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INTERVISTA A CRISTIANO DEL TORO, PRESIDENTE ASSOCIAZIONE CHE SALVA ANTICHE VARIETA' VEGETALI

CIVILTA' CONTADINA, ''PAESAGGIO SOFFRE SEMPLIFICAZIONE, SEMINIAMO BIODIVERSITA'''

Pubblicazione: 22 aprile 2019 alle ore 07:06

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TERAMO  - In un lacerto scosceso di prato, parentesi verde tra distese di asfalto e cemento, all'altezza del casello di Mosciano Sant'Angelo, anche questa primavera e' in fiore un antico pero, patriarca senza nome. 

Ad accorgersi della sua esistenza, e del suo essere esemplare di una varietà forse in via di estinzione, non poteva che essere Cristiano Del Toro, passando lì vicino in auto.

Del Toro infatti, giovane architetto del paesaggio, di Castiglion Messer Raimondo, e’ presidente nazionale di Civiltà contadina, associazione nata nel 1996 con la missione di mantenere in vita e preservare, per le future generazioni e come bene comune, il patrimonio vegetale contadino, la straordinaria ricchezza genetica ma anche culturale di semi antichi.

Varietà rare a rischio di estinzione, che sono conservate nell'Arca dei semi di  San Leo, in provincia di Rimini, e scambiate attraverso l' Index seminum, un catalogo on line riservato ai soci, tra cui sempre più abruzzesi.

Tiene però a precisare Cristiano Del Toro: "Non siamo dei collezionisti, nostalgici del passato, riteniamo che per salvare davvero i semi, cioè coltivarli nel tempo, occorra restituire ai semi un posto nella nostra vita quotidiana almeno attraverso due azioni fondamentali, mangiare quello che coltiviamo, essere degli autoproduttori consapevoli, cioè contadini nel cuore e nella mente".

Il bancone di Civiltà contadina è l'immancabile presenza,  e forse il cuore, della Fiera della Noeruralità che quest'anno si é  svolta nello splendido ex convento degli Zoccolanti di Raiano, in provincia dell'Aquila, visitata come sempre da migliaia di persone.  Civiltà contadina ha svolto proprio qui la sua riunione annuale.

Decine e decine di agricoltori, per mestiere e per passione, hanno li' portato e ricevuto un gran numero di semi di varietà di ortaggi, cereali, fiori, aromatiche e altre piante alimentari erbacee. Che andranno ad arricchire campi, orti e giardini d'Abruzzo.

Confermando uno degli slogan della fiera, "in natura non esistono  fatti, ma solo relazioni", preso a prestito dal filosofo Gregory Bateson.

"E' in momenti di scambio e baratto come questi - spiega Del Toro, che riusciamo ad avanzare nel nostro obiettivo: i contadini si riappropriano di semi e varietà che non conoscevano, o di cui avevano solo un ricordo d'infanzia. Ne riceviamo anche. Come ad esempio il ‘pero coccia d'asino’, il broccolo ‘riccio della Maiella’, ortaggi come il 'tortarello' e la 'pastinaca', numerose varietà di lattuga, patate, angurie, peperoni, fagioli, ceci e altro ancora”.

Un materiale genetico irripetibile, che è l'esito di un rapporto tra una comunità rurale e un territorio, nel corso del tempo e della storia, che ha un valore anche in termini di resilienza e di adattamento ai cambiamenti climatici.

“La sfida per il domani, anzi la sfida di oggi, è recuperare anche gli aspetti culturali legati a queste varietà. Facciamo l'esempio della frutta: un tempo c'era una grandissima varietà, e ciò era legato al tipo di uso che le comunità rurali ne faceva. C'erano varietà selezionate per il consumo fresco, immediato, altre solo per mangiarle solo cotte, perché troppo ricche di tannini. Altre varietà potevano essere mangiate dopo alcuni mesi di conservazione in fruttaio, perché assaggiate al momento della raccolta sono acidule e poco interessanti. Per la stessa ragione potevano essere trasportate a lunga distanza ad esempio nei mercati di Napoli, durante il regno Borbonico. Altre varietà erano adibite ad uso medicinale, o per l'alimentazione animale. Ecco, tutto questo ci fa capire come siano cambiate le modalità di consumo, ed anche la dieta. Non vogliamo la musealizzazione della biodiversità, il ritorno al passato. Riteniamo però tutto questo grande patrimonio sia non soltanto abruzzese, ma dell'intera civiltà mediterranea, che va ri-connessa, tutelata, a partire dagli ambienti rurali".

Lo sviluppo industriale dell’agricoltura ha del resto fortemente ridotto le varietà vegetali che sono coltivate. Per esempio oggi in tutta Europa si utilizzano solo sette o otto varietà di grano, rispetto alle centinaia che sarebbero disponibili. La risposta di Civiltà contadina è stata quella di seminare, in tutta Italia, decine e decine di varietà di grani antichi, dimenticati, in un unico miscuglio detto "solibam". Anche in Abruzzo. Lasciando alla natura l'onere di selezionare le varietà più adatte ad ogni singolo terreno e territorio, nel corso degli anni.

"Grandi personaggi come il genetista Salvatore Ceccarelli, - spiega Del Toro - hanno dato un grande impulso alla coltivazione, non solo di varietà antiche, ma anche di miscugli, cioè di popolazioni evolutive che hanno completamente cambiato l'approccio di coltivare i cereali rispetto alle modalità contemporanee. Il solibam, questo miscuglio di varietà, è stato introdotto in varie zone d'Italia e comprende diverse centinaia di varietà di frumenti teneri, poi sono stati fatti anche dei miscugli con frumenti duri. L'obiettivo è quello di farli incrociare tra loro secondo natura, a seconda delle condizioni pedoclimatiche del territorio. Restituire ricchezza ed eterogeneità, dopo decenni di eccessiva selezione. L'omogeneità genetica è del resto un fattore fortemente problematico per la resistenza a malattie fungine e parassiti vari,  e nella competizione con le malerbe. I risultati sono incoraggianti, anche se al momento non si è ancora ottimizzato l'aspetto legato alle rese. Le nuove varietà avranno bisogno di altro tempo per adattarsi. Una cosa però è certa: la ricchezza organolettica, il sapore e il profumo del pane prodotto con questi grani è ottimo. Ed è già un grande risultato".

Con l'avvento della chimica, e della monocultura industriale in agricoltura, i paesaggi si sono specializzati, la bellezza è stata aggredita, soffocata dalla semplificazione.

Nelle pianure, le oasi di biodiversità che resistono nelle aree antropizzate, sono spesso “a tempo”, in attesa di essere spazzate via, dai piani regolatori in deroga, dal tirar su palazzine, che poi magari resteranno invedute e vuote.

Nelle montagne invece il paesaggio è vittima dello spopolamento, che porta all'avanzata di boschi di scarsa qualità, all'abbandono delle campagne, che causa poi il dissesto idrogeologico.  

"Tutelare il bel paesaggio significa resistere alle leggi di mercato dominanti  - spiega Del Toro - , che impongono la semplificazione strutturale dei campi, in nome della resa e del profitto.Vengono eliminati ad esempio gli olivi sparsi tra i  campi, perché costituiscono un intralcio. La biodiversità, la ricchezza genetica, in fondo sopravvive come entità residuale, nel cosiddetto ‘terzo paesaggio’, negli spazi meno soggetti a pressione antropica. Ai margini di una strada, in terreni scomodi e scoscesi di un podere, in luoghi poco interessanti e produttivi. E' proprio lì che riusciamo a imbatterci in quei residui di biodiversità che un tempo popolavano in maniera molto più capillare le nostre campagne, e che ne conferivano la bellezza estetica, l'armonia, l'unicità. Il pero all'uscita del casello di Mosciano Sant'Angelo, da cui è partita questa chiacchierata, è rappresentativo di questo terzo paesaggio. Non conosco il nome della varietà di cui forse è ultimo esemplare, se ne è persa la memoria storica, forse sono morti i contadini che lo avevano piantato e accudito. So solo che quel pero ha un inestimabile valore, per l'intera umanità".



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