NO ALLA CORSA A SINDACO DELL'AQUILA, D'ALESSANDRO E CIALENTE BEFFATI?
LA REPLICA: ''NIENTE PARLAMENTO, RESTO GOVERNATORE FINO AL 2019'', E POI?

IL PD AQUILANO LANCIA LOLLI CANDIDATO
PRESIDENTE, LE CONTROMOSSE DI D'ALFONSO

Pubblicazione: 23 maggio 2016 alle ore 08:05

Nel fotomontaggio, Luciano D'Alfonso come Frank Underwood di House of Cards
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L’AQUILA - Luciano D’Alfonso spinge Giovanni Lolli a candidarsi sindaco dell’Aquila, per liberare la casella di vice presidente in favore di Camillo D’Alessandro, da mettere in vetrina e lanciare poi come suo delfino alla presidenza della Giunta in occasione del passaggio dalfonsiano alla Camera? È già  pronta la contromossa.

Il Partito democratico dell’Aquila sta entrando, infatti, nell’ordine di idee di rinunciare a quella che un po’ tutti ritengono sarebbe la “vittoria facile” di un Lolli candidato alla fascia tricolore nel 2017, impegnarsi un po’ di più a mantenere la guida del Comune capoluogo anche con un altro candidato, che verrebbe fuori dalle primarie, e lasciare l’ex sottosegretario al suo posto, al numero 2 della Giunta regionale.

Lo scopo è molto semplice: quello di pompare il più possibile Lolli e schierare poi lui come candidato alla presidenza della Regione, piuttosto che D’Alessandro, facendone il naturale sostituto di D’Alfonso dopo i primi 4 anni da vice. Se il piano è politicamente diabolico, alla “House of Cards”, bisogna ammettere che la risposta lo è altrettanto, ma dello stesso tenore saranno le contromosse dalfonsiane.

Oltre al ruolo di vice svolto con impegno, Lolli ha anche un altro credito da incassare, ed è pesante: la rinuncia al ruolo di parlamentare a fine 2014, quando era primo dei non eletti, dopo l’uscita di Giovanni Legnini, chiamato come vice presidente del Consiglio superiore della magistratura.

Una rinuncia arrivata dopo lungo lavorio su esplicita richiesta di D’Alfonso per piazzare al suo posto Gianluca Fusilli, sua emanazione, che peraltro si è segnalato per imbarazzanti bassi indici di produttività parlamentare.

Lolli è rimasto malvolentieri in Giunta, ma alla luce di questo potrebbe battere i pugni e con lui ci si metterebbe il partito aquilano, che ha altri assi nella manica, come la mancata nomina a sottosegretario di Stefania Pezzopane, senatrice uscente e spettatrice interessata di tutto questo sommovimento.

Nel caso di candidatura e successiva elezione a palazzo Silone, si tratterebbe del primo presidente della Regione nato all’Aquila in 46 anni di regionalismo.

Inutile dire che gli scenari sono tutti molto più che mutevoli e che manca ancora molto tempo, quindi si sta ragionando di fantapolitica.

Ma a dispetto di questo, un paio di punti fermi ci sono: il primo è che D’Alfonso vuole il Parlamento. Dopo tanti anni all’ombra a causa delle note vicende giudiziarie, la sua carriera politica ha ripreso lustro e ora vuole darle un’accelerata decisiva: i rapporti con Matteo Renzi non sono stati sempre facili, anzi, erano burrascosi, ma ora c’è intesa su tutta la linea e il sogno dalfonsiano è di aiutare l’ex sindaco di Firenze nel governo del Paese come sottosegretario o perché no, anche da ministro.

Di qui la rinuncia a quello che era stato uno slogan cardine della campagna elettorale di D’Alfonso nel 2014, quello di voler governare la Regione per dieci anni, diventando il primo presidente riconfermato per un secondo mandato dal 1970 a oggi.

I primi 5 anni saranno più che sufficienti, anzi, forse ne basteranno 4 (perché le elezioni nazionali ci sono nel 2018) per lanciarsi verso uno scranno parlamentare e farlo come capolista, ovvero quello che, anche con la nuova legge elettorale “Italicum”, ha il seggio assicurato a Montecitorio a prescindere dalle preferenze.

La carica di deputato è incompatibile con la presidenza della Giunta, ma lo Statuto regionale è cambiato e, in caso di dimissioni volontarie del presidente per volare a Roma, cadrebbe tutto il Consiglio, non resterebbe al comando il vice come accadde a Enrico Paolini dopo le dimissioni dell’arrestato Ottaviano Del Turco: quindi si tornerebbe a votare anche alle Regionali con un anno di anticipo.

È chiaro che a quel punto, di fronte a un ex sottosegretario con cursus honorum chilometrico come Lolli, sarebbe difficile frenare le legittime ambizioni di successione e mettergli davanti un quarantenne pur rampante come D’Alessandro, che ha dalla sua un mandato da capogruppo Pd all’opposizione e un paio d’anni da sottosegretario alla Presidenza, prima che quest’ultimo incarico gli fosse scippato in favore di Mario Mazzocca nell’ambito del rimpasto che ha inserito Andrea Gerosolimo tra gli assessori

Questo rappresenta un credito politico da incassare, ma per D’Alessandro in caso si verificassero queste condizioni potrebbe non essere il giro giusto di giostra.

Tra gli scontenti di questo “piano B” ci sarebbe anche Massimo Cialente, sindaco uscente del capoluogo dopo due mandati, che, dopo essere stato anche parlamentare e consigliere provinciale, vorrebbe invece mettere piede nell’unico ente pubblico dove ancora non è stato protagonista, e l’unica via per farlo sarebbe una “staffetta” alla vice presidenza, rilevando Lolli qualora quest’ultimo scegliesse la corsa al Comune.

Tutto questo ammesso e non concesso che D’Alfonso voglia un vice altrettanto ingombrante ma più protagonista di Lolli, abituato a lavorare sottotraccia e a prendersi poca ribalta: difatti il borsino, a oggi, in caso di uscita, dà in nettissimo vantaggio D’Alessandro sull’aquilano.

Comunque Cialente è l’uomo dei grandi coup de théatre e potrebbe diventare un alleato a sorpresa di D’Alfonso (con cui ha già fatto sponda sulla vicenda del manager Asl Rinaldo Tordera) per liberare la vice presidenza, a prescindere da come poi andrà a finire la sua scalata personale.

Un pasticcio, come si vede, che potrebbe, però, perfino essere risolto con una “mossa del cavallo” dal solo D’Alfonso, che a quel punto non dovrebbe ringraziare nessuno e terrebbe tutti in scacco, grazie all’inedito Senato che prenderà la luce in caso di conferma al referendum della riforma costituzionale del ministro Maria Elena Boschi.

A palazzo Madama, infatti, tra i 100 nuovi componenti andranno almeno due senatori abruzzesi, un sindaco e un consigliere regionale: se quest’ultimo fosse proprio Luciano D’Alfonso, potrebbe continuare nello stesso tempo a svolgere sereno anche il suo ruolo di governatore, e in caso di riconferma in Regione nel 2019, della successione se ne riparlerebbe nel 2024. Forse troppo tardi per Lolli, che avrebbe 74 anni, perfetti sarebbero invece i 48 di D’Alessandro.

Ecco perché anche D’Alfonso attende con grande interesse l’esito del referendum costituzionale e, soprattutto, in caso di vittoria dei sì, la futura legge di dettaglio che specificherà bene le norme sull’elezione dei nuovi senatori, elencando criteri di ineleggibilità e altri paletti. Il destino politico futuro dell’Abruzzo potrebbe dipendere anche da quelli.

D'ALFONSO: ''NIENTE PARLAMENTO, RESTO GOVERNATORE FINO AL 2019''

“L’ipotesi di una mia candidatura al Parlamento, teorizzata da qualche organo di stampa, è una non notizia”.

Lo scrive sulla propria bacheca Facebook il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, replicando all’articolo di AbruzzoWeb sui possibili futuri scenari politici.

“A fine giugno 2014 sono stato scelto dalla stragrande maggioranza degli elettori abruzzesi per svolgere la funzione di presidente della Regione per la decima legislatura, che scade nel 2019”, ricorda D’Alfonso.

“Intendo onorare il patto stretto con i cittadini per realizzare il programma di governo che ci siamo dati 23 mesi fa con la coalizione di centrosinistra per le persone, le imprese e i territori della regione”, conclude.

Una replica che sgombra il campo da possibili scenari di conclusione anticipata della legislatura, ma non su un possibile cambio di rotta dopo il termine naturale del 2019.

D'Alfonso in campagna elettorale ha più volte affermato di puntare a essere il primo governatore riconfermato per un secondo mandato. (alb.or.)



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