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FUMETTI: LA METAMORFOSI DEL 'GIROVAGO'
BONFA, 'DAL LUPO E CATTIVIK A PROGETTI MIEI'

Pubblicazione: 30 dicembre 2016 alle ore 08:37

Massimo Bonfatti
di

L’AQUILA - Disegnatore di Cattivik e Lupo Alberto, ma anche creatore del detective a fumetti Leo Pulp e della serie dei Girovaghi, e ancora disegnatore di Capelli al vento, un film mai realizzato di Mario Monicelli che ha visto la luce grazie ai fumetti, e poi artista della solidarietà post-terremoto della sua Emilia ma anche dell’Aquila.

Un cursus honorum lungo così quello di Massimo Bonfatti, “Bonfa” per gli addetti ai lavori, 56 anni, modenese della stessa zona che ha partorito altri grandissimi dei comics, Bonvi e Silver giusto per dirne un paio.

Ad AbruzzoWeb affida i buoni propositi per il 2017, soprattutto quello di lavorare per lo più sui progetti propri, che offrono maggiore libertà creativa e sono anche più redditizi, pur confessando la volontà di disegnare ancora i personaggi più noti del fumetto italiano.

Bonfa compie anche un’accorta disamina del fenomeno del giornalismo a fumetti che sta prendendo largamente piede e che, fa notare, può essere utile e interessante se entrambe le componenti vengono svolte a puntino secondo le regole, tanto il giornalismo, quanto il fumetto.

Sei uno dei creatori dei “mattoni a fumetti per i terremotati”, iniziativa per il sisma del 2012 in Emilia che ha ripreso purtroppo una stretta attualità in questi mesi. Di che si tratta, come è andata e come andrà?

Sotto molti punti di vista questa iniziativa è stata un successo, nel senso che ha riscosso ovunque testimonianze di simpatia e di ammirazione. Gli autori, gli artisti, i creativi in senso lato (anche bambini delle elementari) hanno disegnato i mattoni con generosità e talento, creando un’opera d’arte collettiva unica al mondo. Gli aspetti negativi sono le piccole delusioni che ogni iniziativa di volontariato si porta dietro, difficoltà organizzative, comunicative, logistiche, e soprattutto tanta fatica e tempo che siamo in pochissimi a suddividerci.

Credi al giornalismo a fumetti, utilizzato, per esempio, per raccontare questi terremoti, o quello dell’Aquila, o l’incidente nucleare di Fukushima?

Credo nel giornalismo a fumetti come credo nel giornalismo in generale. Se è fatto bene è utilissimo e meritorio perché contribuisce alla verità, se è fatto male è quasi un’attività riprovevole perché favorisce la falsità. Se ci si arroga la funzione di “raccontare la verità” ci si assume una grande responsabilità, che va quindi assolta con grande rigore morale e impegno. I reportage a fumetti che sembrano essere di moda oggi li conosco poco. Hanno il pregio (come fa Becco Giallo) di aprire nuovi orizzonti all’editoria a fumetti, ma resta il problema, caso per caso, di come si raccontano le storie. Alexandr Zograf, Joe Sacco, Zerocalcare sono scrittori di reportage giornalistici disegnati, ma un’altra forma di giornalismo televisivo/disegnato è quello di Makkox per Gazebo o di Vauro per le trasmissioni di Michele Santoro. In senso lato tutti i vignettisti satirici, anche quelli della carta stampata sono giornalisti, anche dal punto di vista dello status. Se sono free lance sono precari bistrattati, quando diventano firme e si conquistano la “vignetta fissa” o la rubrica personale diventano professionisti stipendiati e integrati. Ho conosciuto di recente una giapponese che dopo Fukushima ha prodotto una sua rivista che parla della solidarietà in tragedie simili. Per lei ho fatto un disegno dei Girovaghi su una carta speciale prodotta a Hiroshima durante le celebrazioni della tragedia atomica. E riguardo al terremoto dell’Aquila, anni dopo, in Emilia abbiamo avuto un sisma distruttivo che ha spinto alcuni di noi fumettisti a ideare l’iniziativa “Mattoni a fumetti”. Alcuni dei mattoni dipinti che ci arrivarono portavano impresso sul retro la dicitura di una fornace dell’Aquila. Questo per dire che è tutto interconnesso, quando c’è empatia, intelligenza e coraggio. Oggi l’iniziativa Mattoni a Fumetti intende raccogliere fondi per il centro Italia, ma in futuro per chiunque ne abbia bisogno, finché l’iniziativa durerà. Se volete saperne di più visitate il sito: http://mattoniproterremoto.jimdo.com/

Non rischia di essere noioso e, quindi, poco frubile un fumetto se non ha un protagonista, una storia, una drammaturgia e la finzione che tutti questi elementi richiedono rispetto alla narrazione fedele della realtà propria del giornalismo?

Ovviamente, gli elementi narrativi che hanno sempre reso il fumetto popolare fruibile e avvincente sono sacrificati in una narrazione di tipo giornalistico. Ma ripeto che tutto sta nell’abilità del narratore. Roberto Saviano scrive cose avvincenti che sono giornalismo puro, ma lo stesso fanno altri. Io sono un estimatore della scrittura satirica (e giornalistica) di Michele Serra. Limitandoci a questi due esempi i parallelismi con il fumetto sono evidenti. Saviano ha scritto cose su cui sono stati tratti film e serie Tv, che altro non sono che fumetti filmati anziché disegnati, mentre la satira scritta è sorella della vignettistica, cioè fumetti con tematiche sociali e politiche a un’unica vignetta. Detto questo, le cose non sono mai così schematiche. Se per “giornalismo” si intende “pubblicazione sui giornali”, ok! Ma se si intende uno sguardo analitico e rivelatore sulla società, allora c’è giornalismo in parti diverse anche nel teatro, nella fotografia, nella poesia eccetera. Perfino nei “mattoni a fumetti per i terremotati” di cui parlavo sopra ci sono perle di commenti sull’argomento terremoto.

Il modenese oltre a te ha partorito Bonvi, Silver e tanti altri, è un’area particolarmente creativa? Che hai imparato da questi due?

Bella domanda! Che cosa ho imparato da Bonvi e da Silver? (Ma anche da Clod, De Maria, Ghiddi e tanti amici e colleghi modenesi, reggiani, bolognesi)? È difficile rispondere. Troppe cose abbiamo vissuto e continuiamo a vivere insieme. Sicuramente non si tratta di “cose che mi hanno insegnato”, ma di cose che ho voluto imparare da loro, quando ci riuscivo e quando le capivo. Anche se è morto ormai da molti anni ci sono ancora cose che imparo da Bonvi, indirettamente, attraverso cose che mi raccontano o che scopro di lui. Se ci si aspetta che dal “maestro” si impari come fare i fumetti si sbaglia completamente approccio. Nei miei corsi di fumetti comincio sempre con il motto: “Non è il maestro che insegna, ma l’allievo che impara”. Non dico che non si possano insegnare tecnica, storia e teoria del fumetto, ma è molto più importante trasmettere e preservare l’entusiasmo, lasciare che l’inventiva costruisca la sua strada. In questo senso credo molto nel coinvolgere le persone in progetti reali, magari modesti e a volte avulsi completamente dal fumetto ma veri, concreti. Esattamente come facevano Bonvi e Silver con me.

Scrivere Lupo Alberto e Cattivik: quali sono gli errori che lo sceneggiatore non deve fare? Con quale sei più a tuo agio?

Beh! Ovviamente non devi fare errori di ortografia, sintassi e punteggiatura, come feci ad libitum quando feci per la prima volta il lettering per le strisce di Lupo Alberto. Riguardo a eventuali o presunti errori di contenuto nei testi sono molto meno convinto che esistano veri e propri errori. Una volta si andava “a istinto”, producendo passatempo su carta per sotto acculturati, poi si è cercato di studiare e codificare le strutture narrative, i trucchi, i meccanismi interni alla narrazione. Credo che ci sia del vero nella semiologia del fumetto, e il mio maestro di quando studiavo al Dams, Umberto Eco, ha dato il via allo studio serio dei comics, nobilitandolo. Peccato che poi gli autori si siano abituati a prendersi troppo sul serio, a “contemplarsi l’ombelico”. La comunicazione serve per essere efficace, non per autocompiacere l’autore o soddisfare il critico. Se la funzione è quella del passatempo, o della didattica, o della poesia, l’importante è che “funzioni”. Se poi c’è chi crede che sia più importante un fumetto didattico di un fumetto di evasione, peggio per lui. Per tornare alla domanda; per scrivere Lupo Alberto (io ho solo disegnato alcune storie) bisogna sottoporsi al duro lavoro di sapersi clonare sul modello di Silver, mentre per Cattivik ho potuto fin da subito essere me stesso, scrivere e disegnare il mio Cattivik personale ed esprimermi in totale libertà.

Nel fumetto di oggi vanno di moda i crossover, lo vedresti fattibile uno tra il lupo blu e il ladro in calzamaglia? Come?

Qualcosa è stato fatto. Nelle pagine di Lupo Alberto in cui Enrico la Talpa si travestiva da Cattivik, ma anche una storia (credo disegnata da Michelon) in cui il Lupo va in città e lo incontra.

Leo Pulp investigatore privato, un fumetto troppo fico per essere prodotto in lunga serie: si può riassumere così?

Come complimento lo apprezzo e ti ringrazio. In realtà non credo che esista qualcosa di “troppo bello” per diventare seriale. Semmai c’è il problema di mantenere la qualità costante nella produzione seriale. Per diventare seriale, un fumetto come Leo Pulp avrebbe bisogno di un investimento sufficiente da parte di un editore capace e soprattutto determinato. Entrambe le cose insieme sembrano non essere possibili attualmente. Oltretutto devo ammettere che un po’ mi sono stufato di proporre Leo Pulp a destra e a manca, all’estero e in Italia, senza trovare volontà produttiva reale. Meno male che con Saldapress sono riuscito a fare almeno un’ottima riedizione di qualità, di cui sta per uscire la versione cartonata per collezionisti, contenente una pagina originale di storyboard firmata da me e da Nizzi.

Leggendolo è impressionante notare la quantità di dettaglio, quanto studio preparatorio c’è stato dietro?

Molto, ma non così tanto come potrebbe sembrare. O meglio, un disegno molto dettagliato richiede ovviamente una ricerca, e io mi ero fatto un archivio considerevole in vista di una serie. Purtroppo quella che per me era un’esigenza ovvia di preparazione di un archivio, per l’editore non era necessaria. Avrei dovuto “improvvisare”, per così dire oppure “nascere già imparato”.

Impossibile sperare in un ritorno del tuo investigatore hard boiled?

Leo Pulp è nato in un clima di improvvisazione, per errore, come ho detto. Trasformare gli errori in successi è possibile, e per quanto mi riguarda è stato così, ma per altri la faccenda è diversa. Entrano in ballo questioni di altro tipo e si preferisce seppellire tutto, come fanno i gatti. Ora, a inizio del 2017, pare che finalmente venga commercializzata l’edizione cartonata da Saldapress. Esiste già la versione brossurata, ma i tre volumi sono usciti in modo talmente lento e casuale da vanificare le potenzialità di rilanciare l’opera. Con i cartonati (sole 300 copie) per collezionisti (perché contengono un originale di storyboard disegnato) si conclude il progetto editoriale Saldapress, e il progetto Leo Pulp in generale. Come nel caso di Capelli lunghi mi sono stufato dei muri di gomma contro cui sbattere. Mi tornerebbe l’entusiasmo se ci fossero le condizioni ottimali che, però, in questo periodo storico sembrano impossibili.

Hai ristampato di recente i Girovaghi. Perché è il tuo “fumetto di formazione” e come lo rileggi oggi? Dove sono nel 2016 i componenti della famiglia?

I Girovaghi sono il mio fumetto di formazione nel senso che i personaggi si evolvono verso una maturazione che non è ancora compiuta, e che forse non si completerà mai. È il fumetto che dovrei fare, se vivessi nelle condizioni ideali. Dentro di me una vocina mi esorta a riprenderli sul serio e in modo continuativo. Non è detto che non lo faccia, visto che la raccolta (completa e rammendata) mi sta dando molte soddisfazioni. Fino a un anno fa mi sarei vergognato di riproporli, specie le versioni più vecchie, ma grazie agli editori di Saldapress che hanno insistito nel voler pubblicare l’antologia, mi sono ricreduto. In effetti riproporre il tutto come un percorso in evoluzione giustifica molte cose ingenue e immature che facevo da ragazzo, o che sono state fatte in condizioni di fretta e precarietà. Fatto sta che è il fumetto in cui mi sono sentito più libero, che tocca qualcosa di molto intimo in me e che viene riconosciuto e condiviso da molti lettori di ogni generazione. Questi personaggi sono lì che aspettano. Aspettano che io li muova, come i burattini di Mangiafuoco e io ho sempre più voglia di farli muovere.

Il tuo blog si chiama “cogito ergo fumetto”, al di là del mancato aggiornamento quanto devi al mondo delle strisce e quale lavoro avresti fatto o voluto fare se non questo?

Questo termine è il tentativo di riconoscere al fumetto la dignità che merita, una dichiarazione di amore da parte mia e la volontà di identificarmi con questa professione, che si può fare in mille modi e che assume aspetti diversissimi ma che fondamentalmente è sempre la stessa. Da ragazzino sognai di fare il fotoreporter e solo negli ultimi anni mi capita di pensarmi coinvolto in altri mestieri o professioni. Nella mia vita ho sperimentato diversi mestieri, e anche nel fumetto ne ho provate tante, ma rimane sempre la curiosità per altre occupazioni, per altri ambienti e mondi diversi dal mio. Comunque sono fatalista, e credo che sia il lavoro a scegliere noi, nel senso che dipende da cosa ti offre la vita, dalle occasioni che ti passano davanti.

C’è uno sceneggiatore con cui vorresti lavorare o un personaggio che vorresti disegnare?

Oh! Certo, troppi sono! Ho tanti amici sceneggiatori e sceneggiatrici, ma non voglio citare nessuno per paura di ometterne altri. In generale tendo, però, verso la gestione totale dei miei fumetti. Voglio essere libero di gestirne in futuro i diritti senza dover render conto ad altri. Questo vale anche per i personaggi; disegnare Dylan Dog o Diabolik, Topolino o Rat-Man può essere divertente, ma poi? Che cosa ci guadagni? Un compenso insufficiente rispetto alla fatica che ci hai messo. Invece da Bonvi e Silver ho imparato che, se un fumetto è tuo, lo puoi rivendere mille volte, visto che con la prima pubblicazione non ti ci fai certo la pensione. Non è per spocchia; quando ho potuto sono stato felice di lavorare con altri sceneggiatori, ma realisticamente si è più liberi facendo in totale autonomia le proprie cose. Anche per questo sono tentato di pormi questa sfida: basta fare di tutto. D’ora in poi solo Girovaghi, nel bene o nel male, vada come vada! In fondo credo di avere superato molti esami nel mio lavoro e forse posso permettermi il lusso di concentrare i miei sforzi in una direzione unica, per vedere dove riesco ad arrivare. Detto questo, potrei cambiare idea tra mezz’ora.



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