CONSIGLIO COMUNALE L'AQUILA: COLORI E RITUALI DEL PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Pubblicazione: 14 luglio 2017 alle ore 20:48

La Giunta Biondi
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L’AQUILA - Uno dei “difetti” dell’aula consiliare aquilana di Villa Gioia è che non ha il bar a portata di piede come avveniva nello storico palazzo Margherita mentre il caffè delle macchinette non è esattamente il massimo; così il primo Consiglio dell’era-Biondi comincia al caffè Gusto, di fronte al tribunale, di solito crocevia di magistrati, avvocati e inquirenti e oggi punto di congiunzione tra il potere politico e quello giudiziario, visto che alcuni legali sono anche consiglieri comunali o lo sono stati.

Pasta, cappuccino e tutti in aula. A proposito di pasticceria, il noto commentatore aquilano Stefano Bubbolo si guarda intorno e riassume subito tutto con una delle sue sciabolate: “Guarda che crema!”.

Il sindaco Pierluigi Biondi non arriva subito, perché ha vari appuntamenti in agenda prima e dopo la seduta in una giornata cominciata presto e che finirà tardi, come al solito. A schierarsi per prima sui banchi è la Giunta. Completo per tutti gli uomini, cravatta anche eccetto Emanuele Imprudente (che arriva in ritardo, “stavo lavorando!” si giustifica) vira sul casual, parzialmente imitato da Luigi D’Eramo che ha il colletto sbottonato.

La cravatta la fa da padrone, poche le eccezioni: di qua il salviniano Luigi Di Luzio, da veterano, può permettersi la polo sotto la giacca, così come Ferdinando Colantoni, catapultato da Tenerife (visita familiare) a Villa Gioia; di là, camicia bianca sbottonata “alla Renzi” per Antonio Nardantonio, camicia bordeaux per Elia Serpetti, che contrasta con la vistosa coda grigia, e polo rossa per Angelo Mancini.

Alla fine i più eleganti sono i giovani: da matrimonio Leonardo Scimia, cravatta puntaspilli come Luca Rocci, Scimia che viene chiamato al seggio come il più giovane eletto, senza considerare il baby salviniano Francesco De Santis; come anche Stefano Albano che sceglie l’accessorio rosso. Le cravatte più vistose alla fine risultano quelle del post-dipietrista Lelio De Santis e del forzista Roberto Junior Silveri, entrambe sui toni dell’azzurro.

Quanto alle donne, scelgono il bianco Annalisa Di Stefano e Carla Mannetti, rinuncia ai colori per un sobrio nero Sabrina Di Cosimo, osa invece il verde lime Monica Petrella. E i consiglieri (mai ‘le consigliere’)? In maggioranza, rosa per la vice presidente del Consiglio Ersilia Lancia, camicia bianca a righine per Maria Luisa Ianni, blu tenebra per Elisabetta De Blasis fasciata in un vestito vertiginoso. All’opposizione sabbia per Elisabetta Vicini, custode del seggio elettorale, blu elettrico per Emanuela Iorio, grigia tshirt per Carla Cimoroni, un po’ dimessa ma dal significato politico.

Sulla maglietta c’è scritto, infatti, “proteggere le persone, non i confini”, un messaggio sull’emergenza migranti che condivide sui social anche il fidanzato (e predecessore in aula) Ettore Di Cesare, che dai banchi del pubblico guarda a vista l’unico consigliere civico assieme al compagno di tante battaglie Vincenzo Vittorini: è quest’ultimo a (ri)appendere, prima del via, lo striscione giallo che chiede verità e giustizia per le vittime del 6 aprile 2009, un appello che verrà colto nella prima dichiarazione programmatica dal presidente del Consiglio, Roberto Tinari.

Ma prima che l’ex bomber del calcio dilettantistico aquilano e stimato avvocato venga eletto sullo scranno più alto, a presiedere i lavori, con l’ausilio del segretario Carlo Pirozzolo e della funzionaria Lorella Reato, è il consigliere “anziano”, cioè più votato considerando la somma delle preferenze personali e di lista, ovvero l’ex assessore Iorio: “Anziana non certo per età”, chiarisce strappando il primo sorriso perfino ai lividi consiglieri del centrosinistra, reduci da riunioni frenetiche ad alta tensione e, ovviamente, dall’inattesa botta elettorale non ancora assorbita.

Vanno a buca le prime due votazioni per Tinari, non arriva il sostegno sperato dall’opposizione e Guido Liris (cravatta Marinella) comincia ad agitarsi, tanto da richiamare perfino il sindaco, uscito dall’aula al suo turno di voto: “Non sbagliamo la terza votazione!”. Ma non ci sono sorprese. Il discorso del neo eletto è di pancia più che di testa, com’è nelle corde del personaggio, che si commuove parlando degli “ultimi” e cita figure storiche e scomparse come Claudio Porto, Italo Grossi e Stefano Vittorini, gli ultimi due suoi predecessori su quella sedia.

Al termine corre ad abbracciarlo Americo Di Benedetto, completo funereo come l'umore spezzato solo da qualche sorriso, che prima stringe anche Biondi: un tentativo di mettere in pratica il ruolo di “leader” dell’opposizione su cui prima il suo stesso partito e poi il resto del fronte sconfitto ha ancora molto da dire, e poco di piacevole.

Poi tocca a Biondi, giura, firma e fa il suo di discorso, chiamando alla responsabilità l’assise e rivolgendo appelli alla maggioranza, all’opposizione, ai giovani, agli anziani, alle donne.

Anche lui si commuove nel passaggio sui valori che gli sono stati insegnati: l’onestà e la trasparenza. Fedeli scudieri, gli altri due “gabbiani” di Alleanza nazionale Liris e Alessandro Piccinini. I giovani, gli amici, i “bagnini”, come disse sprezzante Massimo Cialente, che sognavano di ‘prendersi’ la città e da oggi hanno cominciato a farlo.



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