FRANCO NERO E LA LEGGENDA DI DJANGO,
''FILM CHE FECE EPOCA, E ORA IL TERZO''

Pubblicazione: 04 maggio 2016 alle ore 17:36

Una scena di 'Django'
di

L’AQUILA - Un reduce nordista della guerra di secessione americana cammina nel deserto trascinandosi dietro una cassa da morto.

Comincia così Django, pietra miliare del genere spaghetti western che ha compiuto questo mese 50 anni dall’uscita nelle sale, dove divenne un successo mondiale.

Sergio Corbucci alla regia, Franco Nero nei panni del pistolero che, imbracciando la mitragliatrice, falciava gli avversari, con 81 uccisioni in 94 minuti.

“La prima cosa che mi viene in mente è che sono invecchiato, anche se sono ancora uno sportivo e mi sento giovane - dice ad AbruzzoWeb il protagonista, oggi 73 anni -. È un film che ha fatto epoca, comprato e distribuito in tutto il mondo”.

E ora è tempo di un nuovo sequel, “Django Lives”, e sarebbe il terzo. “Un Django ormai invecchiato sarà un umile lavoratore degli studios hollywoodiani dove si giravano i primi western. I sopralluoghi in Messico sono in corso, la Sony Classics è interessata a finanziarlo, speriamo si faccia”, l'auspicio dell'attore, rappresentato dall'agenzia De Santis.

Che effetto le fa pensare a questo lasso di tempo, cinquant’anni?

La prima cosa che mi viene in mente è che sono invecchiato, sono passati tanti anni anche se mi sento molto giovane: sono ancora uno sportivo, ho giocato a pallone fino a 2 anni fa, gioco a tennis, però gli anni ci sono. È un film che ha fatto epoca in tutto il mondo ed è ancora molto seguito. Il nome Django era stato comprato e distribuito in tutto il mondo. Mi ricordo in tanti Paesi dove andavo, tra Giappone, Germania e Sudamerica, quando andavo in albergo come nome mi registravano come Django.

Un film che è stato visto e amato anche dalle leggende di Hollywood...

Ricordo che dopo l’uscita mi trovavo negli Stati Uniti a fare un colossal, Camelot, un grande musical che era quello preferito da Jfk, prima di andare a dormire ogni sera doveva sentire la canzone di Re Artù. Mi feci mandare una copia di Django, lavoravo alla Warner Brothers e ho cominciato a fare una proiezione: in quel momento giravano lì tante star, Steve Mc Queen, Paul Newman, Warren Beatty, Terence Young. Tutti questi vedevano il film e dicevano che era una cosa nuova. Loro erano abituati ai western di John Wayne e invece vedevano questa dark comedy, questo film un po’ giapponese, alla Samurai, quell’atmosfera grigia, fangosa. Erano tutti impazziti, Young lo volle vedere 3-4 volte e non per niente poi fece un film intitolato Sole Rosso con Toshiro Mifune e Alain Delon. Quel film aveva preso molto dal mio. Non dimentichiamo che anche Robert Rodriguez fece Desperado con Antonio Banderas che era simile. Mi ricordo che anche Jack Nicholson lo vide, aveva una piccola società con Monte Hellman e lo voleva comprare. Mi informai ma era già stato venduto negli Stati Uniti, ci rimase molto male. Questo film non muore mai, lo fanno rivedere in continuazione in tutte le televisioni del mondo.

Come entrò in contatto con Corbucci e come ottenne la parte?

Allora avevo 23 anni, ero un giovane attore, ci fu un contatto con me tra Corbucci, Manolo Bolognini e Franco Rossellini, i produttori. Uno non voleva me, ma Peter Martell, un altro Mark Damon, che aveva già girato con Corbucci. Lui invece voleva una cosa nuova con un attore nuovo. Ero in auto con Elio Petri, grande regista, perché la moglie, la signora Paola, era la mia agente. Venivo dal piccolo teatro, cercavo un cinema di qualità, ma lui mi disse “Chi ti conosce? Nessuno, non hai niente da perdere perciò fallo”. Il film lo doveva fare la Euro International Film di proprietà dei Cicogna, ma l’uomo che decideva era Fulvio Frizzi, padre del presentatore Fabrizio. Si misero d’accordo di portargli 3 primi piani con le tre facce, e lui puntò il dito sulla mia faccia.

Che ricorda dei primi giorni di riprese?

Non c’era ancora una vera sceneggiatura, iniziammo a girare uno o due giorni prima di Natale, scenetta al centro di produzione Elios. Durante le feste Corbucci e il fratello Bruno fecero una scaletta, neanche una vera sceneggiatura, in 15 giorni. Poi andammo in Spagna a fare riprese in esterno, verso il 7 gennaio. Nel frattempo alla Elios gli altri collaboratori preparavano il resto del film. Il direttore della fotografia era Enzo Barboni, che diventò regista come E. B. Clucher e girò il primo Trinità. Ricordo che aveva sempre questo copione sotto le ascelle, di sera dopo il lavoro facevamo passeggiate sulla Gran Via, a Madrid. Mi diceva “A Fra’, ho questo film da fare, tu me lo devi fare, non ci sono sparatorie, ma un sacco di scazzottate”. Io dicevo vediamo, ne parliamo con calma. Poi siamo tornati a Roma e abbiamo completato il film sia alla Elios che a Manziana, una località fuori Roma.

Il set fu visitato anche dal re degli spaghetti western...

Un giorno venne Sergio Leone alla Elios, Corbucci lo aveva invitato. Gli disse “Tu hai appena scoperto Clint Eastwood, vieni a vedere quest’attore me sa che te frego”, alla romana. Venne a vedermi e gli disse che forse ci aveva azzeccato. Per anni, finché erano in vita, Corbucci diceva John Ford aveva John Wayne, Leone aveva Eastwood, e io ho Nero. Aveva molto humour. “A Fra’, quanti ne ammazziamo oggi?”, mi diceva la mattina. Diceva all’operatore, che era Barboni, “Mi raccomando, mi devi illuminare questi laghetti azzurri che mi fanno fare un sacco di soldi”, in riferimento agli occhi.

Il cinema italiano di oggi con Jeeg Robot ha reinventato i supereroi, c’è spazio per la rinascita del western?

Jeeg Robot l’ho visto ed è un bel film. In questo momento stanno preparando Django Lives, Django vive ancora, lo prepara un bravissimo regista, scrittore e sceneggiatore John Sayles. Ha collaborato senza mettere la firma a The Quick and the Dead, Pronti a morire, riscrisse quella sceneggiatura. Ha riscritto anche Django, la sceneggiatura era stata scritta da due ragazzi, poi lui ha riscritto tutto. Ci siamo incontrati a Los Angeles a febbraio, abbiamo pranzato assieme, c’è questo progetto di fare questo film in Messico. In questi giorni si stanno facendo i sopralluoghi, non hanno ancora tutto il finanziamento, so che c’è un forte interesse dalla Sony Classics al finanziamento perciò speriamo vada in porto perché la storia è molto bella. È la storia di Django ormai invecchiato, si svolge nel 1915, quando iniziavano gli studios a Hollywood che facevano western muti. In un primo momento si era pensato a quell’epoca perché prendevano come consulenti gli eroi del West come Wyatt Earp o Buffalo Bill, si pensava prendessero anche Django. Sayles invece ha cambiato, secondo lui Django deve partire molto umile, pulire i cavalli e le stalle e da lì comincia una storia incredibile. È più modernizzato, dal 1870 si passa a 30-40 anni dopo la reale ambientazione western.

Una scena chiave è quella dei titoli di testa, in cui si trascina una bara. È vero che rimase solo?

Uno dei tanti scherzi di Corbucci: si doveva girare l’apertura del film, questa figura con questo mantello scuro e il cappello che si trascina una bara. Quel giorno pioveva, faceva un freddo bestiale su quella collina fangosa. Mi ha detto di andare finché mi avrebbe chiamato e detto che andava bene, dovevo scomparire dietro la montagnola. Ho fatto questa scena dura, non era così semplice, ero anche scomparso alla vista degli altri, ma nessuno mi chiamava. Continuavo ad andare finché mi fermo e aspetto diversi minuti, praticamente non c’era più nessuno. Se n’erano andati, mi avevano lasciato lì. Era uno scherzo, poi son venuti gli aiuti e sono riuscito perfino a cambiarmi i vestiti.

C’è una morale in questo film o è solo sparatorie?

È un po’ quello che ho detto a Tarantino quando ha fatto il remake. Mentre nel nostro Django gli oppressi erano i peones messicani, in quello di Tarantino erano i neri. La morale è questa. Penso che il film abbia avuto uno strepitoso successo mondiale perché indirizzato più ai lavoratori, gli operai lavorano nelle fabbriche o gli impiegati che vogliono andare dal loro capo dire da oggi tutto cambia, bisogna cambiare registro, era un invito a ribellarsi al padrone.

La colonna sonora firmata da Luis Bacalov quanto ha influito nel successo?

È bellissima, l’ho trovata molto bella ed è stata di grande aiuto. Bacalov è sudamericano, era il compositore ideale per una storia così, c’era molto di messicano nel film. Quando giravamo Tarantino la rimetteva sempre durante le riprese, per divertirci.

30 seguiti o remake non ufficiali, ne ha visto qualcuno? Se l’aspettava?

Mai visti. All’epoca si faceva così, non solo Django. C’era James Tont, c’era Ultimo tango a Zagarol. Erano dei surrogati, come Django contro Sartana. Però quello vero è solo quello di Corbucci. In Giappone ebbe talmente successo che ricordo un elenco delle star più amate all’epoca, Nero primo e poi Clint Eastwood, impressionante. In Giappone c’erano anche fan club di Django e una decina d’anni fa erano venuti in Italia, mi hanno dato una somma, per il villaggio di orfani fuori Roma, a Tivoli, dove lavoro.

C’è stato anche un Django con Terence Hill, in Preparati la bara.

Non lo sapevo. Mi chiedevano tutti di fare dei film. Colizzi mi voleva per Dio perdona... io no. Dopo Django feci due western subito, ma senza sapere del successo: Tempo di massacro di Lucio Fulci e Texas addio di Ferdinando Baldi. E poi fui ingaggiato per fare questo grande musical, Camelot, me ne andai in America e rimasi 12 mesi lì. Mi chiamavano tutti e mi dicevano che ero un pazzo, che in Italia avrei potuto fare un sacco di soldi, ma avevo deciso così. Per un attore italiano di 23 anni andare lì e fare il film più costoso di sempre, che oggi costerebbe 500 milioni mi hanno detto, era una grande occasione.

Come si decise a tornare in Italia?

Un caso unico al mondo, avevo un contratto per fare 5 film con la Warner e l’ho fatto strappare perché volevo ritornare in Europa, ad aiutare degli amici. Eravamo in cinque, facevamo piccoli corti a Salsomaggiore: Vittorio Storaro, il mio vero amico del cinema, i fratelli Luigi e Camillo Bazzoni e Gianfranco Transunto. Loro volevano fare un film sulla Carmen di Prosper Merimee e mi chiamavano. Avrei potuto fare La ballata della città senza nome, venne a trovarmi Eastwood e si lamentava di fare ancora gli spaghetti western, lo invitai a non preoccuparsi perché presto sarei tornato in Italia e infatti quel film lo fece lui. Jack Warner mi disse che ero un pazzo, aveva dei programmi, mi voleva in un film con Natalie Wood e la regia di Sydney Pollack, ma gli dissi per favore di lasciarmi andare. Alla fine vendette lo studio. Tornai e andammo a fare questo film, la Carmen che alla fine in Italia, visto che era il periodo dei western, uscì con il titolo L’uomo l’orgoglio la vendetta, e invece io ero Don Josè della Carmen.

C’è un solo seguito ufficiale di Django, un film molto particolare.

Avevo già girato qualche film giù in Colombia e incontrai il regista Nello Rossati, Ted Archer, che aveva una storia con una colombiana. Un giorno mi disse perché non rifacciamo Django, ma lo facciamo qui in Colombia, lo facciamo fluviale. Mi sono fatto convincere e accettai di farlo. Lo abbiamo girato tutto a Cartagena, il cattivo era su un barcone nel fiume. Non so se è un film riuscito molto o meno, sì, è davvero particolare.

Venendo a Tarantino, com’è nata la sua partecipazione in Django Unchained?

È una storia molto buffa. Stavo girando un episodio di Law & Order: Special Victims, mi chiamò il produttore e regista del primo Rambo Ted Kotcheff, voleva me per l’episodio che riguardava l’ex direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss- Kahn, accusato di violenza sessuale, che ebbe l’indice d’ascolto più alto dell’anno, non per me, ma per l’argomento. Lo scrittore di questo episodio mi disse che aveva la nuova sceneggiatura di Tarantino e gli chiesi di leggerla, erano 180 pagine, lunghissima, impressionante. Leggendo pensai tra me e me che peccato, non c’è un ruolo per me, l’unico sarebbe quello del tedesco, ma prenderà Cristoph Waltz.

Come aveva conosciuto Tarantino?

Negli anni precedenti feci un film della Miramax, Talk of angels, La voce degli angeli. Mia figlia era Penelope Cruz, eravamo a Oviedo e lei andò a un festival a San Sebastian. Quando tornò mi disse che aveva incontrato un giovane regista, Quentin Tarantino, ed era impazzito quando gli aveva detto che faceva un film con me. Poi ogni tanto sentivo interviste in cui diceva che il suo idolo ero io. Finché venne a Roma a presentare Inglorious Basterds e mi volle conoscere. Andammo in un ristorante famoso di piazza del Popolo con Enzo Castellari, mi abbracciò e disse tutta la storia. A 14 anni lavorava in un video shop e aveva cominciato a conoscere i miei film. Sapeva le battute e anche la musica, incredibile.

Torniamo a Django Unchained.

Mi chiama Tarantino e mi fa, faccio questo film e tu ci devi stare dentro. Gli rispondo che mi dovrebbe mandare la sceneggiatura, mi spiega che c’è un cameo in questo club con Leonardo Di Caprio. Gli dico che non ho letto la sceneggiatura, ma ho un’idea: Django nero, Jamie Foxx, ogni tanto nel film ha un flash e vede questo cavaliere con mantello e cappello nero che viene verso la macchina in slow motion, poi alla fine si ferma davanti alla macchina da presa e davanti a lui c’è una donna nera e un bambino nero. La donna dice quello è tuo padre, e io direi qualcosa come figlio mio, combatti per la libertà. Rimane in silenzio assoluto. Mi dice che ci pensa e poi dice che mi richiamerà. Non lo sento per 2 mesi. Penso non gli sia piaciuto e sto per prendere un altro impegno. All’improvviso mi richiama, urlando. Ho pensato alla tua idea, it doesn’t work!, non funziona al cinema! Nella vita un uomo bianco può avere un figlio nero, al cinema no! Devi ascoltarmi e vedrai che sarai contento. Ci possiamo incontrare? A febbraio dovevo andare a Los Angeles. Ha preso l’aereo da New Orleans, dove già aveva cominciato a girare, e abbiamo fatto una lunga colazione. Continuava a dire trust me, fidati. Alla fine ci siamo stretti la mano e ho accettato.

Com’è andata sul set?

Quel cameo purtroppo lo ha tagliato molto, era di 9 minuti in un film di 5 ore. Ha lasciato il punto migliore, i due al bar. Voleva quello. C’era anche una scena con Leonardo da soli, quella dei due mandinghi che era lunghissima. Ho saputo che vuol fare un’edizione televisiva di 6-7 ore. Durante la lavorazione mostrava a tutti il Django originale. Invitava tutti gli attori, voleva che lo vedessero, diceva: non sapete niente, siete giovani, Franco Nero con Charles Bronson e Clint Eastwood era la star più grande la mondo!

Sono anche i quarant’anni da un altro suo western, Keoma, molto bello e molto diverso.

Anche quello ha fatto epoca. Giravo un film a Monaco di Baviera sulle Olimpiadi del 1972 quando dei palestinesi hanno ammazzato degli atleti israeliani, io ero il protagonista assieme a William Holden. Manolo Bolognini mi venne a trovare con Castellari, volevano parlarmi di questo progetto. Holden, tra l’altro, voleva fare il padre di Keoma, poi ebbe altri impegni. Prepararono velocemente il film, era ancora estate, sempre alla Elios. Carlo Simi mi fece quel costume bellissimo da mezzo indiano, era un grande scenografo e costumista. Facevo un “half breed”, mezzosangue, è stata una bellissima esperienza. La battuta finale l’ho copiata da un romanzo del mio miglior amico americano, grande scrittore di western, Clair Huffaker, Il cowboy e il cosacco, che doveva anche diventare un film con me e James Caan, ma non si è mai fatto. Alla fine i due finiscono a giocare a scacchi. Nell’originale c’è la frase “Un uomo che è veramente un re, non muore mai”. Ho copiato quella battuta nella scena finale di Keoma, “Un uomo che è nato libero non muore mai”, prima della cavalcata finale.



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