IL PITTORE DEI CENCI: SULLE TRACCE DI
TEOFILO PATINI NELLE TERRE DELLA BARONIA

Pubblicazione: 08 aprile 2018 alle ore 09:15

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L'AQUILA - Si racconta che quando Teofilo Patini fu invitato dai principi Colonna ad affrescare la loro dimora di Roma, il grande artista di Caste di Sangro declinò l'invito, spiegando che lui preferiva "dipingere stracci e non corone".

Alla figura e all'opera di Patini è stata dedicato un incontro a Castelvecchio Calvisio, per evidenziare il suo stretto rapporto con le terre della Baronia, nel cuore del Gran Sasso aquilano, e con la sua gente umile e povera, protagonista di tutti i suoi quadri,  che vibrano di sincera denuncia sociale. L'evento organizzato dall'associazione culturale Artemisia, ha avuto come relatori Antonio Vincenzo Matarelli, ex sindaco di Calascio, ed appassionato d'arte e l'architetto Corrado Marsili, del Ministero dei beni culturali. 

Il "pittore dei cenci", come Teofilo Patini venne chiamato da Vittorio Emanuele III , spiega Matarelli al microfono di Abruzzoweb, "ebbe un rapporto profondo e intenso con queste terre, grazie all'amicizia con Luigi Frasca, suo mecenate che fu il maggiore acquirente delle sue tele, creando una significativa pinacoteca".

Tra le tele ancor oggi conservate a Calascio spicca una delle versioni de L’Erede. "Erede di che? Di lavoro, di sofferenze, di miseria, ma che in sé contiene il germe delle grandi riforme sociali", scriveva Patini ilustrando il senso della sua opera. L' Erede è una delle tre opere che compongono la celebre trilogia, assieme a Bestie da Soma, che prima del terremoto la si poteva ammirare nella Prefettura dell'Aquila, ora conservata a Castel di Sangro, e Pane e Vanga, ora conservata al Ministero dell'agricoltura a Roma Mentre nella chiesa di Sant'Antonio abate a Calascio sono conservate Le tentazioni di Sant'Antonio nel Deserto.

"Patini - spiega ancora Matarelli - ha trovato nei nostri paesi una continua fonte di ispirazione, non tanto nei paesaggi, ma nei volti della gente stremata dalla fatica, nelle donne e nella loro durissima condizione di sfruttamento e patimento. La sua è la poetica del verismo, fu un ribelle senza partito, che si batteva, con la sua arte, contro l'ingiustizia sociale".

Un rapporto intenso e duraturo, quello di Patini con le terre aquilane. Dopo aver studiato a Napoli, allievo del filosofo abruzzese anche lui, di Bomba, Bertrando Spaventa, fervente garibaldino, nel 1882 è diventato direttore della scuola delle Arti e dei mestieri che aveva sede all'Emiciclo dell'Aquila, un ex convento ora sede del Consiglio regionale. Abitava poi a palazzo Ardinghelli, di cui si sta per completare la ricostruzione, e dove sorgerà a breve la sede distaccata del museo di arte contemporanea Maxxi di Roma. 

In Patini, ha scritto con grande efficacia il critico d'arte aquilano Antonio Gasbarrini, si ha "una negazione storica della edulcorata realtà folklorica insita in un mondo contadino dove continuava a regnare la versione pittoresca di volti scoppianti di salute", accostando la figura di Patini a quella di Ignazio Silone, che nella prefazione di Fotamanra scrive che "In certi libri com'è noto, l'Italia meridionale è una terra bellissima, in cui i contadini vanno al lavoro cantando cori di gioia, cui corrispondono cori di villanelle abbigliate nei tradizionali costumi, mentre nel bosco vicino gorgheggiano gli usignoli. Purtroppo a Fontamara, queste meraviglie non sono mai successe. I Fontamaresi vestono come poveracci di tutte le contrade del mondo. E a Fontamara non c'è bosco: la montagna è arida, brulla, come la maggior parte dell'Appennino. Gli uccelli sono pochi e paurosi, per la caccia spietata che ad essi si fa. Non c'è usignolo; nel dialetto non c'è neppure la parola per designarlo. I contadini non cantano, né in coro, né da soli; neppure quando sono ubriachi, tanto meno (e si capisce) andando al lavoro. Invece di cantare, volentieri bestemmiano".

Palazzo dei capitani sorge al limtare del centro storico di Castelvecchio Calvisio, miracolo ellittico di architettura, labirinto di stretti vicoli, di botteghe, stalle e cantine, scandito da archi, barbacani, e fiabesche scalinate esterne, avviluppate ai muri. Paese come tanti altri svuotato dal terremoto dell'aprile del 2009, e la cui ricostruzione, dopo 9 anni, e lungi dal prendere piede. 

"Iniziative come queste - spiega Piero Fanco Simonelli, dell' associazione Artemisia - servono a mantenere viva la comunità, a crare occasioni di svago e socialità. Siamo sicuri che il notro paese sarà ricostruito più bello di prima, perchè questi borghi hanno un futuro, semplicemente per la loro bellezza, anche una dura bellezza, come ci ha insegnato Patini".

"Il sisma ha inferto un durissimo colpo - conclude Matarelli -  ai nostri centri definiti minori, ma che non lo sono affatto, minori. Sia in termini paesaggistici che per i tesori che conservano. Per restare in tema mi limito a ricordare che a Calascio, oltre alle opere di Patini, nel convento  è possibile ammirare capolavori come quelli di Francesco da Montereale e del Cavalier d'Arpino che fu il maestro del Caravaggio. Una magnificenza artistica che comferma il fatto che questi un tempo erano centri importanti dove  scorreva anche molta ricchezza, ma non nelle tasche di tutti, come Patini ci ricorda ancora".



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