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HONEYWELL ATESSA: SE IL LAVORO FUGGE DOVE
COSTA MENO, ''MA QUI L'HA CAMPATA LO STATO''

Pubblicazione: 27 dicembre 2017 alle ore 08:00

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ATESSA - Sta per andarsene un altro pezzo industriale d'Italia, quello della Honeywell di Atessa (Chieti), dopo tante aspre battaglie per scongiurare la chiusura e il contestuale licenziamento di 420 lavoratori, messi in mobilità, per spostare la produzione dall'Abruzzo alla Slovacchia. 

Battaglie alla fine perse, con in mezzo un Natale amarissimo, in attesa di un ipotetico altro round: a fine marzo 2018 è previsto lo stop alla produzione, dunque "silenzio" da aprile, ma, come spiega ad AbruzzoWeb Luca Caporale, rsu di Fiom Cgil, “si dovrebbe capire se ci sarà la possibilità di riconvertire oppure no. Quel che è certo è che su questa opzione credono in pochi, si punta infatti alla buona uscita con tutte le difficoltà che ciò comporta”.

Ad Atessa, la Honeywell, multinazionale statunitense che recentemente ha alzato la stima dei ricavi, produce turbocompressori per motori diesel.

A nulla sono valsi i mille tavoli con politica, sindacati e azienda per evitare uno scenario da incubo che non va analizzato soltanto con l'occhio sulla Val di Sangro. 

“Perché è una situazione brutta nel quadro europeo - spiega Caporale - Dietro la Honeywell c'è un fondo di investimento e quindi tutto si riduce a giochi di borsa. Dunque non un gruppo industriale, ma finanziario, con effetti di dumping salariale nonostante il nostro stabilimento non sia neanche tra i più costosi dei 13 sparsi per il mondo. In Francia, ad esempio, i lavoratori costano di più, ma al momento sono garantiti. Il sistema di protezione per ora c'è, come in Corea del Sud e Giappone”.

“E i clienti stessi di Honeywell hanno preteso che non chiudessero gli stabilimenti in quei tre Paesi - continua - Invece qui in Italia sono stati elargiti fondi pubblici, regionali ed europei, si sono spesi soldi per le casse integrazioni, in pratica si è campata la Honeywell fin quando la 'mucca' era buona da mungere, poi sono andati via”.

La trattativa adesso è doppia: da una parte, si sta trattando internamente di gestire al meglio le buone uscite, “generalmente 'corpose' perché l'azienda vuole evitare ulteriori vertenze, ma in questo caso vuile spendere meno rispetto ad altri stabilimenti chiusi. Sembra proprio una questione personale contro di noi”.

Tra l'altro, ammette Caporale, “i pezzi che ci stanno facendo produrre non servono all'azienda, è solo un modo per non togliere la solidarietà già firmata, d'altra parte alla Honeywell conviene perché anche qui paga lo Stato. E noi lavoratori non abbiamo nessuno strumento per la contrattazione”.

Un eventuale ammortizzatore sociale, in tal caso la cassa integrazione a zero ore, dopo la chiusura della produzione a fine marzo, ammortizzatore che per Caporale "non sembra esserci all'orizzonte", darebbe tempo per una trattativa al fine di riconvertire il sito entro il 31 dicembre 2018.

"Se però per quella data non sarà accaduto nulla, gli incentivi per i lavoratori sarebbero inferiori rispetto a quelli che prenderebbero se la data 'finale' fosse quella della chiusura della produzione".

"Cosa farei io? - conclude - Non so, sicuramente avrò dei problemi, soprattutto perché mia moglie è disoccupata. In questo territorio non sta restando nulla. Quando vengono a mancare le protezioni, quando ci si trova in un sistema europeo che è senza dubbio un problema per come è stato costruito, è inutile prendersela con questo o quel politico. Io ad esempio ho fiducia nel vice presidente della Giunta regionale Giovanni Lolli, uno che ci mette l'anima, ma qui la maggioranza dei lavoratori non vede l'ora di chiudere con questa storia perché disgustati".



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