DALL'AQUILA A MONACO DI BAVIERA,
VIAGGIO TRA I COLORI DELL'OKTOBERFEST

Pubblicazione: 29 ottobre 2017 alle ore 09:00

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L’AQUILA – Vento in faccia. Odori. Colori. 

La strada che scorre sotto le due ruote di una moto Yamaha Naked che si comporta benissimo per i 2 mila chilometri e oltre di un viaggio andata e ritorno dall’Aquila a Monaco Di Baviera, in una Germania verde di prati e azzurra di fiumi e laghi e dal tradizionale sapore di birra dell'Oktoberfest, edizione 2017.

Si attraversa l’Italia in dieci ore circa in cui il mare scorre accanto e cambia colore a ogni chilometro, poi diventa campagna e industrie e terra coltivata e ancora vigneti a perdita d’occhio e Prealpi, aspre e cupe che risucchiano la strada fino al valico del Brennero.

La moto tiene, vibra, l’attrito dell’asfalto arriva diretto fino ai polpacci e alle gambe, il vento non passa attraverso i giubbotti ma si infila nelle fessure dei guanti, alla base del casco e si fa sentire con un frastuono costante nelle orecchie.

È ormai buio quando si supera il confine tedesco, la Baviera è nascosta, ci sono solo le luci rosse e gialle dei fari delle auto che sfrecciano sull’Autobahn, qualche goccia di pioggia scivola via insieme ai cartelli stradali di Rosenheim, Holzkirchen, Brunntal e i chilometri che annunciano la distanza da Munich, Monaco, sono sempre di meno pur sembrando sempre infiniti.

Monaco ha strade larghe e ordinate, casette basse in fila con i loro bravi giardini recintati da steccati di legno scuro e tetti spioventi e palazzi alti tanti piani, modernissimi di acciaio e vetro, spalla a spalla con antichi caseggiati rivestiti di stucchi e volute e immensi portoni intarsiati, ciascuno con il suo bravo cartiglio con riportato l’anno di costruzione: 1764, 1850, 1894.

Stanno lì, perfettamente accostati e sembra la cosa più naturale del mondo, guardarli e immaginare la storia di una città attraverso i secoli.

Monaco di sera è stranamente silenziosa, o forse il rumore dei primi mille chilometri percorsi fino a qui ne copre qualsiasi altro e al mattino ha l’aspetto un po’ grigio del riflesso di un cielo nuvoloso. 

Così le tinte vivaci degli abiti in stile bavarese della gente per strada colpiscono gli occhi, sono macchie di colore alle fermate degli autobus più puntuali del mondo o nelle stazioni della metropolitana che il treno arriva e non hai nemmeno il tempo di guardarlo, il sedile per l’attesa.

Questa città racconta l’Oktoberfest 2017, in un fine settimana a cavallo tra settembre e ottobre, scrivendolo sul viso delle persone, in occhi chiarissimi e capelli intrecciati di nastri, cappelli con le falde e bretelle di fustagno a tenere su i tipici pantaloni corti al ginocchio del costume tradizionale bavarese.

Quanta gente vive qui? Due milioni? Tre milioni? Beh, sono due milioni o forse tre che si muovono in un’unica direzione, che neanche alla festa del patrono in un paesino di poche anime in cui dietro alla processione trovi dal parroco al sindaco al medico condotto fino all’ultimo abitante dell’ultima casa alla fine della strada.

Ecco, l’Oktoberfest rappresenta l’identità di una città, sia pure così grande e popolosa e forse anche dispersiva al pari di ogni metropoli che si rispetti, variegata di abitanti, residenti o meno, da ogni parte del mondo. 

Una festa che è scritta nel dna, con le sue regole ferree stabilite con un decreto, il Reinheitsgebot ovvero l’editto della purezza, già nel 1516, a cominciare dai soli 4 ingredienti che devono essere presenti nella birra: malto di orzo, luppolo, lievito e acqua. Banditi zuccheri e qualsiasi tipo di additivo o ingrediente aggiuntivo.

Solo 6 birrifici rispondono ai requisiti indicati, incluso l’ultimo, cioè essere di Monaco, e hanno il permesso di distribuire birra nei 35 stand per un totale di quasi 100 mila posti a sedere, durante i 16 giorni dell’Oktoberfest: Augustiner, Loewenbrau, Paulaner, Spaten, Hofbrau, Hacker-Pschorr.

Monaco sa di birra, dunque, a boccali da un litro stracolmi, canti tipici bavaresi e orchestre, di salsicce fumanti, di giganteschi bretzel cosparsi di grani di sale grosso, di cannella e spezie, di caffè espresso bruciato imbevibile e tazzone piene di caffè nero solubile da mandar giù con due chili di zucchero.

Dieci euro a boccale, in media, e per fare il cameriere o la cameriera qui, devi essere in grado di portarne dieci la volta da riempire al volo e lanciare sui tavoli già scivolosi di schiuma. 

Ad ascoltare le conversazioni dei vicini di tavolo, sembra che gli italiani siano noti per una poco simpatica usanza: quella di portarsi a casa come souvenir i grossi bicchieri di vetro, detti Maβ.

E pensare che, a rovesciare il boccale, c’è scritto sotto a chiare lettere, Made In Italy.

L’Oktoberfest è un grande parco giochi, zeppo di polizia in ogni angolo, visti i tempi correnti, ma le uniche facce sospettose sono proprio quelle degli agenti. Il resto è fatto per lo più di guance arrossate e andature non troppo diritte, di immancabili selfie ai tavoli, di cittadini del mondo con tracce rilevate di italiani a zonzo e sfuggenti e non troppo sobri.

Giostre, una gigantesca ruota panoramica, enormi baite stipate di gente seduta e in piedi, ognuna ‘territorio’ di un birrificio, ognuna con l’odore di ressa, alcool, crauti e salsicce, una città nella città distesa ai piedi della gigantesca Statua della Bavaria, un’opera in bronzo alta quasi 20 metri che raffigura la patrona della Baviera. 

Proprio ai piedi di questa statua vengono sparati tre colpi di pistola per chiudere i festeggiamenti dell’Oktoberfest.

E mentre a camminare tra i negozi eleganti e affollati della Neuhauser Strasse, nel centro di Monaco, le gambe si preparano ai mille chilometri del ritorno, accade che si possano incontrare anche due russi, in divisa militare verde e rossa, appena sbucati da una foto della Piazza Rossa di Mosca e le due torri del duomo, la Frauenkirche, con i loro mattoni rossicci e le cupole a cipolla, dall’alto dei loro cento metri un po’ lo ricordano pure il profilo del Cremlino.

Uno dei musicanti strapazza una balalaika, l’altro un tamburello e le note di Kalinka risuonano ben oltre un’anacronistica cortina di ferro.

Tutto si muove in una oliata macchina di vita, lavoro, turisti, uffici e divertimenti. 

Tutto, qui, a Monaco di Baviera, sembra governato da un tempo che scorre diversamente che altrove.

Niente intermezzi, niente spazi vuoti, eppure resta il tempo per afferrare i colori dell’autunno sugli alberi dei viali, mentre si rientra e ci si prepara a ripartire spaccando il minuto sulla tabella di marcia, sfiorando qua e là le insegne di pizzerie e ristoranti dal chiaro ricordo di casa Italia.

Nella strada di ritorno, un paesaggio uguale all’andata ma differente nei colori, nella luce e nuovo di dettagli e particolari,come le baite e la chiesetta di Götzens, a pochi chilometri da Innsbruck, coperta di nebbia fitta, con la strada che si fa viscida e scivolosa o il castello fiabesco di Freundsberg, nei pressi di Schwaz, in Austria, con la pioggia che si fa battente e copiosa fino a Verona.

Moto e motociclisti inzuppati fino al midollo, bagagli e zaini che a strizzarli hanno tirato giù l’acqua di tutto il Tirolo e l’Alto Adige.

Nemmeno il tepore insolito della costiera adriatica è riuscito ad asciugare l’umido penetrato fin dentro il midollo, nemmeno il vento secco a ridosso del Gran Sasso e l’aria asciutta della conca aquilana, e dentro la testa sentire la ragione che acida ripete con quella vocina stridula “con la macchina non ci si bagna mica”.

Certo.

Ma neanche ti capita di portare negli occhi, nel cuore, la manina e la voce di un bimbetto minuscolo e biondo che dal terrazzo di un albergo qualsiasi in un quartiere qualsiasi di una Monaco indifferente, saluta con un “Ciao Ciao Brum Brum”, in perfetto linguaggio universale.

E aveva gli occhi sgranati come scodelle.



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