IL GIORNALISMO DEL ''CAPO'': UN RICORDO DI GUIDO POLIDORO Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.

IL GIORNALISMO DEL ''CAPO'': UN RICORDO DI GUIDO POLIDORO

Pubblicazione: 11 agosto 2011 alle ore 16:25

Guido Polidoro
di

L'AQUILA - Avere un padre giornalista mi ha concesso un grande privilegio, quello di osservare, certo, con gli occhi del bambino, un giornalismo che per anagrafe non dovrei conoscere, un giornalismo che oggi non c’è più. Il giornalismo di Guido Polidoro.

Sono passati undici anni dall’11 agosto 2000, giorno della scomparsa del “Capo”, avvenuta a 62 anni per un male che non ha potuto battere. Capo lo era stato nelle redazioni del Messaggero di Avezzano, Rieti, Teramo, L’Aquila, per poi guidare l’intera edizione regionale del quotidiano romano, fino al prepensionamento imposto nel 1994 dall’editore dell’epoca, la Montedison.

Sul finire degli Ottanta le redazioni erano ambienti sacrali, per quanto l’ironia e la dissacrazione fossero una componente chiave del flusso di lavoro e gli scherzi erano… una cosa serissima.

I giornali erano tutti in bianco e nero, e grossi talmente tanto che non avrei potuto tenerne uno in mano completamente aperto, con quelle 18 colonne. Si lavorava senza Internet, insomma, senza Google e senza Wikipedia, e, soprattutto, senza cellulari.

Il fax era appena arrivato, così come i primi computer che sfruttavano il telefono per l’invio degli articoli e avrebbero mandato presto in pensione le telescriventi a nastro perforato.

La redazione aquilana era ospitata (e c’è stata fino al terremoto) a palazzo Leone, lo “stipite sinistro” della porta del centro storico dell’Aquila che era piazza Battaglione degli Alpini, quella della Fontana Luminosa, mentre il destro era la Carispaq.

Stanze altissime, con quei pavimenti che trasudavano antichità e i muri bianchi anneriti dal fumo che impregnava l’aria, visto che la legge Sirchia era ben di là da venire.

Ogni redattore aveva la sua stanza, tranne quelli confinati allo “stanzone”: quelli più giovani, come Angelo De Nicola, che poi è stato il mio, di capo, erano anche i più scalmanati e ne combinavano di tutti i colori, come far credere a un altro “pivello” che qualcuno avesse fatto scivolare via una delle palle di pietra della Fontana Luminosa lungo viale Gran Sasso.

Per non parlare degli scherzi telefonici al primo modello di segreteria introdotto dal responsabile pubblicitario, in cui la mascottina della redazione veniva furbescamente coinvolta come complice inattaccabile.

A tenere dritta la barra in quell’universo caotico ma al tempo stesso ben organizzato era lui, il Capo. La sua stanza era un viavai di colleghi, ma anche di interlocutori istituzionali che a Polidoro chiedevano consigli, pareri, o davano notizie.

Ciononostante, in mezzo a quella teoria di giacche scure e cravatte fantasia (la moda dei primi Novanta che oggi ci fa sorridere), uno o due minuti per parlare con il piccoletto c’erano sempre. Per spiegare come funzionava una cosa, per raccontare un fatto nuovo o curioso. Una notizia, manco a dirlo.

Il mio ricordo di Polidoro è questo, un caporedattore stimato e rispettato che dava importanza anche a un bambino. È un ricordo umano e non professionale, perché con il Capo non ho potuto lavorare, e questo è il rammarico. Ma almeno ho potuto osservare, e di questo sono contento.

Oggi che capo sono anch’io, e arrossisco al paragone sacrilego, cerco di attingere a quella osservazione umana mentre, sul piano professionale, come “faro” c’è uno scritto di Polidoro stesso, diffuso dalla famiglia in occasione del primo anniversario della morte e che racconta una sua preghiera “giornalistica” in chiesa.

“Promisi di aver sempre tenuto fede ai miei princìpi. Promisi che non avrei avallato una cattiveria; promisi che tutta la mia opera l'avrei messa al servizio della povera gente innanzitutto; promisi di considerarmi sempre il servitore della gente, di coloro che non hanno forza, i più deboli in spirito e materia; promisi di dovermi sempre comportare in modo che dieci mendicanti per ogni ricco, vedendomi per la strada, potessero dire: ciao, Gui’”.

Questo era il giornalismo di Guido Polidoro, il Capo.



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