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LA BATTAGLIA DEL SIGNOR LIMONGELLO, ''MIA CASA NON E' DI PREGIO, CON PIANO RICOSTRUZIONE DEL COM'ERA E DOV'ERA IL MIO PAESE RISCHIA DI RESTARE VUOTO PER TANTO TEMPO''

DECENNALE SISMA: SFOLLATO A CASTELNUOVO, ''VECCHIO NON E' ANTICO, MEGLIO CASE SICURE''

Pubblicazione: 18 aprile 2019 alle ore 06:00

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L'AQUILA - ''Quello che conta è  salvaguardare la vita, avere il diritto di abitare sotto un tetto sicuro.  È assurdo restaurare una vecchia casa, manco fosse un palazzo rinascimentale, quando con l'abbattimento e ricostruzione allo stesso costo si avrebbe un ottimale adeguamento sismico. Il mito del dov'era e com'era in certi casi, è solo una fissazione intellettuale". 

A parlare è Lino Limongello, affermato mandolinista e operatore sociale di origini campane, sfollato, da ormai dieci anni, nel villaggio Map nelle campagne dell’altopiano dei Navelli, che ha come immobile orizzonte quel che resta di Castelnuovo, dove il sisma ha colpito duro. Il piano di ricostruzione, redatto dall'Università di Firenze, è stato quantificato in  94,4 milioni di euro. Ma dopo dieci anni di cantieri e chiavi consegnate ne sono state davvero poche. 

La vicenda personale che Limongello ha da raccontare, è dunque estremamente significativa per comprendere le cause dell'impasse. E in termini più generali offre spunti di riflessione di natura urbanistica e addirittura filosofica. 

"Io abito nel corso principale del paese, proprio sotto l'antichissimo borgo fortificato, raso quasi tutto al suolo dal sisma. La mia casa fa parte di un aggregato di cui quasi tutte  sono seconde case. La mia in particolare è di edilizia povera, realizzata ad inizio '900, di pietra e malta. Ora è ovunque attraversata da profonde crepe. Dentro è letteralmente implosa, la calce dentro i muri portanti, se la smuovi, scorre via come fosse acqua'.

Tecnicamente, insomma, è  un vecchiume, e unico elemento di valore sono un “balcunciello e na' fenestrella”, concede Limongello, un “balconcino e una piccola finestra" di pregevole fattura. 

Da qui la sua richiesta, presentata già nel 2011 di poter abbattere e ricostruire l'immobile, con tecniche più aggiornate di cent’anni. Con la medesima forma e volume, reinserendo nella facciata, ci mancherebbe altro, anche il "balcunciello" e la "fenestrella" di cui sopra. Quelli si com'erano e dov'erano.

Con la garanzia di avere un'abitazione con grado di sicurezza 100%, rispetto al consolidamento dell'esistente, con catene, tagli e cuci, e iniezioni di resine dentro i vecchi muri e altre tecniche. Che mai puo' superare il grado di sicurezza 60%

Il problema però è che il  "vecchiume" del signor Limongello, è stato comunque classificato con la sigla 'Re2b', ovvero "edificio con massimo grado di conservazione".

Questo perché il Piano di ricostruzione, redatto come detto dall'Università di Firenze,  è impostato sulla filosofia del ripristino dell'esistente. 

Ovvero, tutto quello che più o meno è rimasto in piedi va restaurato. Poi, nel Piano della Castelnuvo del terzo millennio sono previste  varie e assortite strutture di architettura contemporanea, come un centro polivalente, un museo della Memoria, giardini terrazzati, ed altro ancora. Se mai vedranno la luce.

Per Limongello è così iniziata una estenuante battaglia burocratica, dentro l’assemblea dei proprietari, molti dei quali non si sono quasi mai visti, forse perche vivendo po'altrove non hanno interesse alla ricostruzione di una loro seconda casa. E poi  con pellegrinaggi per uffici, quelli del Comune, dell’Usrc, Soprintendenza e Genio civile.

"La mia richiesta è stata respinta - rivela poi Limongello - solo perchè non si  è verificato un crollo superiore al 25 per cento del volume dell'edificio. Io ho provato a spiegare che questo è avvenuto  perchè da un giorno all'altro la mia casa è stata stata puntellata, senza che io sapessi nulla, tra l’altro. Ma basterebbe togliere i puntellamenti e secondo me in buona parte la casa verrà giù con una spinta".

Ma nulla, il Piano è intoccabile, e i progettisti si arroccano sull’ipotesi restauro. 

A Limongello non resta  così che attendere novità nel villaggio post sismico. Dove sono rimaste a vivere una trentina di famiglie. La metà rispetto all'immediato post sisma. Qualcuno certo è tornato nella casa ricostruita, nella periferia del paese. Ma molti altri sfollati anziani  sono passati a miglior vita. E tanti giovani hanno fatto le valigie, visto che la mitica ricostruzione economica e sociale anche qui e' rimasto un slogan buono per convegni, comizi e commemorazioni.

"Questo piano secondo me è come una zappa sopra i piedi - prosegue Limongello -  Per realizzarlo ci vorrà troppo tempo. Del resto a dieci anni dal sisma siamo all'inizio dell'opera. Si dovrà procedere step by step, anche per mancanza di spazi. C'è  poi il problema dei grottoni, sotto il paese, che impongono interventi costosissimi per poi poterci costruire sopra". 

Tutta la questione, insomma gira intorno alla differenza tra “vecchio” ed “antico”. 

"Il culto del passato è anche rispettabile. Come pure la nostalgia e il desiderio di veder rinascere un paese più o meno identico a quello che era prima. 

Ma è in questo caso, a mio modesto parere,  è un atteggiamento irrazionale. Si confonde il vecchio con l'antico. La tradizione però si conserva solo se è costantemente vivificata, solo se si evolve. Vale anche nella musica, quella della tradizione partenopea, ad esempio, che fa parte del mio repertorio. E poi io non sono del posto, sono qui da forestiero,  anche se amo questi luoghi”.

Forestiero si, ma con il destino del terremoto.

“In Irpinia quella mattina di novembre di 39 anni fa io c'ero, a portare con un mini minor colma di coperte e acque  e beni di prima necessità. Quando siamo arrivati, in un piccolo paese, Conza della Campania, non c'era ancora nessuno, eravamo arrivati prima dei soccorsi, c'erano i cadaveri per terra, abbiamo scavato con le mani, fino a quando i cadaveri hanno cominciato a puzzare. Anche in Irpinia tanta gente è morta perché viveva in case vecchie, di edilizia povera, sopra una terra a massimo rischio sismico".



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