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IL PREMIO STREGA ALBINATI E LA SCUOLA
CATTOLICA: ''LA VIOLENZA DELLA BORGHESIA''

Pubblicazione: 06 agosto 2016 alle ore 08:00

di

TERAMO - La minuscola piazza del borgo di Castelbasso (Teramo) ha ospitato quest'anno un protagonista d’eccezione, accompagnato nell’incontro con il pubblico dal critico letterario Renato Minore: si tratta di Edoardo Albinati, scrittore romano vincitore del premio Strega edizione 2016 con il romanzo La scuola cattolica.

Un libro complesso, fatto di storie, pensieri, personaggi, riflessioni che ruotano intorno a un avvenimento principale: il delitto del Circeo, il 29 settembre 1975, la cruda vicenda delle due ragazze sequestrate e seviziate da tre giovani della Roma bene, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, di cui il protagonista/autore è stato compagno di scuola nel liceo romano di San Leone Magno. 

Albinati si è raccontato in una intervista ad AbruzzoWeb.

Come ci si sente ad aver vinto il Premio Strega?

Ci si sente orgogliosi per il lavoro svolto, ma questo lo ero già senza il premio Strega. E in più, mi pare che sia stato premiato il lavoro fatto sul libro, da parte della casa editrice, da parte di chi lo ha letto prima che venisse stampato, e da tutto quello che è stato messo in campo per promuoverlo, per lanciarlo, per fare leggere, insomma, un libro così lungo, così difficile, così complicato e addirittura portarlo a vincere questo premio. Una soddisfazione collettiva, più che personale.

Un libro di 1.300 pagine circa in cui lei si racconta, però anche divaga, spiega, non solo gli anni trascorsi nella scuola di San Leone Magno, ma lo spaccato di una società. Al centro di questo ritratto c’è il delitto del Circeo compiuto da alcuni ragazzi che hanno frequentano la stessa scuola del protagonista che si confonde con l’autore. Quanto c’è di autobiografico nel libro e quanto di invenzione?

Mi servo di una frase tratta da questo bellissimo libro ultimo di Franca Valeri, La vacanza dei superstiti: “La vita in parte si vive in parte si inventa”. Non solo scrivendola, ma anche vivendola semplicemente, aggiungo io. Ho applicato nel libro la stessa formula che si applica nella vita e ai nostri ricordi, che non sono poi così fedeli come crediamo. Usiamolo, questo lato romanzesco della vita, piuttosto che fare enormi sforzi per ricordare qualcosa che poi magari non risulta corrispondere alla realtà, tanto vale inventare. Partendo da fatti e persone reali, certo, ma il piacere, il divertimento della scrittura sta anche in questo. Il personaggio principale, l’amico più importante, Arbus, se lo avessi chiamato con il suo vero nome, come pensavo, non avrei potuto fargli fare e dire e accadere cose vere e cose inventate. È successo più volte in questo libro di dover prendere delle cose assurde, incredibili, inspiegabili e cercare di riportarle sulla terra, reinventarle per renderle più plausibili. Cose incredibili ma in realtà veramente accadute.

L’occhio principale, il protagonista, è un adolescente maschio, con le sue pulsioni, il pensiero del sesso, il confronto, la competizione, fino alla violenza, nello scenario del quartiere Trieste così tranquillo e borghese. La scuola cattolica non è forse un po’ ipocrita? C’è un velo di ipocrisia, di repressione, che può portare a scatenare queste reazioni così violente, proibire porta agli eccessi e alla violenza che non ci si aspetta?

Non credo ci sia un rapporto di causa-effetto, ma la prima cosa può velare la seconda, cioè quella ipocrisia di cui sopra, serve a nascondere, a celare un contenuto violento che però è lì, sotto pelle, sotto la superficie. Quindi non è esso stesso la causa della violenza, è un modo per nasconderla, per far finta che non ci sia, un modo per negarla. Quando accade questo e poi all’improvviso questa violenza si manifesta, la sua forma è ancora più virulenta proprio perché, inattesa, esplode. E quello di cui io tratto parla proprio di una violenza che non c’era prima, poi esplode, poi di nuovo è sparita, si è inabissata, all’interno di quel quartiere, di quel mondo, di quel tipo di persone. Una violenza che esplode di colpo come una caldaia. Una caldaia che hanno tutte le classi sociali, tutti gli ambienti. Quello che caratterizza la violenza degli anni ‘70 in quel quartiere è proprio il fatto che sembrava l’ultimo posto dove episodi del genere potessero accadere. Ma siccome episodi del genere accadono, sono accaduti, e probabilmente accadranno, non c’è luogo che sia salvo in partenza, non c’è luogo incontaminato. Il delitto nasce da questa contaminazione svelata dentro quel particolare ambiente. Disponibilità alla violenza, disponibilità ad essere vittime di violenza.

Una tranquilla vita borghese, del tutto apparente

Non è affatto vero che il borghese aspiri alla vita tranquilla e basta. Il borghese è una creatura avida di vita, di possesso, di dominio, ed è animato da un potentissimo risentimento. Il borghese può diventare un dobermann in pochi istanti. Non lo porta al guinzaglio, è lui stesso il dobermann. Faccio sempre l’esempio del film Cane di Paglia, con Dustin Hoffman​, in cui un tranquillo professore poi alla fine si scatena in un’orgia di violenza e sfoga la sua rabbia repressa.

Nel suo libro lei utilizza un tipo di narrazione in prima persona, come se si volesse legare in modo forte chi sta leggendo alle avventure di chi scrive. Un espediente letterario?

Usare la prima persona per avvincere e per rendere più credibile il racconto perché viene dalla bocca di una persona, può essere senz’altro una tecnica. Ho iniziato a rivolgermi al lettore, per accompagnarlo nella lettura, suggerendo di saltare degli episodi o dei capitoli che potevano interessare meno. Questo in realtà è avvenuto quasi solo quando ho curato la redazione finale del libro, e il libro era così voluminoso che ho pensato che dovevo fare una sorta di patto con il mio lettore. Un patto che potrebbe essere espresso così: io ho fatto molta fatica nello scrivere questo libro, se tu lettore vuoi fare lo stesso pellegrinaggio che ho fatto io, io ci ho messo 9 anni, tu ci metterai 9 settimane forse o più o meno, a seconda dei tuoi ritmi, comunque anche tu sarai sottoposto a uno sforzo, a una fatica. Allora se io ti posso segnalare dei punti che forse sei meno interessato a percorrere, perdonami, ma io ci vado lo stesso su quei punti perché mi tocca, ma tu vai avanti, prendi pure una scorciatoia.

E quale è stata la reazione dei lettori a questi ‘riassunti’ o ‘suggerimenti’ sui capitoli che stavano per incontrare?

Le ripetizioni, nel libro, servirebbero proprio a questo: io adesso te lo dico in un modo, poi ci tornerò sopra perché è la mia ossessione e perché forse è pure la tua. Ho scoperto che molti lettori, molta gente cui io dicevo salta, invece leggevano. Ah sì? Tu mi vuoi fare saltare? Allora io me lo leggo. Però mi sembrava giusto rifare insieme al lettore, non fosse altro che per le dimensioni di questo libro, fare insieme a lui il cammino, che poi è quanto ho provato io nel rileggere il libro, per lavorarlo. Ed è stata quella la prima volta che l’ho letto nella sua interezza, dovendo fare il percorso di un lettore, e laddove mi accorgevo che c’erano delle zone per me importanti, addirittura fondamentali ma non forse per chi leggeva, allora ho detto fai quello che vuoi di questo libro, però io ti suggerisco dove andare a leggere. Se invece vuoi seguire questa ossessione, fai pure. Tutte le riflessioni contenute nel libro, dallo stupro, alla borghesia, alla violenza, sono frutto di pagine e pagine di indagini e letture, ricerche e studi. Dietro 50 pagine ce ne sono almeno 5 mila. La scuola cattolica è il succo di anni di studio. Quindi lo sforzo vale la pena. Si può saltare di casella in casella come in un grande gioco dell’oca, saltare, avanzare, indietreggiare.

Forse c'è anche il piacere di scoprire nuovi particolari a ogni rilettura del libro?

C’è il caso di un lettore che ha letto il libro e non gli è piaciuto e lo ha riletto, il che giustifica le pagine che io dedico al masochismo nel libro. Perché evidentemente era curioso di afferrare qualcosa che al primo giro non gli era passato. Una cosa piuttosto sorprendente. E l’impresa del leggerselo tutto, giustifica il lettore quanto può aver gratificato l’autore. Io credo che in questo libro più di ogni altro in circolazione , si crei questa specie di fratellanza nella fatica, chiamiamola così, o nell’impegno, nella dedizione, o forse la parola migliore è attenzione. Quando c’è questo sforzo di attenzione , chi porta a termine la lettura si dovrebbe sentire gratificato di avervi dedicato tanto tempo. Sennò hai buttato le 9 settimane e mezzo. No?

Il primo impatto che si ha con il suo libro è di tipo sensoriale. Le pagine sono vellutate, l’occhio inganna il cervello perché il colore avorio farebbe pensare ad una carta più ruvida. È una scelta azzeccata, c’è un piacere in più nello sfogliarlo.

Sono contento perché si deve a uno sforzo tecnologico e artigianale fatto dall’editore per riuscire a trovare un tipo di carta adatta per impaginare un libro così lungo in un unico volume. Una carta abbastanza sottile, che quindi somiglia un po’ in fondo alla carta delle bibbie e dia anche del piacere. Una carta più ruvida non avrebbe permesso la pubblicazione in un unico volume perché troppo spessa. E questo non è un libro che si potesse dividere in due. Dopo lunghi ragionamenti abbiamo deciso che questo libro andava stampato tutto insieme, sarebbe stato enorme, d’accordo. Noi, chi ha scritto e chi stampa, abbiamo accettato questa sfida, vediamo se qualcuno accetta la sfida di leggerselo.

Può definirsi, La scuola cattolica, il romanzo di una vita?

Una vita di un uomo che adesso ha quasi sessant’anni che sono in parte io in parte no, ma che soprattutto che racconta attraverso le sue esperienze, un ambiente, un mondo, un quartiere, una scuola, una compagnia di amici, la crescita degli adolescenti, le crisi dell’età adulta. Non ha in realtà nessun fine autobiografico ma piuttosto uno di carattere romanzesco da una parte e uno di carattere riflessivo dall’altra. Raccontare delle storie di persone, la storia della vita di più persone, con un narratore che somiglia molto all’autore del libro ma non lo è. Nel senso che molte delle avventure che egli descrive sono inventate in modo da restituire il passaggio del tempo di questi quarant’anni più o meno. Quindi direi che non è il romanzo della mia vita ma è il romanzo di una vita, quella che hanno vissuto dei miei coetanei che non hanno niente di interessante più di qualsiasi altra generazione se non il fatto di avere, secondo me, di vissuto questa epoca di passaggio molto brusca, molto violenta, molto anche interessante, che sono stati quegli anni lì, cioè gli anni 70. Di avere per fortuna vissuto, se non sono finiti male, due Italie in un colpo solo 

Dei suoi concorrenti al premio Strega chi avrebbe votato?

Forse è una battuta, però io avrei votato o avrei preferito che al posto mio avesse vinto Eraldo Affinati, anche solo per la ragione che veniamo continuamente confusi l’uno con l’altro, e dunque vincendo lui io avrei comunque avuto un piccolo riflesso della sua vittoria.

Dopo un lavoro del genere, durato più di nove anni, si prenderà una pausa?

Me la sto di fatto già prendendo, ho finito l’ultima redazione a gennaio e da allora non ho scritto più una riga. Quindi io sono già in vacanza da quasi sei mesi, in vacanza dalla scrittura. Poi sto facendo una specie di cantagiro di cose letterarie, poi si vedrà, Io spero di recuperare le forze. Sicuramente non scriverò più nulla che cominci con io e se scriverò sarà qualcosa di dimensioni più contenute!



© RIPRODUZIONE RISERVATA


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