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I PASQUARIELLI DI AVOLIO A PACENTRO, L'UOMO
CHE FECE IL PRESEPE AL PRINCIPE UMBERTO

Pubblicazione: 25 dicembre 2017 alle ore 08:04

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L'AQUILA - Acqua, argilla, colori e pennelli. Cartapesta, in qualche caso. Materiali poveri che le mani sapienti di Giuseppe Avolio, artista abruzzese originario di Pacentro (L’Aquila), riuscivano a trasformare in personaggi, scene, attimi mai uguali di vita quotidiana immortalati nella terracotta dipinta, indurita dal calore del forno: sono i ‘pasquarielli’, meglio conosciuti come i mammuccije, in dialetto abruzzese, del presepe che l’artigiano ha creato per tutta una vita, dedicandovisi con passione sincera, senza mai farne un vero commercio quasi a non voler sporcare l’arte con il denaro.

Giuseppe Avolio è sconosciuto ai più. Uomo semplice, umile, ma abilissimo nel modellare la creta e darle vita, allievo nella bottega artigiana del padre, nella sua casa paesana aveva trovato posto il laboratorio dove con il gesso aveva ideato degli stampigli per abbozzare le forme dei suoi personaggi.

Nato a Pacentro il 12 ottobre 1883, qui visse, con una breve parentesi da emigrato in America, fino alla morte il 5 aprile del 1962: dopo oltre cinquant’anni non c’è casa nel borgo che non conservi gelosamente almeno un suo ‘pezzo’, dipinto con colori delicati, con tratti leggeri a dare espressione ai volti, con i dettagli di braccia, abiti e oggetti a rendere ogni statuetta diversa dalla precedente.

Ma anche altrove ci sono tracce della sua arte, nelle case degli abruzzesi emigrati oltreoceano, in quelle di turisti stranieri di passaggio colpiti dalla delicatezza e originalità delle sue creazioni, fino alla Casa Reale.

Già, perché fu lo stesso Avolio a raccontare di come avesse ricevuto un’ordinazione, prima della Seconda Guerra mondiale, di un presepe intero composto da circa 150 ‘mammocci’, da parte del Principe Umberto di Savoia che oltre al pagamento pattuito gli fece arrivare anche una coppia di gemelli d’oro con su la scritta ‘Umberto Di Savoia’.

Proprio l’amore per i particolari ha reso i suoi mammuccije testimonianza unica e irripetibile di usi e costumi di un Abruzzo ormai scomparso, a cominciare dagli abiti tradizionali d’epoca, maschili e femminili, modellati sui figurini di argilla.

I costumi tradizionali che più lo attraevano erano quelli dei paesi Scanno e Pettorano sul Gizio (L’Aquila) oltre al comprensorio della Valle Peligna, L’Aquila, e ancora Cansano e Pescocostanzo, abiti particolarmente ricchi nelle fogge e nei drappeggi. 

Mai, in ogni caso, l’artista, si spinse a creare gruppi di personaggi. Le sue realizzazioni erano sempre statuette singole, da posizionare nel presepe secondo il proprio estro e gusto, popolani, contadini, artigiani, figure come il frate cappuccino ‘cercatore’.

Tra i suoi pasquarielli non compaiono i ricchi e i potenti: il presepe di Avolio era il presepe degli umili, dei semplici, impregnato di un’ingenuità, di un candore che non era altro che espressione di delicatezza di sentimenti, emozione, attenzione e amore per il proprio territorio.

Sulle riviste dell’epoca, negli anni Trenta e Quaranta, spesso qualche cronista si accorgeva di questo figurinaio così schivo e refrattario alla pubblicità e al fare commercio delle sue opere, quasi gli dispiacesse doverle vendere nonostante le richieste, e nonostante ne producesse a migliaia ogni anno, aiutato nel suo lavoro artistico dai garzoni apprendisti di bottega che da lui, autodidatta, provavano a imparare il mestiere di decoratore.

Chiunque poteva, passando per la strada di Pacentro che collegava, e collega ancora, la piazza degli Aringhi alla piazza delle Botteghe, bussare alla porta della sua casa e trovarsi davanti ‘Peppino’ come lo chiamavano i paesani, con indosso il suo camice sporco di argilla e macchiato di colori, l’immancabile pipa, e lui li avrebbe condotti nel suo laboratorio, affacciato sulla Valle Peligna e sul Monte Morrone, tra mille e mille statuette pronte per essere decorate e rese vive.

“Peppi’ quando smetterai di lavorare?” gli chiese un giorno, non molto prima della sua morte, un suo amico giornalista. “Signo’ quando ve’ la mort “ fu la risposta concisa.

Oggi, gli oltre 400 stampi che Giuseppe Avolio aveva creato personalmente per dare forma alle sue statuette, sono stati recuperati da un’artigiana di Pacentro, Sara Galterio che nel suo laboratorio porta avanti una tradizione, quella delle statuette in terracotta per il presepe, che si distingue dalla tradizione napoletana proprio per la mobilità dei personaggi, che non sono racchiusi in scene fisse ma sono liberi di vagare per il presepe, nell’ideale cammino verso la capanna di Betlemme.



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