NON SI DA' PACE IL FRATELLO: ''VOLEVA FARSI AIUTARE, GLIELO HANNO
IMPEDITO''. ORSATTI ASL CHIETI REPLICA: ''NON E' VERO, ACCUSE FALSE''

CHIETI: MALATA DI ANORESSIA MUORE A 26 ANNI, ''NEGATE CURE FUORI REGIONE''

Pubblicazione: 07 settembre 2018 alle ore 15:39

Maria Elena Pompilio

CHIETI - Maria Elena aveva 26 anni, pesava 28 chili ed era malata di anoressia. Aveva bisogno di cure urgenti e specializzate, ma è morta mentre aspettava il via libera per ricoverarsi fuori regione, in una struttura dedicata ai disturbi alimentari. 

Sette mesi prima era stata costretta ad abbandonare le cure in Toscana perché l’azienda sanitaria di Chieti, dove viveva, non aveva inviato la proroga per continuare il trattamento.

Ora il fratello, Alessandro Pompilio, non si dà pace e chiede giustizia: “Voleva farsi aiutare ma glielo hanno impedito”. La Asl di chieti, in una nota, nega quanto riferito e spiega che "il corretto utilizzo delle risorse economiche a disposizione è un preciso obbligo dell'Azienda, che ne risponde davanti alla magistratura contabile". 

Malata da quando aveva 13 anni, Maria Elena “aveva sempre boicottato ogni tentativo di cura, ma ora aveva deciso di provarci”, spiega Alessandro al quotidinao La Repubblica. 

Così, dopo anni di ricoveri e riabilitazioni finite male, i due si erano rivolti al centro Madre Cabrini di Pontremoli, in Toscana. Già quella volta i problemi non erano stati pochi. 

“Non volevano firmarci il nulla osta - spiega il fratello -. Ci dissero che il problema erano i soldi, perché i ricoveri fuori regione costano di più”.  

La Asl di Lanciano Vasto Chieti suggeriva un centro abruzzese che però non è riconosciuto dal ministero della Salute per la cura di questa patologia.

“Alla fine li avevamo convinti spiegando che un giorno di degenza in Toscana costava meno di uno a Chieti”.

A Pontremoli Maria Elena aveva passato il primo mese in residenza, poi la struttura aveva deciso di trasferirla all’ospedale di Massa. L’obiettivo era farle acquistare un po’ di peso per poi riammetterla al centro, dove avevano già preparato una terapia personalizzata. 

Ma non c’è stato il tempo: “I due mesi concessi erano scaduti e dall’Abruzzo non hanno inviato la proroga, non hanno risposto”, dice Alessandro. Così la ragazza è stata costretta a tornare a casa.

“Pesava 28 chili e l’ho dovuta portare via dall’ospedale - racconta -. Arrivato a Chieti sono corso al pronto soccorso pregando che la ricoverassero”. Maria Elena viene ricoverata, ma dopo un paio di giorni la dimettono. “Ancora non capisco perché - si tormenta il fratello -. Ricordo quando chiesi ai medici se mi potevano assicurare che mia sorella era fuori pericolo e risposero di no”.

A casa la situazione era ingestibile, l’aiuto messo a disposizione prevedeva solo un’assistenza domiciliare. “Era alimentata con il sondino nasogastrico - spiega Alessandro -. Ma stare lì non la aiutava: svuotava le sacche dell’alimentazione per far vedere a chi controllava che la assumeva. La cosa assurda è che mia madre la assecondava”.

Il fratello aveva capito che per aiutarla, avrebbe dovuto portare Maria Elena lontano da quelle mura. 

Così, insieme allo psicologo del centro di salute mentale, aveva fatto un altro tentativo con la Asl: aveva proposto un’altra struttura per il ricovero, sempre fuori regione e tra le migliori in Italia. Come soluzione temporanea, intanto, i due avevano fatto trasferire la giovane in un reparto di lungodegenza a Ortona.

Dopo diversi giorni la Asl rispose che prima di autorizzare il ricovero extra regione si sarebbe dovuto sentire la struttura che è in Abruzzo: la stessa suggerita la prima volta, ma che non è accreditata dal ministero della Salute.  E mentre Alessandro combatteva contro la burocrazia, Maria Elena moriva, il primo agosto, per un’infezione partita da un ago che aveva al braccio, che le ha distrutto il cuore e provocato un grumo di sangue che ha raggiunto il cervello.

LA LETTERA AL MINISTRO

Ad unirsi alla denuncia del fratello è [email protected], associazione nazionale dedicata ai disturbi alimentari, con una lettera indirizzata al ministro della Salute Giulia Grillo e alla dirigenza della Asl di Chieti. 

"Si chiamava Maria Elena - si legge nella missiva - ma poteva essere Francesca, Giulia o Caterina: è l'ennesimo caso di malasanità legato a questa malattia. Una storia che riguarda migliaia di pazienti che muoiono per aver avuto negata una proroga o per aver atteso mesi in liste d'attesa troppo lunghe perché non vi sono sufficienti luoghi di cura adeguati".

Parole condivise anche da Laura Dalla Ragione, responsabile della rete di cura per i disturbi alimentari dell’Umbria e referente al Ministero sul tema, che su Facebook ha scritto: “Non è morta di anoressia, ma perché le sono state rifiutate le cure, a cui tutti hanno diritto. È assurdo morire così, sapendo che avremmo potuto salvarla. Lottiamo tutti contro questa disparità ingiusta”.

LA REPLICA DELLA ASL

"Non corrisponde al vero l'accusa secondo cui la giovane donna di Chieti affetta da anoressia sia morta nell'indifferenza o, peggio ancora, per colpa della nostra Azienda che le avrebbe negato le cure": interviene il direttore sanitario della Asl di Chieti, Vincenzo Orsatti, sul caso sollevato dal fratello della paziente, il quale ha denunciato attraverso i mezzi di informazione una presunta condotta negligente da parte dei vertici aziendali.

"Dopo essersi rivolta al nostro Centro di salute mentale - afferma Orsatti - la ragazza ha seguito un percorso riabilitativo, autorizzato e pagato dalla Asl, presso una struttura della Toscana. All'aggravarsi delle sue condizioni fisiche si era reso necessario un ricovero presso un ospedale toscano dove le erano state riscontrate alterazioni metaboliche che ne modificavano il profilo assistenziale: in sostanza era emersa la necessità che fosse seguita in una struttura a vocazione clinica più che riabilitativa".

"Tornata in Abruzzo - spiega - ha avuto nuovamente bisogno di un ricovero nell'ospedale di Chieti. Una volta dimessa, è stata seguita con un articolato programma di assistenza domiciliare che prevedeva anche la nutrizione artificiale. Tutto questo mentre il Centro di salute mentale di Chieti era alla ricerca della struttura più appropriata, dopo che la famiglia aveva rifiutato un centro locale specializzato nella cura dei disturbi dell'alimentazione, autorizzato e accreditato. Quanto ai problemi di ordine economico che, secondo la famiglia, avrebbero ostacolato il ricovero fuori regione, è necessario specificare che la somma giornaliera che l'Azienda è a sua volta autorizzata a spendere per la degenza in tale genere di struttura è pari a 210 euro. Nel caso specifico la struttura individuata ne chiedeva 279, una cifra di gran lunga superiore al tetto consentito per fare fronte alla quale la Asl aveva chiesto una documentazione che attestasse l'indispensabilità del ricorso a quel centro".

"Come noto - conclude Orsatti - il corretto utilizzo delle risorse economiche a disposizione è un preciso obbligo dell'Azienda, che ne risponde davanti alla magistratura contabile. Pertanto, pur avendo il massimo rispetto per la vicenda e per il dolore dei familiari, non possiamo accettare di essere stati inerti, indifferenti o colpevoli rispetto a quanto è accaduto. Né può essere addebitato come colpa all'Azienda il fatto di avere chiesto doverosamente di documentare, sotto il profilo clinico, la necessità di un ricovero più costoso fuori regione".



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