COOPERATIVE COMUNITA', ABRUZZO PIONIERE
''REGIONE METTA FONDI, NORME SIANO SNELLE''

Pubblicazione: 14 maggio 2017 alle ore 08:15

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CHIETI - "Le cooperative di comunità possono rappresentare una svolta per i nostri piccoli paesi delle aree interne, in primis quelli colpiti dai terremoti, perché uniscono gli abitanti un progetto comune, competitivo e ad ampio raggio, ma la Regione Abruzzo deve prevedere subito un incentivo economico e modificare alcuni aspetti troppo vincolanti della legge approvata nel 2015".

A parlare è Massimiliano Monetti, architetto di Chieti e presidente di Confcooperative Abruzzo, che in questi mesi è impegnato in tutto l’Abruzzo ad organizzare incontri con amministrazioni e cittadini per promuovere una nuova prospettiva di rinascita economica e ripopolamento per i paesi dell’entroterra, in particolare quelli colpiti dai recenti terremoti e calamità, che in altre regioni sta dimostrando di funzionare creando lavoro e ripopolamento.

Con l’obiettivo di farne nascere in Abruzzo almeno dieci. 

Una scommessa che non ha pari nel panorama italiano, favorita anche dalle risposte da trovare per l'emergenza sismica e della neve che ha messo in ginocchio le aree interne.

Una cooperativa di comunità è profondamente radicata nel territorio, visto che i soci devono rappresentare dal 5 al 10 per cento della popolazione residente del Comune.

E ha anche la possibilità di operare in più settori, prendendo in affidamento lavori di pubblica utilità, come la manutenzione del verde, il piano neve, l’assistenza sociale, il trasporto scolastico, partecipando ai bandi del Comune o altri enti, ampliando poi la sfera di attività nel settore turistico, culturale e agricolo, potendo gestire anche esercizi commerciali. 

Una cooperativa insomma sociale, di lavoro e di servizi nello stesso tempo, che grazie a questa versatilità può avere più chance diversificando gli ambiti di azione nei diversi progetti del territorio.

A riconoscere e a normare in Abruzzo la cooperativa di comunità è stata la legge 25 del 2015, a firma dell’assessore Marinella Sclocco.

Ma mancano ancora i soliti regolamenti attuativi, affidati al futuro lavoro delle commissioni e alle deliberazioni della Giunta, in primis relativi ai criteri per erogare finanziamenti agevolati e ai contributi in fondo capitale, o per mettere a disposizione edifici o aree non utilizzate dalle amministrazioni pubbliche per il raggiungimento degli scopi sociali.

E ad oggi, la legge non ha nessuna copertura economica.

Senza nemmeno attendere questi passaggi normativi, a partire in quarta, come già raccontato da AbruzzoWeb è stato il comune di Pizzoferrato, in provincia di Chieti con il supporto di Confcooperative, dove già è operativa la cooperativa Ajavdè e che ora ha un anno di tempo per raggiungere il numero di 55 soci, il 5 per cento dei 1.130 abitanti.

A San Vito Chietino (Chieti), sta invece nascendo la cooperativa Invitum, e si stanno facendo passi molto concreti anche a Tollo (Chieti) ad Anversa degli Abruzzi e Collelongo (L'Aquila).

In questa fase nascente sarebbero davvero utile anche un piccolo sostegno economico da parte della Regione.

"Serve un incentivo per far nascere queste cooperative - conferma Monetti - basterebbero per cominciare 10 mila euro a cooperativa, 100 mila euro in tutto, se teniamo fermo l’obiettivo alle dieci realtà da appoggiare come realtà pioniere. Anche Confcooperative del resto è pronta a fare la sua parte, con fondi e il sostegno per le start up, e stiamo definendo le modalità. Intanto abbiamo uno staff tecnico che può supportare queste cooperative, il che rappresenta un aiuto diretto in termini di servizi”.

L’invito rivolto alla Regione Abruzzo, dunque, è quello di prevedere un budget per finanziare la legge, visto che ad oggi è a zero e che rappresenti un segnale concreto di credere in questa visione e in questa opportunità, ma c’è anche un altro limite della legge regionale, che andrebbe superato: quello dell’aliquota ritenuta troppo alta dei soci residenti.

"La legge abruzzese - spiega infatti Monetti - ricalca quella della Regione Puglia, ma in Puglia, dove ci sono comuni molto popolosi, il limite minimo del 5-10 per cento dei soci residenti ha un altro senso: quello di impedire che in un singolo comune nascano due o più cooperative di comunità in competizione, snaturandone il senso. Qui in Abruzzo invece abbiamo piccoli paesi, e se ho 400 abitanti, in buona parte anziani o già occupati, può essere un problema trovare 20 soci residenti e attivi".

La proposta è poi quella di aprire anche ai non residenti, per esempio a San Vito vorrebbero entrare in cooperativa i proprietari delle seconde case spesso non più residenti, che potrebbero mettere a disposizione le loro abitazioni per l’ospitalità diffusa, ma anche qui le attuali quote da riservare a residenti, ben 400 soci rappresenta un problema insormontabile .

"Anche a Tollo che ha 3 mila abitanti - aggiunge Monetti-   è un problema trovare 300 soci anche se sono già tanti quelli interessati. Per questo abbiamo già chiesto alla Sclocco di revisionare la legge diminuendo l’aliquota”.  

Riflettendo sulla natura singolare di una cooperativa di comunità, potrebbe quindi sorgere la seguente perplessità: se i soci sono decine o anche nei comuni più popolosi nell’ordine delle centinaia, ovviamente non tutti potranno lavorare in modo stabile, per tirarci fuori uno stipendio degno di questo nome, e questo potrebbe innescare conflitti interni distruttivi.

“Creare una cooperativa da cento soci - risponde all’obiezione Monetti - non significa creare 100 posti di lavoro, ma come dimostrano esperienze già consolidate, si possono creare comunque tanti posti di lavoro veri, invertendo così il destino di spopolamento delle aree interne, perché dove opera una cooperativa di comunità si respira voglia di fare, dove si ricostruisce per tutti, anche per i soci non lavoratori, un luogo accogliente e vivo”.

Ovvero, una parte dei soci, in primis giovani e disoccupati, saranno soci lavoratori a tempo pieno, altri soci saranno collaboratori stagionali, o in base ai singoli progetti e commesse.

Altri ancora offriranno servizi (commercianti, albergatori, ecc) con le loro attività, gli agricoltori locali potranno conferire i loro prodotti.

Molti altri, pensionati e chi ha già un’occupazione, saranno soci sostenitori che però potranno avere interesse e vantaggi, aderendo a gruppi di acquisto di beni prodotti dalla cooperativa, a costi convenzionati, oppure mettendo a disposizione locali o appartamenti per l’ospitalità turistica, con una soddisfazione economica diretta e indiretta anche per loro e se il paese rinasce tutti ne beneficiano.

Insomma, il punto di forza, la novità, è che una comunità si trasforma in una cooperativa, intorno ad un interesse comune, economico ma non solo, e questo può favorire il riannodarsi della solidarietà, della collaborazione e del mutuo aiuto, che troppo spesso anche nei paesi è venuto con il tempo a mancare.

"I territori devono iniziare a fare impresa condivisa e sostenibile che crei micro-economia locale. Se poi la cooperativa fallirà per l’emergere di conflitti interni, allora è destino che un paese segua il suo fatale destino di spopolamento, ma è una partita che vale la pena di giocare", conclude in nostro interlocutore.



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