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ELEZIONI: TAVANI (FDI), ''SE SALVINI SBAGLIA ACCORDI, NOI ALL'OPPOSIZIONE''

Pubblicazione: 09 marzo 2018 alle ore 19:17

Antonio Tavani

L'AQUILA - “Ho fatto trascorrere qualche giorno dall’esito elettorale, perché la ragione, l’idealità e l’istinto mi hanno sempre accompagnato mischiandosi e guidandomi, prevalendo ora l’una, ora l’altra e ora l’altro ancora, a seconda. Giudicare d’impulso sarebbe stato istintivo, oggi invece il mio istinto è stato “positivamente inquinato” dalla ragione e dagli ideali, e quindi ci provo”.

Così in una nota Antonio Tavani, candidato per Fratelli d'Italia, capolista al Senato per il proporzionale nel collegio Abruzzo alle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

“Personalmente - prosegue Tavani - rifarei le stesse scelte che ho fatto, la medesima campagna elettorale e incontri analoghi. Sessantamila voti abruzzesi di differenza dalla Lega (Ex Nord…), non ci devono lasciare rimpianti, perché i traguardi vanno costruiti, e quelli di un territorio vanno difesi, coltivati e aiutati, senza lasciare spazio e tempo a rivalse, vendette e colpi bassi”.

IL RESTO DELLA NOTA

Le candidature, per come si erano prospettate alla presentazione delle liste, erano già una vittoria, e da parte di tutti andavano difese meglio, valorizzate, coltivate. 

Noi di Fratelli d'Italia I non siamo riusciti ad intercettare un solo voto “migrante” dal centrodestra, voti che si sono invece attestati su Lega e Movimento 5 stelle, con una campagna elettorale che si è andata polarizzando su leader e slogan che hanno appassionato gli italiani molto più dei programmi, dei contenuti e delle coperture finanziarie. 

Tuttavia il voto popolare si rispetta, io lo rispetto e tento di analizzarlo. Dispiace che lo sforzo di aver fatto guadagnare in cinque anni a Fratelli d'Italia oltre 12 mila nuovi voti, che ci hanno fatto passare dal 3% al 5%, non sia servito ad eleggere né me e nemmeno mio fratello Etel Sigismondi, che addirittura occupa il primo seggio non eletto di Fratelli d'Italia.

Ne sono scattati 19 e lui era il ventesimo! 

Cinque anni fa successe anche di peggio, il seggio al Senato fu scippato solo da una interpretazione in “autodichia” (quella prerogativa che hanno i due rami del Parlamento di risolvere controversie attinenti i propri rappresentanti attraverso propri organi giurisdizionali appositamente costituiti, senza ricorrere ai tribunali …) che i Senatori dettero su se stessi. 

Fratelli d'Italia allora elesse almeno sette senatori (di cui uno in Abruzzo) ma la Giunta per le Elezioni del Senato si “tenne” quelli nominati dalle Corti di Appello, in base ad una interpretazione errata del premio di maggioranza. 

Con le legge 2013 e i voti del 2018, oggi staremmo a rappresentare Fratelli d'Italia e l’Abruzzo in Parlamento con almeno tre parlamentari. 

Nel frattempo Forza Italia, Lega e Partito democratico stavano votando la peggiore e più incivile legge elettorale, che permette la nomina diretta dei parlamentari dei maggiori partiti, mentre al tempo stesso altri partiti decidevano di “nominarli” ugualmente “pur senza votare la legge elettorale”.

Facevamo parte con Fratelli d'Italia di una coalizione elettorale dotata di un programma politico quasi interamente sovrapponibile, coalizione che potrebbe certamente permanere diventando “federazione” di governo, ma solo se avremo i voti in Parlamento; altrimenti questo schema a tre punte si dissolverà rapidamente. 

E in questo caso tutti dovremmo farci delle domande e darci risposte serie e “razionali”, facendo sottostare alla regione “istinto e ideali”. 

Soprattutto chi ha voluto questa legge.

Incarico a Salvini, quindi. 

Ma se Salvini non trovasse in Parlamento un pieno e incondizionato appoggio al programma di governo che vogliamo proporre insieme, o addirittura lo volesse trovare nelle forze politiche che hanno portato l’Italia e la Regione Abruzzo in queste condizioni di depressione economica fino alla scomparsa di alcuni dei bisogni primari (sanità e strade), o ancora fosse tentato di trovarle in quelle anti-sistema, Fratelli d'Italia dovrebbe stare all'opposizione.
Perciò se la ragione mi dice “incarico alla nostra coalizione e quindi a Salvini”, l'istinto e gli ideali mi suggeriscono di rifuggire da inciuci e da false convenienze, che malamente mascherano un poco duraturo appoggio, sempre soggetto (l’appoggio) a ricatti al ribasso per gli italiani.

L’alternativa è rispettare il voto di 32 italiani su 100 e dare al Movimento 5 stelle l’opportunità di trasformare in azione di governo una campagna mediatica pluriennale e senza precedenti, a volte incoerente con se stessa se analizzata dall’inizio; ma un voto così va rispettato (interamente nella sua parte buona) e va totalmente contestato evidenziandone lo spirito troppo spesso “ultras” (in quella parte di sostegno che certa feccia ha trasformato in turpiloquio, offesa a prescindere e condanne senza processi). 

E così sarebbe Di Maio a dover trovare l’appoggio al suo governo, con qualche streaming (e stronzata) di meno e qualche sano ragionamento in più. 

Io con loro non voglio governare, me lo dicono ragione istinto e ideali.

E infine, torna la ragione.

Se il nord ha votato in massa la Lega e il sud ha votato in massa il Movimento 5 stelle non rischiamo che un governo affidato all’uno o all’altro tiri ancora più giù una parte dell’Italia oppure l’altra? 

Non sarebbe più idealmente corretto affidare il governo in condivisione, affinché il malessere del sud (al quale appartengo) possa essere sostenuto, capito e corretto e l’efficienza del Nord possa essere messa a sistema nazionale?

Vogliamo forse negare che ammalarsi al sud ci dà un’aspettativa di vita (e di cure) peggiore che non ammalarsi al centro o al nord?

Vogliamo continuare a negare, con i falsi alibi referendari, che il debito pubblico italiano è esploso con la “regionalizzazione” dell’Italia e i 20 bilanci sanitari regionali? 

Altro che Cnel e Province.
Vogliamo continuare a negare che l’Italia non solo è sempre più marcatamente spaccata in due (nord e sud), ma anche sempre più in quattro (nord, sud, Tirreno e Adriatico)?

Da un lato affidarsi unicamente all’antisistema e al reddito di cittadinanza sarebbe un errore che riporterebbe il sud ancora più indietro, in attesa di risposte che non arriverebbero da nuova efficienza, nuove infrastrutture e nuova occupazione.

Dall’altro affidarsi unicamente a chi ieri predicava nuova autonomie in un altro referendum (fortunatamente perso, ma quanta visibilità e campagna elettorale...) avrebbe lo stesso effetto negativo aumentando il solco tra efficienza e ritardi.

Né possiamo comunque liquidare oltre la metà di italiani con “voto di protesta”. 

Diamo volti, programmi e progetti alla protesta. Governino.

Fratelli d'Italia ha una comunità ormai larga e diffusa sul territorio, eppure debole. Noi abbiamo bisogno di rafforzare le nostre fondamenta con donne e uomini che ci portino al tempo stesso istinto, ragione e ideali, in una sola parola ci portino “competenze”. 

Le competenze così intese sono gli strumenti per arginare, affrontare e risolvere il dramma dei nostri giovani che partono senza ritorno, il dramma della finta accoglienza che mette a posto solo la coscienza e sfascia interi pezzi di territorio, il dramma di anziani e disabili che non riescono nemmeno ad arrivare al seggio elettorale, il dramma di una pubblica amministrazione in estremo ritardo e che oggi a quasi sette giorni dal voto non ci ha ancora detto chi è stato eletto, il dramma di una terra fragile (l’Abruzzo e l’Italia) sottoposta ciclicamente a terremoti, frane e dissesti idrogeologici e poi quando si deve affrontare il problema bisogna chiedere il permesso all’Europa. 

È qui che dobbiamo crescere, in mezzo alla gente, in mezzo ai problemi, offrendo competenze e sacrifici. 

’organizzazione di un partito e una campagna elettorale richiedono sacrifici, tempo, presenza, viaggi. Con le “puntatine” veloci abbiamo già dimostrato di non arrivare al cuore e alla testa degli abruzzesi. 

Competenza, presenza e sacrificio. 

Fratelli d'Italia può farlo, deve farlo. Sì, siamo deboli, ma autentici.

Ecco perché alle prossime regionali io non voglio dare nulla per scontato, nessuno potrà “fissare” la nostra appartenenza politica “nel campo di qualcuno” in maniera rigida e preconcetta, niente di già deciso. 

A nessuno perdonerò personalmente di fare fughe in avanti per candidare se stesso o se stessa, è finito il tempo dell’autoreferenzialità, soprattutto nel centrodestra.

Questo modo di fare politica ha sguarnito i territori, ha offeso l’Abruzzo, ci ha privato di molti rappresentanti “autentici”, e non ne abbiamo più molti di quelli che a Roma sappiano difendere il lavoro e la storia di intere generazioni abruzzesi, non la “generazione della campagna elettorale”.

Non sarò io a portare il Movimento 5 stelle al 51%, né in Italia né in Abruzzo. 

E non morirò leghista.



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