DALL'AQUILA AD AMATRICE: LE OPERE PERDUTE
DI DOMENICO ELIA, ARTIGIANO DELLA PIETRA

Pubblicazione: 25 dicembre 2016 alle ore 09:15

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L'AQUILA - Ogni angolo dell'Aquila può raccontare di mani sapienti che, in piccolo o in grande, hanno contribuito a renderla ciò che era, persone che con il loro lavoro e la loro arte ne hanno plasmato l’aspetto, modificandolo anche, nel corso dei secoli. 

Domenico Elia, detto Mimino, era una di quelle persone: un abile marmista, ‘scalpellino’, cioè artigiano della pietra lavorata con l’uso di un martello e un punteruolo per inciderne i blocchi informi e tirarne fuori l’anima nascosta. 

Aquilano verace, nato nel capoluogo abruzzese nel febbraio del 1912 e qui morto nel luglio del 1969 dopo una vita trascorsa a imparare il mestiere del padre, a tenerlo vivo, con in mezzo due guerre mondiali, una campagna di guerra in Spagna e una in Albania tra il 1937 e il 1939.

Primo di 12 figli, aveva appena 12 anni, quando realizzò il suo forse primo lavoro, le targhe commemorative che erano affisse all’ingresso di ogni aula nella scuola elementare "Edmondo De Amicis", in piazza san Bernardino.

Ne aveva pochi di più, 17, quando si mise all’opera per il restauro degli elementi in pietra della villa Cimaroni (l’attuale Villa Masci) lungo viale Duca degli Abruzzi; ma anche fuori dall'Abruzzo, suo è lo stemma cittadino posto sulla tomba del sommo poeta Dante Alighieri a Ravenna; sempre opera sua un altro stemma della città questa volta a Siena, nella contrada dell’Aquila.

E come un lungo filo rosso del destino che unisce le persone e i luoghi anche a chilometri e giorni e tempo e spazio di distanza, un piccolo pezzo del capoluogo è passato dalle mani di ‘Mimino’ Elia per finire ad Amatrice, alla metà degli anni Trenta del secolo scorso: il rosone della chiesa di Sant’Agostino, completamente distrutta con i terremoti del 24 agosto e del 30 ottobre scorsi, che l’artigiano aquilano scolpì insieme ad altri per il completamento della facciata, di cui ora non restano che le fotografie.

Pezzi di storia che scompaiono, come le persone, per la furia della natura. La stessa sorte toccata all’altare post-conciliare, realizzato sempre da Elia, della chiesa capoquarto di Santa Maria Paganica, del secolo XIV, nel centro storico dell’Aquila: il crollo del transetto nel terremoto del 6 aprile 2009 lo ha polverizzato.

Nemmeno una briciola è rimasta di altare e ambone, spazzati via in quei 23 secondi tremendi. E ora che il 2017 sembra essere finalmente la data in cui la chiesa potrebbe vedere uno spiraglio per la sua rinascita, con gli ultimi stanziamenti da 30 milioni di euro e il possibile bando per la gara d’appalto insieme alla Cattedrale cittadina, si conta quello che è ancora recuperabile dopo sette anni di abbandono, con pioggia vento e neve liberi di filtrare copiosi dalla parziale copertura del tetto.

Molti tesori che la chiesa custodiva sono stati comunque messi in salvo, e in alcuni casi già miracolosamente restaurati, come i dipinti di Vincenzo Damini, ridotti a brandelli e praticamente ricostruiti.

“Ricordo mio padre quando, dipendente della ditta Aquila Marmi, dopo aver chiuso il suo laboratorio all’angolo tra via Roma e viale Duca degli Abruzzi all’Aquila, lavorava le pietre per finire i suoi lavori - racconta ad AbruzzoWeb il figlio Pio Elia, attivista del gruppo di azione civica Jemo ‘Nnanzi - e si metteva in cucina, c’era polvere ovunque e mio padre continuava a incidere la pietra, incurante dello sbraitare di mia madre”.

“Un bonaccione, gioviale, appassionato del suo lavoro. Tutto quello che faceva era per la famiglia. Le missioni in guerra e i lavori, servivano per portare soldi a casa e mandare avanti la baracca. Senza mai lamentarsi” ricorda ancora Pio “e proprio per la sua morte prematura, io e mia moglie decidemmo di sposarci nella chiesa di Santa Maria Paganica, su quell’altare da lui realizzato. Era il 1978 e mi sembrava che ci fosse anche lui, lì con noi”.

Di quell’altare, l’ultimo lavoro dell’artigiano aquilano, realizzato tra il 1967 e il 1969, non è rimasto che il progetto dell’architetto Angelini e uno scambio di lettere tra il parroco di quel tempo, don Norberto Circi, e l’onorevole Remo Gaspari che faceva da tramite per perorare la causa dell’assegnazione di fondi per il restauro e consolidamento della chiesa da parte della Cassa del Mezzogiorno.

Anche allora, a partire dal 1964, si rendevano necessari lavori a Santa Maria di Paganica: le tegole, pericolanti, venivano fatte cadere per evitare che venissero giù da sole e provocassero danni ai passanti.

Sessanta milioni di lire fu la cifra richiesta per i lavori di rifacimento, in una storia, che si ripete, fatta di rinvii, sopralluoghi, lettere e cablogrammi e cavilli burocratici.

Fondi prima stanziati e poi all’improvviso ritirati. “Da fonte attendibile ho appreso con sorpresa che, dopo aver liquidati gli interessati al progetto dei lavori di restauro urgenti e necessari alla chiesa di Santa Maria di Paganica in L’Aquila, (…) sono stati ritirati i fondi all’uopo stanziati a suo tempo dalla cassa per il Mezzogiorno nella somma di 60 milioni”, si legge in una lettera spedita dal parroco al Soprintendente ai monumenti dell’Abruzzo e del Molise e al ministro della Cassa per il Mezzogiorno, il 10 ottobre del 1964.

“Terremo presente la questione nel prossimo rilancio - risposero il 30 ottobre dalla Casmez - per l’attuale contingente situazione delle disponibilità finanziarie dell’Istituto”.

Don Norberto, che voleva vedere la sua parrocchia messa in sicurezza e restaurata, chiese l’intercessione di Federico Trecco, presidente del Consorzio agrario provinciale , poi scrisse di nuovo, il 23 febbraio del 1966, per “le precarie condizioni statiche dell’esteso tetto e la necessità delle riparazioni interne”, ma bisognava attendere ordini superiori che arrivarono con un telegramma del 23 giugno 1966, a firma di Gaspari, all'epoca sottosegretario di Stato, “lieto comunicare casmez habet approvato perizia lire 60 milioni per consolidamento e restauro chiesa”. Questo anche con le premure di Lorenzo Natali, ministro della Marina mercantile e illustre aquilano, che per una volta superò il suo storico dualismo con "Zio Remo".

È solo nell’aprile del 1968 però, che il parroco potè vedere realizzato il suo intento di avere un altare nuovo, oltre ai restauri del tetto e degli impianti elettrici. La Cassa per il Mezzogiorno e la soprintendenza non vollero finanziare quelli che consideravano “lavori suppletivi non necessari al restauro e consolidamento”, così don Norberto, che aveva già preso accordi con la ditta Aquila Marmi e con l’artigiano che avrebbe dovuto realizzare il lavoro, partì con una colletta e mise insieme le somme necessarie.

Le donazioni degli abitanti del quartiere ammontarono a 16 mila lire, di altre 2 mila fu la somma raccolta invece tra il personale della locale Banca nazionale del lavoro, ancora 3.100 lire dall’Ispettorato provinciale dell’agricoltura, e così via fino a raggiungere i 2 milioni 200 mila lire necessari per la realizzazione del nuovo altare e dell’ambone in “marmo di breccia pernice e una lastra di travertino come pure le quattro coste saranno realizzate in breccia pernice di adeguato spessore".

"I due piedistalli saranno realizzati con elementi di breccia pernice per la parte centrale e in bianco vigliano le crocere di base”, si legge nella conferma di ordine stilata dall’Aquila Marmi il 2 aprile 1968. Con “Carico, trasporto e scarico nella piazza di Santa Maria di Paganica a nostro carico” e con “ l’assistenza di un nostro specialista per il montaggio dei pezzi”.

Domenico Elia lavorò a questo suo ultimo progetto con cura, come aveva fatto per una vita per tutte le sue opere, prima di morire, nel luglio del 1969, all’età di 57 anni.



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