marcello Jori stavano rivoluzionando il fumetto. Io ero un loro lettore appassionato e in più, durante il corso, ebbi la fortuna e l’onore di frequentare seminari tenuti da autori come Filippo Scozzari, José Muñoz e soprattutto con colui che ha contribuito in maniera fondamentale a formare il mio immaginario: Magnus.

Tra l’altro, e non è certo secondario, gli altri allievi del corso erano ragazzi che i lettori di fumetti conoscono benissimo: Stefano Ricci, Davide Toffolo, Otto Gabos e tanti altri fuoriclasse. L’ambiente, quindi, era molto, molto, molto (MOLTO) stimolante.

Quando hai imboccato una strada del bivio tra disegnatore e sceneggiatore?

Ben presto mi resi conto che disegnare non faceva per me: troppo difficile e faticoso. Il cervello dei disegnatori è fatto in maniera diversa dal mio. Preferisco scrivere. E ho scritto, scritto, scritto, finché mi sono deciso a spedire soggetti alla redazione dell’amato Topolino. Fui selezionato per un corso di sceneggiatura all’Accademia Disney e quando terminò, mi chiesero di lavorare in redazione.

Accettai subito, nel 1996 mi trasferii a Milano ed eccomi qua. Amo il lavoro di squadra, la “cucina redazionale”, il confronto con i colleghi, con gli autori e tutta la parte che “non si vede”: la riunione di redazione, la lettura dei chromaline, le ciano. Il “dietro le quinte” di un giornale è fantastico.

Un trasloco appena ultimato: che cosa cambia da Milano a Modena? Da Disney a Panini, che cosa sarà rivoluzionato e che cosa resterà lo stesso?

C’è un grandissimo cambiamento, riassumibile in un pochissime parole: Panini è un editore. Il lavoro della redazione non è cambiato, ma è diventato ancora più stimolante.

Dal punto di vista dei fumetti, il numero che si compra oggi in edicola quanto tempo fa è stato programmato? Quali sono le tappe principali dall’ideazione alla stampa?

Realizzare una storia è un processo lungo e accidentato. E ogni settimana ne pubblichiamo cinque! Andando a ritroso, le tavole del numero che ogni mercoledì esce in edicola sono partite alla volta del fotolitista, per essere colorate, un mese e mezzo prima e la loro uscita già prevista nei due mesi precedenti. E la storia era stata approvata dalla redazione altri tre mesi prima. In altri casi, i tempi sono ancora più lunghi.

Ora siamo a dicembre 2013, ma da tempo abbiamo già programmato le storie sui Mondiali di calcio che pubblicheremo l’estate prossima, per esempio. Lo sceneggiatore è già all’opera e ho ricevuto pochi minuti fa la sceneggiatura del primo episodio. Ci sono anche già un paio di storie per Natale 2014.

Chi forma le coppie sceneggiature-disegnatori? Quali sono i criteri?

Le coppie le forma la redazione. I criteri sono tanti, riconducibili a uno: assegniamo ogni singola sceneggiatura al disegnatore che, a nostro giudizio, saprà trasformarla al meglio in immagini. Io credo fermamente che un editor debba conoscere gli autori meglio di quanto gli autori conoscano se stessi e debba essere in grado di tirare fuori il meglio da essi. È questione di occhio, di naso, di orecchio, di gusto, di tatto e di sesto senso.

Sinceramente, che speranze ha un esordiente di vedere un suo scritto amatoriale trasformato in una storia pubblicata? Qual è il volume delle proposte che ricevete in quest’ambito?

Una testata nota e diffusa come Topolino riceve moltissime proposte. Compito della redazione è anche quello di capire se tra le montagne di materiale c’è qualcosa di buono. Qui entra in ballo il sesto senso di cui sopra, anche perché, in genere, il lavoro di un esordiente è quasi sempre pieno di “magagne”. Se però intuiamo che la stoffa c’è, incoraggiamo gli esordienti a continuare. Negli ultimi tempi, sono numerosi i ragazzi che hanno cominciato a scrivere e a disegnare per il Topo.

Che suggerimento dai agli aspiranti scrittori e disegnatori?

L’unico possibile: scrivere e disegnare per almeno una trentina di ore al giorno. Anzi, ne ho un altro. Proponetevi a un editore solo quando avrete studiato le sue pubblicazioni, il suo catalogo e non trascurate le strade alternative. Non parlo solo di autopubblicazione o di web. L’esempio che vi faccio è la mia esperienza personale. Come scrivevo qualche riga più sopra, ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare con alcuni grandissimi del fumetto e mentre loro pubblicavano sulle testate a fumetti dell’epoca, Frigidaire per prima, io proponevo i miei lavori a giornali che NON pubblicavano fumetti. Prima di chiedere un appuntamento in redazione, preparavo materiale ad hoc e riuscivo a convincere i redattori che i fumetti erano proprio ciò che mancava sul loro giornale. Ha funzionato parecchie volte.

Di quale personaggio anche non Disney ti piacerebbe scrivere una storia? Qual è invece la tua opera che ritieni meglio riuscita?

Mi sarebbe piaciuto scrivere Alan Ford, ma solo se avesse potuto disegnarlo Magnus. Quanto alle mie “opere” meglio riuscite, penso che siano tutti i numeri di Topolino ai quali ho lavorato. Poi, ci sono quelle mi sono divertito molto a scrivere. Un libro per ragazzi intitolato Il magnifico libro del Signor Tutto, illustrato da Stefano Ricci e pubblicato tanti anni fa, e le sceneggiature per il programma radiofonico 610 di Radio2, condotto da Lillo e Greg. Scrivere per la radio è fantastico perché, al contrario di quanto si possa pensare, è un medium molto visivo e io adoro fare incontrare parole e immagini.

Che rapporto avevi con i tuoi capiredattori da sceneggiatore? Quando sei passato dall’altra parte della scrivania hai cambiato qualche sua valutazione?

Le prime esperienze come sceneggiatore mi hanno insegnato che, se una redazione valuta in maniera positiva qualunque proposta, c’è qualcosa che non va. Il lavoro critico è fondamentale e non è possibile, neanche per i più grandi autori, scrivere ogni volta una bella storia. Occorre essere capaci di dire e di accettare parecchi “no”. Ho avuto il privilegio di lavorare con i Maestri Massimo Marconi, Ezio Sisto e Alessandro Sisti, uomini di grandissimo intuito dai quali ho imparato tantissimo. Grazie a loro, mi trovo a mio agio da entrambi le parti della scrivania.

Ti piacerebbe diventare caporedattore di una testata che si occupa di cronaca? Che cosa ci sarebbe di migliore e di peggiore?

Ci ho pensato parecchie volte. Sono un avido lettore di quotidiani, ho un grande archivio di notizie di cronaca. Nonostante ciò, non so se mi piacerebbe troppo. Mi sentirei troppo vincolato dalla verità dei fatti, sentirei la mancanza di potere inventare una storia. Ecco, considero la cronaca come un grande serbatoio di spunti per storie.

Il tema del 2014 sarà sicuramente l’attesissimo e misterioso ritorno di Pk. Il fenomeno è così importante da poter reggere una nuova testata autonoma? Oppure potrebbe rientrare dentro il Topo? O ancora nell’attuale contenitore Pk AppGrade?

Posso dirvi solo che, tra qualche tempo, ne vedrete delle belle!

Quanta voglia hai di tornare a vestire i panni di Bertoni?

Ah, ah, ah! Quando impersonavo Bertoni, il babbeo aspirante supereroe le cui avventure sono apparse spesso sulle pagine di Pkna, mi sono divertito un mondo. Ma tanto! Con Fausto Vitaliano, che scriveva le avventure e scattava le foto, ancora ne ridiamo. Voglia di tornare a vestire i suoi panni? Li vesto già, non avevo un costume.

Com’è nata la tua traversata a piedi da Milano a Urbino?

Ohibò, domanda inaspettata sulla quale preferisco glissare. Mi sento di dirvi altro, però. Leggete A piedi (Feltrinelli Kids), di Paolo Rumiz (con le illustrazioni di Alessandro Baronciani), poi partite per almeno due settimane. Buon viaggio!



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