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FUMETTI: SILVER, PAPA' DI LUPO ALBERTO
''IL LUPO BLU E LA TALPA COME I SIMPSON''

Pubblicazione: 12 aprile 2016 alle ore 08:04

Silver e la sua creatura Lupo Alberto
di

L’AQUILA - Quarant’anni di comicità spassosa e satira intelligente scaturita da una scintilla, un colpo di genio che risale al 1974: un lupo che, invece di sbranare la gallina rapita dal pollaio, se ne innamora.

È arrivato alla seconda generazione il mitico Lupo Alberto di Silver, nome d’arte di Guido Silvestri, 63 anni, carpigiano, creatore dell’universo della Fattoria McKenzie, sulla carta anglosassone ma tanto tanto italiana nei vizi e nelle virtù dei suoi personaggi.

Dall’eterna fidanzata di Alberto, Marta, al cane da guardia Mosè, all’amico-nemico di mille avventure Enrico La Talpa, che ha quasi “scippato” al lupo blu il ruolo da protagonista perché, ammette il creatore nell’intervista ad AbruzzoWeb, “la vita matrimoniale è una miniera inesauribile di gag e inoltre due talpine e una tana si disegnano così velocemente...”.

A questo giornale Silver racconta la genesi del Lupo e la sua evoluzione, ammettendo l’ammirazione per i Simpson statunitensi e concordando che sì, per la satira sociale che i suoi personaggi fanno, il paragone con i personaggi gialli di Matt Groening ci sta eccome.

Un autore che, affatto pago, fa professione di umiltà affermando a suo dire di “non essere il più bravo a scrivere e disegnare Lupo Alberto, e questo mi elettrizza: stimola in me una competitività che mi spinge a dare sempre il massimo”.

Il lupo non mangia la gallina ma ne è il fidanzato: ricordi il momento esatto in cui si è manifestato il colpo di genio e qual è stata la tua reazione immediata all’idea?

Beh, il momento esatto non proprio. Avevo disegnato soltanto la prime strisce e il Lupo non era previsto, se non come elemento di disturbo da far interagire occasionalmente, ma avrebbe potuto essere una volpe, una faina, o un altro predatore a caso. Ero a caccia di una battuta, di una situazione paradossale, e in quel momento il lupo che rapisce la gallina per flirtare con lei mi sembrò una buona idea.

Anche se ambientato teoricamente altrove, Lupo Alberto uno dei veri fumetti di critica sociale italiana. Ci sta il paragone con i Simpson statunitensi?

Ci sta, anche se non credo che in questo momento a Matt Groening stiano ponendo la domanda inversa. Ho sempre dichiarato grande amore per i Simpson, sono nelle mie corde, li sento miei. Entrambi, Lupo Alberto e i Simpson, si rivolgono a una fascia di età molto ampia, ed entrambi sono profondamente calati nella realtà quotidiana, della quale si alimentano filtrandola come fanno le balene col plancton.

Negli anni moderni il ruolo di protagonista è sembrato virare via via su Enrico, tanto che in alcuni numeri nelle strisce Alberto non compare affatto. C’è un motivo?

La personalità di Enrico è ricca di sfaccettature e il suo rapporto di coppia con la moglie Cesira offre una gamma di situazioni estremamente variegata: dalla tinteggiatura del tinello alla spesa al supermercato, dall’insofferenza per il tran tran domestico alla cura delle piante di casa. La vita matrimoniale è una miniera inesauribile di gag. E inoltre due talpine e una tana si disegnano così velocemente che, anche da questo punta di vista, quando hai fretta, è una bella risorsa.

Quando hai scelto di passare dal vecchio al nuovo aspetto grafico di Alberto (e a cascata degli altri) e da che cosa è nata quella scelta?

Non ho scelto, è stata un’evoluzione naturale. Durante il periodo nel quale ho collaborato con Bonvi diventando praticamente un suo clone, non ho avuto modo di sviluppare uno stile mio, stile che avevo incominciato ad abbozzare in precedenza ispirandomi agli autori di strisce per lo più americani. Quando la collaborazione si è chiusa, ho ripreso da dove avevo lasciato e nell’arco di qualche anno ho elaborato una maniera tutta personale di disegnare, che poi nel corso del tempo si è evoluta a sua volta.

Il cartone animato è riuscito ad appassionarti quanto il fumetto? E i videogiochi?

In termini generali il cinema d’animazione mi ha fornito i primi stimoli fin da quando, fanciullo, vidi la Bella addormentata e i corti di Donald Duck. Da ragazzo guardavo al fumetto come a un surrogato del cartone animato; sicuramente se ne avessi avuto i mezzi tecnici ed economici mi sarei dedicato all’animazione. Un po’ come fece un giovanissimo Bruno Bozzetto, caro amico e collega, che inchiodò una cinepresa Super8 all’asse da stiro di casa ottenendo così la sua prima “verticale”. Io avevo l’asse da stiro ma non la Super8. Parecchi anni dopo, l’esperienza della produzione delle serie televisive di Lupo Alberto è stata parecchio faticosa e poco entusiasmante, sedute di doppiaggio a parte, quelle sì davvero spassose. Videogiochi? Totalmente digiuno. Una vita fa uscì qualcosa per Amiga, ennesimo giochino alla Supermario. In rete si trova qualcosa e credo si possa persino scaricare.

A parte te, un autore e un disegnatore che hanno colto l’essenza del Lupo?

Direi che ognuno dei miei collaboratori ha saputo cogliere una particolare sfumatura del Lupo, fino ad allora sconosciuta anche a me: ho scoperto quello più spensierato, quello più tormentato, quello ambiguo e quello filantropico. Lavorare ‘insieme’ e ‘non per conto di’ dà l’opportunità di migliorarsi, imparando dagli altri. Sono consapevole di non essere il più bravo a scrivere e disegnare Lupo Alberto, e questo mi elettrizza: stimola in me una competitività che mi spinge a dare sempre il massimo.

Hai avuto o hai la tentazione di lanciare un progetto completamente nuovo sul mercato?

Decine di progetti. Ma per fortuna sono pigro. Le idee mi piace svilupparmele in testa curandole e arricchendole ogni giorno di trovate, di personaggi e colpi di scena. Mi servono ad ammazzare il tempo quando sono in fila a qualche sportello e ad addormentarmi la sera. Se non sono proprio di ottima qualità a contatto con l’aria si ossidano e in poco tempo vanno a male. Magari, quando sarò morto, qualcuno, spulciando fra i miei appunti, ne caverà qualcosa.

Quali sono i tuoi fumetti preferiti oggi?

Non è per superbia, ma non leggo più molti fumetti. I miei preferiti sono sempre quelli che nel corso degli anni hanno segnato il mio percorso, da Tintin a Maus di Spiegelman. Mi piace il reportage a fumetti, il fumetto che diventa giornalismo di inchiesta e di denuncia. E detesto il graphic novel pippone vanaglorioso e insopportabilmente autoreferenziale.

L’escalation di Internet offre davvero più chance agli autori e disegnatori esordienti? È un bene o un male?

Il web offre indubbiamente più chance al lettore di trovare quello che cerca tra le migliaia di proposte, e questo può essere un bene. Diventa un male quando non sappiamo orientarci nella scelta, e scambiamo prodotti mediocri per produzioni di qualità, e viceversa. Utilizzando la rete è più facile bluffare vendendo fumo, qualunque ciarlatano con un po’ di abilità è in grado di spacciarsi per star del fumetto tra i quattro gatti che seguono il suo blog. Un buon metro di giudizio in mancanza di quello del proprio gusto personale è ancora quello di andare a vedere i numeri del venduto: chi va in fumetteria o in libreria non si lascia infinocchiare.

Dopo aver disegnato Dylan Dog in una copertina, potresti pensare di dedicargli anche una storia? E ai personaggi Disney?

Disegnare quella copertina mi è costato così tanto sudore e sangue, sapendo quanto siano esigenti in casa Bonelli, che sarei matto ad accettare di disegnare tutta una storia, e loro a chiedermela. I personaggi Disney nemmeno per sogno: li ho amati come tutti i bambini, ma adesso orbitiamo su due pianeti opposti.



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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