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CINECRITICA: L'AMORE BUGIARDO, PRIMA DI SPOSARSI MEGLIO PENSARCI SU

Pubblicazione: 31 dicembre 2014 alle ore 18:04

Un momento del film
di

L'AQUILA - Sembra che abbiano distribuito l’Amore Bugiardo apposta per far andare di traverso il cenone. A scanso di equivoci: qui va in scena il male. Punto. Non è intrattenimento da vacanze di Natale.

Ergo, stia alla larga la famigliola che va al multisala nelle feste perché fuori è un freddo cane e non sa come far sera.

Ogni battuta, musica o inquadratura di questo film è piazzata lì per soffocare, per far entrare nelle ossa la tensione da accerchiamento, il presagio della resa, dello smarrimento senza vie di fuga, per inculcare la convinzione che, crollato il progetto su cui si fonda il futuro, ogni tentativo di riprendere in mano le redini della vita contribuisca a far perdere il controllo.

Sposarsi, e quindi, almeno sulla carta, giurarsi l’eternità, è una di quelle due-tre decisioni che mettono l’uomo per davvero di fronte a un bivio. Converrà pur sapere con che razza di persona si ha a che fare quando ci si scambia le fedi.

Certo, a parole sono tutti fenomeni, se si potesse avere il dono o la fortuna di leggere il pensiero, metà dei candidati farebbero il gesto dell’ombrello e diserterebbero l’altare, col business del diritto di famiglia camperebbero quattro gatti, la causa dei divorzi sono i matrimoni.

Gyllian Flynn, dopo aver scritto il libro da cui è ispirata la sceneggiatura dell’Amore Bugiardo, ha dichiarato: “Al partner, o agli altri, mostriamo tutti una faccia diversa. È sempre una sorta di gioco elaborato: quando incontri una persona, tendi a presentare il meglio di te, mai e poi mai lasci intuire come diventerai pochi anni più tardi”.

Qualcuno lo vada a spiegare ad Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck), lei uno schianto e lui pure. Lei, bambina modello e studentessa ad Harvard, carriera all’orizzonte, ambizioni a non finire, la mente che non si dà pace tra fantasie e pensieri.

Al suo confronto lui, come spesso accade, è un bimbo che gioca con i trasferelli, un tipo po’ orso ma senz’altro dotato di una parlantina all’altezza per flirtare durante una festa e farla sua.

Morale: all’inizio sono tutte rose e fiori, la freschezza del tempo trascorso insieme fa vedere a entrambi il mondo sotto un’altra lente, il sesso li divora, lo fanno pure nel silenzio di una biblioteca, non si staccherebbero mai l’uno dall’altra.

Sennonché le difficoltà della crisi (ma che solfa questa crisi) mettono in ginocchio la relazione, i due perdono il lavoro e dalle mille luci di New York si trasferiscono nella nebbia e nella noia della provincia.

Dove il rapporto si inaridisce, si rafforza la sensazione che in fondo l’esistenza sia tutta lì, una ripetizione di giornate senza costrutto, lei non ha amiche, sarà perché è simpatica come un ago nel sedere, lui apre un bar con i soldi della moglie e finisce per passare i pomeriggi a giocare con l’Xbox e a scopare una minorenne.

Poi il disastro: nel giorno del quinto anniversario del matrimonio Amy dal nulla scompare, nessuno ha idea di dove sia, la polizia apre le indagini e i media attaccano subito con la specialità della casa, ovvero asfissiare il probabile vedovo.

Il cui comportamento nel giro di qualche giorno diventa carne da macello per talk show: qualcuno non la racconta giusta, Nick magari non ha l’aria dell’assassino, eppure proprio non gli riesce di indossare la maschera del marito che non vede più la luce per la perdita della moglie, tutti gli indizi remano contro di lui, come avvocato di se stesso è una frana e poi il porco le metteva pure le corna.

Avrà mica le mani sporche di sangue?

Chi ha visto The Social Network sa cosa aspettarsi dalla piega che hanno preso i lavori di David Fincher: l’azzardo è aver puntato tutte le fiches, di nuovo, sulla tensione che non dà tregua.

Scommessa vinta, perché il regista ha saputo annodare, minuto dopo minuto, un cappio di nausea, di disagio, che stritola senza scampo.

Il tandem Affleck-Pike regge il peso della sceneggiatura, stesso discorso per le musiche di Trent Reznor, la cui fragilità fa da sottofondo allo smembramento in tempo reale di una storia d’amore che ieri era un sogno e ora è ridotta a un corpicino fatto a pezzi nella culla.

L’unico appunto è nel finale in cui, tra un’acrobazia e l’altra, la narrazione sembra perdere equilibrio. Ma, poche storie, sarebbe una follia se tutto questo non meritasse l’Oscar.

Voto: 9



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