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FRANCA LEOSINI E LE STORIE MALEDETTE,
''QUANDO FECI RIAPRIRE IL DELITTO PASOLINI''

Pubblicazione: 09 agosto 2016 alle ore 08:14

di

L’AQUILA – Il giornalismo di servizio può arrivare dove la giustizia invece trova il suo limite, anche fino al punto di far riaprire le indagini per l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, avvenuto nel 1975, o di richiedere la revisione del processo per Rudy Guede, unico colpevole riconosciuto per il delitto Meredith.

Sono solo due delle numerose Storie maledette passate al microscopio in tanti anni di carriera da Franca Leosini, giornalista e conduttrice televisiva di origini napoletane, che proprio per ‘l’impegno profuso nella sua attività giornalistica e la particolare attenzione al ruolo di servizio pubblico’ ha ricevuto, sabato 6 agosto scorso a Rivisondoli (L'Aquila), il primo premio Medaglia città di Rivisondoli per il giornalismo televisivo e il servizio pubblico.

AbruzzoWeb l'ha intervistata.

Leosini, intanto, complimenti per questo premio. 

Grazie mille. Credo sia il 22esimo premio nella mia carriera. Che dire, i premi sono sempre un riconoscimento che gratifica moltissimo. E poi, ricevere un premio in una prima edizione è molto importante.

Il personaggio Franca Leosini , dall’incontro con Leonardo Sciascia all’Espresso. L’incontro con la persona giusta al momento giusto. Oltre il talento, insomma, serve un pizzico di fortuna.

Per carità, è stato un colpo di fortuna, ero giovanissima. Direi di sì, nella vita ci vogliono due elementi imprescindibili: la fortuna e un po’ di talento, perché se uno non ha talento, in generale la fortuna serve a poco. La fortuna è quella di incontrare la persona giusta al momento giusto della tua vita. Ero ragazzina e Leonardo Sciascia era molto vicino a questa grande attrice che si chiamava Sara Ferati, amica di amici di famiglia. Era l’epoca di artisti del calibro di Paolo StoppaElvira Morelli, attori di prosa, la televisione cominciava a esistere e gli attori di prosa erano le divinità dello spettacolo. Sciascia era un conterraneo del marito di Sara Ferati, il tenore Luigi Infantino, che aveva vent’anni meno di lei. Sciascia si appassionò a questa ragazzina, io, accanita sua lettrice, che voleva tentare di fare la giornalista. Ed ecco qui il colpo di fortuna: realizzai questa intervista e lui mi portò in giro con sé per tanti giorni, ovunque a Roma. In una di queste giornate, durante un pranzo al Bolognese, c’era il capo del culturale dell’Espresso, Valerio Riva. Ha capito che io avevo in mano un pezzo d’oro. “Il pezzo lo devi dare a noi - mi disse - e devi consegnarlo entro domattina alle 5 perché chiudiamo il giornale”

Cogliere l’occasione, correre a casa per scrivere in poche ore e consegnare nei tempi giusti. 

Saper cogliere le occasioni fa parte del nostro mestiere. Sono corsa a casa a scrivere e ho consegnato nei tempi giusti. Il pezzo è uscito senza che modificassero una virgola di ciò che avevo scritto e da allora è iniziata la mia collaborazione con L’Espresso. La fortuna, ulteriore, di non aver fatto la gavetta. Come si diceva di Enrico Berlinguer : giovanissimo si iscrisse alla direzione del partito. Fortuna, ma anche capacità di coglierla.

Questo aspetto della professionalità dimostrata in quella occasione riporta ai servizi delle sue trasmissioni, da Storie maledette a Ombre sul giallo. Servizi approfonditi e accurati. Meticolosi, anche se forse non è la parola giusta. 

Meticolosi non è la parola appropriata. Approfonditi sì. La meticolosità molte volte è tedio. Io cerco di non tediare e soprattutto di non tediarmi io. Per Storie maledette, ad esempio, io sono autore unico. Ho una redazione meravigliosa che fa tante cose tecniche, noi non esisteremmo se non ci fossero i redattori a fare tutto ciò che c’è di tecnico in un programma televisivo. Però per ogni storia maledetta, però, per ogni storia che io scelgo, è come se scrivessi un romanzo. Innanzitutto, studio tutti gli atti del processo, ed è doveroso farlo. Il senso di una storia si nasconde tante volte nei dettagli. Tante volte in un verbale che magari letto da un’altra persona non rivelerebbe nulla, per me magari una parola, un particolare diventano significativi. Studio la psicologia del personaggio, l’ambiente in cui la storia si è svolta. Insomma, è uno studio a trecentosessanta gradi e scrivo dalla prima all’ultima parola. Un lavoro enorme dietro ogni puntata.

Gli atti dei processi spesso sono faldoni di migliaia e migliaia di pagine. 

Con grande disperazione dei direttori di Rai3 che si sono susseguiti nel tempo e con i quali ho avuto sempre un ottimo rapporto, faccio poche puntate. Ma farne di più sarebbe un’altra cosa. Io faccio inchieste, non cronaca. Tante volte penso con un certo smarrimento a dove andrà il giornalismo, visto che il giornalismo d’inchiesta si va sempre più smarrendo. Con l’avvento dei social network, poi, purtroppo e per fortuna perché abbiamo strumenti di velocità assoluta, si perde quella che è la qualità. Perché, insomma, non c’è niente da fare, nella velocità c’è il sacrificio della qualità e soprattutto il sacrificio della scrittura.

In che modo si sacrifica la scrittura oggi?

Si perde il linguaggio. Noi giornalisti siamo gli storici del domani. Mi viene detto che io curo molto il linguaggio. Che è una cosa importante, la parola è importante. Non posso definire il mio linguaggio ricercato, perché non lo è. È il modo di esprimersi di una persona che ha molte letture alle spalle e usa le parole che possiede. Mi dispiace assistere spesso a trasmissioni televisive in cui si usa un linguaggio volgare, intendendo per volgarità la banalità, l’ineleganza. La parola spesa in modo qualunque. 

Purtroppo, in questo tipo di prodotti che necessariamente con la velocità si fanno, questo è il rischio. Noi che facciamo questo mestiere dobbiamo renderci conto di essere dei modelli. Siamo imitati e imitate, per come ci vestiamo, ci muoviamo, ed ecco che se utilizziamo un linguaggio povero e banale, le persone che ci ascoltano finiscono per usare quel linguaggio. Per questo abbiamo una responsabilità alta. Una cosa che mi gratifica, ad esempio, è vedere i Leosiner’s che sono tutti ragazzi. In una recente conferenza che ho tenuto a Roma, ce n'erano più di 300 e ho passato la serata a farmi i selfie con loro. I ragazzi di oggi sono straordinari, si sottovaluta questo aspetto. Sono preparatissimi, sono interessati. Quando avvertono un certo tipo di qualità, seguono dei prodotti che a loro interessano, che non siano beceri. 

Come sceglie Franca Leosini i casi da trattare? Tra tutte le storie, salta agli occhi che non ci sono serial killer. 

Non ho mai trattato serial killer. I miei interlocutori di storie maledette sono persone che ad un certo punto della loro vita hanno commesso un crimine. Persone come me e te che a un certo punto cadono nel vuoto di una maledetta storia. E non sono dei criminali. I serial killer sono, appunto, degli assassini seriali. Poi sono una tipologia specifica anche nel ramo del crimine, perché hanno una vittimologia speciale. Li ho studiati molto. Persone dominate da un’ossessione: magari, per dire, un serial killer ha avuto una madre bionda che quando era piccolo gli ha usato violenze di tutti i tipi. Ecco che vedi che ammazzano donne bionde. Io non mi occupo di serial killer e non mi occupo neppure di pedofilia. Il mio amore e il mio rispetto per i bambini è tale che, affrontando casi di pedofilia, dovrei entrare in particolari che sarebbero lesivi della sensibilità mia, ma soprattutto di chi ascolta. 

Ci sono due casi, trattati in Storie maledette, che sfiorano però questi argomenti: il collezionista di anoressiche e il delitto di Balsorano, il caso Perruzza. Il primo caso racconta comunque un soggetto ossessionato, il secondo l’omicidio di una bimba.

Il collezionista di anoressiche era un soggetto ossessionato ma non è che collezionasse anoressiche per ammazzarle, lui ne ha ammazzata una. Si è definito un perverso, un anoressofilo e lo ha detto con un certo compiacimento, vantandosene. Collezionava donne riducendole a scheletro perché riusciva a plagiarle. L’ultima l’ha uccisa perché si è ribellata a lui. Il caso Perruzza, invece. Ho seguito il processo in aula, il processo a Sulmona, in provincia dell'Aquila. Perruzza a mio parere era assolutamente innocente, non è stato lui ad ammazzare la bambina. E purtroppo io non sono riuscita a tirarlo fuori dal carcere perché lui è morto prima. In Ombre sul giallo, l’ho detto alla fine che era morto. Lui era in carcere a Rebibbia, io seguivo da vicino gli avvocati che si battevano per la sua innocenza. Quando si sentì male, mentre veniva portato via in ambulanza, disse all’infermiere che era con lui e che non lo aveva riconosciuto: 'dite a tutti che non sono stato io’. Quando l’ho intervistato, ho avuto il convincimento di parlare con una persona accusata di un reato che non aveva commesso, è stato accusato dal figlio ma non è stato lui. Nel processo di Sulmona si è visto che non poteva essere stato lui per tutta una serie di ragioni. La revisione del processo probabilmente ci sarebbe stata, così Perruzza sarebbe uscito. Un altro aspetto da considerare è la posizione di Perruzza in carcere. C’è una sorta di codice nelle carceri nei confronti dei sex offender, cioè chi procura lesioni a donne e bambini. La prima punizione ce l’ha in carcere, i primi giudici che non fanno troppi complimenti sono i detenuti. Lui viveva tranquillamente tra i detenuti e questo dice molto. Nel caso Perruzza io non ho trattato un caso di pedofilia, ma il caso di una persona che ero convinta fosse innocente, avendo studiato tutto, e che avrei tirato fuori dal carcere come ho fatto con altre persone. 

Franca Leosini è riuscita a far riaprire qualche altro caso di recente?

Rudy Guede, imputato nel delitto di Meredith, ha chiesto la revisione del processo. Ha parlato solo con me, dopo 8 anni di silenzio. Lui non ha mai parlato con nessuno, nemmeno al processo. Un ragazzo di appena vent’anni è stato portato al rito abbreviato dove, come si sa, non c’è escussione di testi, non c’è dibattimento. I suoi avvocati, pensando forse di far bene, per carità, gli hanno consigliato questa procedura e lui, alla mia domanda sul perché avesse scelto il rito abbreviato mentre gli altri due imputati Amanda Knox e Raffaele Sollecito avevano scelto giustamente il percorso fino in cassazione, lui ha risposto: ‘a vent’anni cosa vuole che ne capissi, mi sono fatto gestire dagli avvocati, che hanno preso in carico il mio caso’. 

Trovare subito un colpevole da assicurare alla giustizia?

Lui è stato condannato per omicidio volontario in concorso con altri complici. I presunti complici Amanda knox e Raffaele Sollecito, dopo cinque gradi di giudizio, sono stati assolti in cassazione con una sentenza degna di uno stato di diritto. Assolti però, come si legge nella sentenza, con l’articolo 530 comma 2, che in giurisprudenza vuol dire per insufficienza di prove. Sono stati assolti con questa indicazione, dal momento che le indagini sono state effettuate con pressapochismo, con amnesie investigative, non è stato possibile stabilire nell’immediato se Knox e Sollecito fossero colpevoli o innocenti. In questi casi il magistrato deve assolvere, in dubio absolve. Le indagini sono state fatte male e a questo punto Rudy Guede ha chiesto la revisione del processo. Non solo. Negli atti del processo a Guede è provato come lui non abbia usato il coltello, non ci sono né tracce di sperma, c’è il famoso dito birichino che è diventato virale sui social. Lui ha raccontato di aver fatto petting con Meredith, ma la verità vera forse non si saprà mai. Comunque, è giusto che Rudy Guede abbia chiesto la revisione del processo. Dal momento che lui è stato condannato in concorso con altre persone e le altre persone erano state indicate in Knox e Sollecito e loro sono stati assolti, in concorso con chi avrebbe commesso questo reato? A questo punto, si impone la revisione del processo. 

Il giornalismo di servizio può arrivare dove la giustizia non arriva?

I giornalisti hanno un ruolo molto spesso determinante, perché innanzitutto sono le sentinelle della democrazia. Qualche volta, diciamo, anche sentinelle di una verità che può anche sfuggire. Io ho un grande rispetto per la magistratura. Però i magistrati sono esseri umani e come tali possono sbagliare. Quindi i giornalisti hanno ruoli molto importanti. Chi fa il mestiere con serietà può affiancare la magistratura nei casi giudiziari, a pieno titolo e con grande apporto. Un apporto molto concreto per la giustizia. 

Durante le interviste Franca Leosini si è mai accorta che qualcuno dei protagonisti delle storie maledette stesse mentendo?

Molto spesso chi ha commesso un crimine racconta a se stesso un’altra verità. Io però faccio la giornalista, non il pubblico ministero, e appunto per questo studio gli atti del processo dalla prima all’ultima pagina. Ho il dovere di rimettere le cose, i fatti nell’alveo della verità processuale alla quale devo fare riferimento, quando anche io non la condivida o poi porti a conclusioni sbagliate. Certo che accade. Nel grande rispetto verso i miei interlocutori, quando il protagonista di una maledetta storia accetta di scendere con me nell’inferno del suo passato, e posso assicurare che non è facile, non lo giudico, non mi ci accosto né con giudizio, né con pregiudizio, rispetto anche gli errori. Però ho anche il dovere di rispettare la magistratura e quindi nel momento in cui mi viene detto qualcosa che si discosta dagli atti processuali, ho il dovere di ricordare quello che è scritto in quegli atti, per poi magari in tanti casi superarlo. Non a caso, il processo di Rudy Guede si riapre. Lui ha chiesto la revisione, spero gli sia accordata. C’è stato un nugolo di avvocati che si è interessato alla vicenda. Il confronto che ho avuto con Guede ha cambiato il corso di quella storia.

Come nel caso dell’omicidio di Pasolini?

Una delle vicende del mio lavoro che mi ha gratificato molto, è stato proprio il fatto di aver riscritto il caso Pasolini. Pino Pelosi, l’unico colpevole riconosciuto, è venuto da me, a Ombre sul giallo, a dire dopo vent’anni una parte della verità. Perché la verità intera non si saprà mai. Ho intervistato Pelosi nel ‘94, mentre era in carcere a Rebibbia. Sono andata a trovarlo, si avvicinava il ventennio dall’omicidio e di Pasolini non si parlava più. Una coltre di silenzio aveva coperto non solo la sua morte ma proprio lui come scrittore, come intellettuale, come poeta. Pelosi ha accettato di parlare, era la prima intervista che concedeva e in quella occasione ha raccontato la stessa versione dei fatti sempre raccontata al processo. Io gli ho contestato punto per punto. Poi gli ho trovato un lavoro attraverso il garante dei detenuti e abbiamo mantenuto rapporti nel tempo. Nel 2005 mi ha telefonato dicendomi che voleva incontrarmi in un posto segreto. Ci siamo incontrati in un bar di periferia, come due amanti clandestini. Mi disse: ‘adesso che sono morti i miei genitori non ho più paura, posso dire la verità’. Ci sono stati molti altri incontri. Volevo i nomi, dicevo, non ti porto in tv se non ci dici i nomi. Comunque, la puntata si fece lo stesso, erano presenti gli avvocati della famiglia Pasolini. In accordo con Paolo Ruffini , il mio direttore di rete di allora, mantenemmo il riserbo. Avevo ricostruito tutto, la storia di Pasolini, l’ambiente, le notti dannate. Avevo intervistato il presidente della Corte di Assise che aveva condannato Pelosi per omicidio in concorso con ignoti, con terzi. Il processo non fu riaperto, all’epoca, Pasolini doveva morire con un marchio di infamia addosso. Lui che si permetteva di alzare il dito e la voce contro la Democrazia cristiana, contro una certa politica, doveva essere silenziato. Morire con il marchio di essere quello che nelle sue notti dannate corrompeva i ragazzini. 

E, io che sono icona gay e mi sono sempre battuta per i diritti degli omosessuali, dico questo per sottolineare come la sessualità di Pasolini fosse stata usata proprio come marchio di infamia.

Da quella sera, da quando cioè Pino Pelosi raccontò la sua verità nel corso di quella trasmissione, il caso Pasolini si è davvero riaperto. Magari non si arriverà ad una verità vera, Pelosi non dirà mai i nomi. Non si saprà mai nemmeno il movente, quello vero. Se politico, se legato alla sua omosessualità vissuta con grande conflitto da cattolico. Se si sapesse il movente, comunque, si arriverebbe anche a chi. Ma Pelosi non parlerà mai.

Cosa ha fatto appassionare Franca Leosini al giallo e alle storie maledette?

Ogni storia è il grande romanzo della vita. Non sono mai stata una lettrice assidua di gialli, però una cosa è certa: nel noir sono racchiuse tutte le grandi passioni umane come rapporti genitori-figli, passioni, vendette, invidie, rivalità. Insomma, tutta la gamma delle grandi passioni umane è nel noir. Ecco cosa mi ha fatto appassionare a questo genere. Il percorso delle grandi passioni che sono sempre presenti all’interno delle storie che scelgo. Storie che abbiano all’interno un forte rapporto di umanità tra il colpevole e la sua vittima che porta poi purtroppo a compiere un gesto estremo.

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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