IL ''TORRIONE'' DELL'AQUILA: MAUSOLEO POI
ACQUEDOTTO, LO STUDIO PER RICOSTRUIRLO

Pubblicazione: 04 marzo 2017 alle ore 07:57

Il ''Torrione'' dell'Aquila

L’AQUILA - È tornato apertissimo il dibattito, all’Aquila, sul salvataggio del Torrione, monumento dalla storia non troppo nota che dà il nome a un intero quartiere, quello della periferia storica e più vicina al centro del capoluogo.

Dopo che molti anni fa l’allora vice sindaco Giampaolo Arduini aveva lanciato l’allarme assieme allo storico e docente universitario Fabio Redi, c’era stato uno scontro tra l’Associazione costruttori (Ance), che si proponeva volontaria per un rapido “make up” da 20 mila euro, una ripulita e via, e l’assessore alla Ricostruzione Pietro Di Stefano, che voleva un progetto strutturale per salvare e valorizzare l’opera da oltre 120 mila euro.

Una differenza, quei 100 mila, rimasta troppo ampia da colmare, e l’opera è rimasta nel degrado e nell’incuria, oltretutto ulteriormente minata dai terremoti 2016/2017 del Centro Italia.

A riportare d’attualità la vicenda è stato il gruppo di azione civica Jemo nnanzi, che come di consueto con un flash mob del “bandierone” tricolore ha riacceso i riflettori sul Torrione, invitando le istituzioni a metterci mano.

Un invito raccolto dalla Fondazione Carispaq che, per bocca del presidente, Marco Fanfani, ha annunciato in pubblico la volontà di raccogliere la sfida, anche se ancora non ha quantificato le risorse.

Come contributo al dibattito, AbruzzoWeb pubblica lo studio integrale sul passato, il presente e il futuro di questo monumento redatto per conto dell’assessorato alla Ricostruzione dall’architetto pescarese Raffaella Devangelio. (alb.or.)

GENERALITÀ E CENNI STORICI

Il recente sisma dell’Aprile 2009 che ha colpito L’Aquila e il suo patrimonio storico architettonico ha riacceso i riflettori su alcuni particolari e importanti monumenti cittadini colpiti dall’evento sismico.

Il monumento in oggetto, sebbene oggetto nel tempo di una certa attenzione conservativa, è stato un po’ trascurato dal punto di vista conoscitivo dall’ordinarietà di una vita quotidiana, assuefatta alla visione delle principali e declamate emergenze storiche le cui criticità erano dettate perlopiù dal degrado e dalle alterazioni legate alla loro funzionalità e al ciclo stesso della loro vita.

Il cosiddetto “Torrione”, nonostante la sua notorietà, dovuta soprattutto alla denominazione di un intero quartiere cittadino, resta uno dei monumenti aquilani meno studiati, e molti aspetti, circa la sua originaria funzione, aspettano di essere completamente svelate e chiarite.

Bisogna ricordare comunque che il monumento, nel passato recente, aveva suscitato la curiosità di due studiosi che si erano così interessati al monumento in oggetto, proprio per la specificità architettonica, materica, e per la sua collocazione nel contesto urbano fuori dalle mura cittadine.

Nel 2002, in un articolo pubblicato su “L’Opinione”, l’architetto Maurizio D’Antonio ribadisce la lacunosa conoscenza del monumento, evidenziando la sua enorme importanza per la storia della città, essendo un manufatto di epoca romana (secondo alcune interpretazioni I sec. d.C.) con funzione prioritaria di mausoleo.

Lo stesso autore ricorda come l’interpretazione popolare, e quella di alcuni studiosi, attribuisca alla costruzione una funzionalità legata a questioni idrauliche dell’acquedotto cittadino di Santanza e che ancora nei primi anni dell’Ottocento veniva definito “il torrione dell’acqua”.

La cronaca cittadina di Buccio di Ranallo informa che nel 1308 fu iniziata la costruzione di un acquedotto cittadino sotto la guida del Capitano Guelfo da Lucca, e la progettazione e direzione tecnica, di frate Giovanni dei Minori Conventuali di San Francesco, primo convento francescano dell’Aquila.

L’impianto dell’acquedotto, descritto anche nel Settecento negli Annali dall’Antinori, attingeva acqua da una sorgente e da altri punti di diversa alimentazione nei pressi del Convento di San Giuliano; l’acqua era trasportata con canalizzazioni diverse fino alla città e da una cisterna poi veniva ridistribuita tra le varie fontane ubicate nelle piazzе.

Nel suo lungo percorso, l’acqua toccava in qualche modo anche il nostro Torrione, interpretato proprio come uno dei sostegni per la canalizzazione idrica.

A chiarire per primo la genesi del monumento, studiandolo e rilevandolo criticamente, è stato lo studioso Cesare Miceli, pubblicando il tutto in un saggio del 1990 sul Bollettino di Archeologia, grazie al quale abbiamo un esaustivo rilievo dello stato di fatto prima dei danni provocati dal terremoto del 2009.

Miceli compie un esame dettagliato del monumento e, attraverso uno studio delle caratteristiche dimensionali, formali e delle tecniche costruttive, comparate poi a quelle usate nel vicino anfiteatro di Amiternum, sostiene l’impossibilità di legare la realizzazione del manufatto al periodo di fondazione della città o a quello immediatamente successivo e che neppure vi si possano identificare analogie con le opere di contenimento o di trasporto idrico di epoche più antiche.

“Il Torrione - scrive Miceli - è situato a circa quattro chilometri a est dal luogo ove si suppone sorgesse Pitinum, nel punto in cui la via Claudia Nova, proveniente da Foruli, lasciava il territorio sabino per entrare in quello vestino. Attualmente, il manufatto, circondato da un’aiuola e usato quasi da spartitraffico, posto davanti la sede di una filiale della Cassa di Risparmio dell’Aquila, all’incrocio di due importanti assi viari cittadini del quartiere “Torrione” (via De Gasperi e Via Cardinale Mazzarino), appare mutilato, mostrando i segni del sisma”.

L’articolo di D’Antonio chiarisce e coniuga le due tesi principali, confermando l’origine romana con probabile destinazione a mausoleo del monumento a cui, nei secoli successivi al XIV, con opportuni adeguamenti, viene attribuita una nuova funzionalità idraulica.

Attualmente il Torrione, al di là dell’evento sismico, appare allo stato di rudere, spogliato dai suoi rivestimenti lapidei che lo definivano architettonicamente e proteggevano il nucleo murario interno; saccheggiato nel tempo legalmente dai suoi stessi cittadini che lo vedevano ormai esautorato dalla sua funzione idraulica programmando in diverse occasioni la sua completa demolizione.

Il Torrione è già mutilato nel corso dell’Ottocento e trasformato in una vera “mostruosità”, come lo definisce il Rivera in un articolo, quando l’acquedotto cittadino fu trasformato, e il Torrione, fuori porta Castello, rimase inutilizzato.

In conseguenza di questo, nel 1863, fu deciso di demolirlo completamente e si staccarono tutte le pietre che lo circondavano; per non incorrere a spese inutili, fu per fortuna fermato lo scempio.

“È così rimasta quella mostruosità che tutti dovranno certo deplorare. Se il Torrione non fosse stato tocco, sarebbe rimasto come un bel ricordo di arte e dell’antico genio cittadino, per la conduttura delle acque”.

In quella occasione, parte della popolazione si schierò a difesa di questo monumento antico sopravvissuto Così fino ai nostri giorni con i caratteri e le forme attuali, sebbene ci siano stati altri tentativi più recenti di demolizione.

L’arch. M. Pezzuti, in un articolo del 2004 pubblicato sul “Giornale degli Architetti dell’Aquila”, riporta la notizia della comunicazione, nel 1951, del Comune alla Soprintendenza circa l’intenzione di demolire una porzione del monumento; l’intendimento poi non ebbe seguito, ma venne riproposto in modo integrale negli anni ‘60 rimanendo per fortuna, ancora una volta, senza seguito.

CARATTERISTICHE GEOMETRICHE E ARCHITETTONICHE

Lo stato dell’arte di questo monumento indica che la tesi più accreditata è sicuramente quella di Miceli-D’Antonio che vedono la nascita del Torrione quale monumento funerario di epoca romana e il successivo riutilizzo per esigenze idrauliche.

Secondo alcuni studi, sepolcri con simili caratteristiche tipologiche e riferibili ai I secolo a.C. sono stati riscontrati in Sabina e nel Lazio e, riferibili a epoche successive, anche in Abruzzo a Peltuinum, ad Alba Fucens, a San Benedetto dei Marsi, Corfinium, a Ortona e a Pietrabbondante per il Molise.

La denominazione di “Torrione” è nota e utilizzata soprattutto in ambito archeologico per classificare i sepolcri romani su cui sono state impostate successivamente, in epoca medievale, torri di avvistamento o di difesa.

In coincidenza di una revisione della canalizzazione idrica cittadina, il Torrione fu probabilmente restaurato nel 1564 e riutilizzato nel sistema dell’acquedotto cittadino e terminato superiormente con una struttura piramidale a mattoni in continuità con la struttura sottostante e forse per celare le canalizzazioni inserite nel corpo del mausoleo; fu in seguito rinominato “piramide per l’abbotto”.

Già nel 1542 l’acquedotto aveva subito delle trasformazioni e le condutture erano state realizzate con tubi in pietra, i lavori di tali adeguamenti si prolungarono negli anni tanto che nel 1544 si ha ancora notizia dei lavori in corso.

L’altezza totale del monumento, non considerando la parte ancora interrata e la cuspide che pur lo completava contribuendo alla denominazione di “piramide”, prima del terremoto, misurava circa quindici metri; attualmente, in seguito ai crolli della parte più alta e snella e più vulnerabile misura circa tredici metri.

Il manufatto di origine romana, come rilevato da C. Miceli, risulta costituito da un blocco di base a pianta ovale con assi rispettivamente di circa metri 5,00 e 3,85 e alto circa cinque metri in opus caementicium e sormontato da due elementi verticali che si rastremano, l’uno sovrapposto all’altro, entrambi a pianta romboidale.

Alcuni conci lapidei squadrati di natura calcarea, che rimandano a un opus quadratum, scampati alla forzata rimozione degli anni passati, sono ancora in situ su varie quote unitamente a circa trenta diatoni di cui alcuni ancora integri.

Dallo studio fatto da Miceli, i conci lapidei orizzontali (ortostati), che definivano il basamento erano disposti su 12 ricorsi. I due elementi superiori con pianta romboidale sono anch’essi costruiti in opus caementicium, presentano frammenti di paramenti murari in laterizio, tipo opus testaceum; questo risultava abbastanza conservato sulle due pareti esposte a Sud, mentre sulle altre erano presenti solo dei brani residui, ben disposti secondo ricorsi orizzontali; in seguito ai crolli, è andato perduto il paramento in laterizio dell’ultimo segmento romboidale su cui originariamente era impostata la piramide.

In base alla ricostruzione di Miceli, il manufatto era arricchito da trabeazione con architrave, fregio, cornice, dividendo la struttura in tre sezioni sovrapposte.

I due manufatti terminali in laterizio, in due ordini sovrapposti, erano inquadrati da paraste con basi e capitelli in pietra restituendo un’immagine fortemente suggestiva basata sulla bicromia materica dei materiali costitutivi.

STATO DI FATTO: DANNO E DEGRADO

Il sisma rappresenta un’occasione importante di studio e di approfondimento del vasto patrimonio storico-artistico di cui è ricca la città dell’Aquila che è stato fortemente danneggiato il 6 aprile 2009, ma è anche occasione per approfondire alcuni temi ancora aperti e per far luce su alcuni aspetti della storia urbana.

Una sorta di insensibilità nei confronti dell’identità storica della stessa città traspare dall’indifferenza nei confronti di alcuni “beni comuni”, monumenti, manufatti, piccoli “segni urbani” come il Torrione, esonerato anche da una messa in sicurezza sia emergenziale, in seguito al sisma, che preventiva-cautelativa, nella fase successiva.

Il danno di questa emergenza storica, per effetto del sisma, si è verificato nella zona più vulnerabile, cioè quella più alta e snella del terzo livello che ha comportato il crollo.

Il meccanismo di collasso innescato è assimilabile a quello di altre strutture sviluppate in altezza, ad esempio torri campanarie che presentano strutture a cellule sovrapposte prive di adeguati ed efficaci collegamenti.

La riduzione di rigidezza per riduzione della sezione, come si evince dalle immagini prima del crollo, è sicuramente stata la causa della rottura e verosimilmente il collasso è avvenuto per rotazione rigida del 3° livello all’imposta con il 2° livello.

Il meccanismo di rottura è riconducibile alla azione di flessione su cui si è aggiunto il taglio. Infatti la rottura della sezione non è piana (solo flessione) ma sub orizzontale a dimostrazione che una forte azione di taglio ha sollecitato la sezione parzializzata dalla flessione portandola alla crisi.

I frammenti storici, laterizi naturali e artificiali, che lo costituivano, sono visibili ancora ai piedi dello stesso monumento come un ordinario materiale di risulta in attesa di essere trasportato in discarica, sdegnato da una catalogazione o da una semplice raccolta e conservazione.

Il cumulo di macerie, ormai quasi irriconoscibile per azione del dilavamento e di varie intemperie, giace da cinque anni nello stesso luogo esponendolo a una libera periodica sottrazione, rendendo impossibile un’eventuale proposta di anastilosi accentuando l’immagine di un monumento allo stato di rudere ormai abbandonato.

Il crollo si è verificato a livello del secondo restringimento dove erano ancora esistenti dei conci lapidei squadrati che probabilmente costituivano la base del terzo livello alto circa tre metri con pianta trapezoidale; tale manufatto che potrebbe essere stato rimaneggiato in epoche successive all’impianto di base, era costituito sostanzialmente da una sorta di opus caementicium e alcuni brani di laterizi.

Bisogna ricordare che le strutture murarie romane erano normalmente costituite da mattoni solo sulle facce esterne, delegando al conglomerato la composizione del nucleo interno, vero elemento resistente, costituito da calce, pozzolana, sabbia e frammenti di pietra chiamati cementa, da cui opus caementicium.

Il paramento esterno era costituito da corsi di laterizi con margini irregolari per favorire l’aderenza delle malte, abbastanza regolare pronto anche per ricevere eventuali strati protettivi d’intonaco e successive finiture; nel nostro caso realizzato in laterizi cotti, una sorta di opus testaceum.

La restante parte, primo e secondo livello, non mostra un quadro fessurativo importante, lesioni e fessure sono state accentuate dalla mancanza di malta tra i conci lapidei e tra i laterizi; la parte basamentale robusta e ben costruita non mostra particolari segni di sofferenza strutturale con fondazioni presumibilmente ben costruite, come avveniva per gran parte degli edifici antichi.

La porzione crollata, priva di ogni protezione e di stuccature salva bordo, ha reso più vulnerabile la muratura restante che continua a distaccarsi; la malta, probabilmente realizzata con calce aerea, a differenza di quella idraulica, a contatto con l’acqua e gli agenti atmosferici, non ha grande capacità di resistenza.

Come accade in tutte le murature storiche, soprattutto in quelle prive di protezione, la malta aerea assorbendo umidità nel tempo tende a perdere coesione disgregandosi, e sotto l’azione sismica tende a sfarinare.

Il deficit di malta è evidente anche tra i conci lapidei squadrati e tra l’opus cementicium dove si sono insediate visibili piante infestanti e dove l’apparato radicale provoca ulteriori danni tra i conci, che privi di malta, tendono a sconnettersi e fratturarsi.

La malta è un elemento che conferisce unitarietà e resistenza alla muratura; la muratura si disgrega prima nelle malte dando luogo a uno slegamento delle pietre che tendono a spostarsi con conseguente disfacimento del muro, poi si ha rottura delle pietre e infine il vero e proprio schiacciamento.

Quindi il deficit di malta provoca punti di debolezza portando all’ innesco di veri e propri dissesti.

Anche i giunti del restante paramento in laterizio risultano in forte sottosquadro e i laterizi risultano in parte scagliati e polverizzati. Altro fattore che accentua il degrado sono la presenza di sali solubili la cui azione disgregatrice dei cristalli nella fase solido/liquido, può essere paragonata a quella provocata dalle basse temperature; le malte, non più integre, permettono un maggiore assorbimento di acqua che ghiaccia durante le ore notturne, i paramenti lapidei sia naturali che artificiali sono resi ancora più porosi e vulnerabili dai cristalli di ghiaccio che creano stress e cavità nei materiali nella fase di gelo/disgelo.

Si nota inoltre uno sporco diffuso, macchie, patine scure evidenti soprattutto sui conci lapidei squadrati determinate dall’inquinamento prodotto dal particellato atmosferico.

Alcune patine scure sono probabilmente di origine algale, in particolare nelle zone meno soleggiate, mentre risulta molto ridotta la presenza di licheni, bioindicatori della qualità dell’aria.

Sebbene ci si aspetti una discreta qualità dell’aria, la collocazione del monumento è piuttosto infelice; la carenza di licheni, che in alcuni casi si manifesta con un vero e proprio “deserto lichenico” è indicativa della sofferenza del monumento.

Il Torrione, utilizzato come aiuola spartitraffico, è collocato in un punto di grande concentrazione di traffico veicolare, e lo smog, anche in questo caso, rappresenta uno dei fattori di maggior degrado dello stato conservativo delle opere che necessitano più frequenti interventi manutentivi e protettivi delle superfici.

INTERVENTI

Obiettivo dell’intervento è di conferire un certo grado di sicurezza con finalità conservative del monumento rallentando le cause del degrado in atto e il ripristino delle condizioni tali da garantire la conservazione nel tempo.

L’approccio conoscitivo del monumento, al pari delle fabbriche storiche rappresenta un percorso metodologico che parte dall’analisi della realtà materica e attraverso successivi livelli di approfondimento (analisi storico-critica; rilievo geometrico-strutturale, caratterizzazione meccanica e composizionale dei materiali costitutivi) si arriva a diversi livelli di conoscenza che permettono di comprendere il manufatto nei suoi molteplici aspetti al fine di una definizione specifica e corretta degli interventi.

È necessario un approfondimento delle indagini dirette e indirette con rilievo critico dello stato di fatto e ricerca storico-documentaria supportata da indagini archeologiche che permetteranno di valutare anche le strutture di fondazioni.

Si considera necessaria e di supporto alla progettazione una campagna diagnostica finalizzata a uno studio analitico del monumento con la caratterizzazione meccanica, composizionale e conservativa della struttura muraria.

Le indagini possono così riassumersi: indagini endoscopiche da abbinare a eventuale termografia; martinetto piatto (da valutare se necessario); indagini chimiche delle malte (sezione sottile; sezione lucida; difrattometria); prospezioni geolettriche.

La caratteristica del monumento e dei suoi materiali costitutivi rendono improbabile una riproposizione di “dov’era e com’era” indirizzando l’intervento verso la conservazione del monumento attuale risparmiato dal terremoto.

L’intervento, dopo l’allestimento del cantiere e il montaggio di opere provvisionali realizzate prevalentemente con sistema tubo e giunto, prevede un’opera di pulitura dei paramenti con spolveratura a secco; lavaggi leggeri; desalinizzazione con acqua deionizzata; impacchi locali dove necessario, con polpa di cellulosa e con bicarbonato d’ammonio; disinfestazione delle superfici.

Rimozione di stuccature degradate e loro reintegro, ricolmatura di quelle in forte sottosquadro e reintegro di quelle completamente mancanti con malta idraulica.

Piccoli interventi di reintegro di materiale lapideo; incollaggio e consolidamento di parti fratturate di materiali lapideo sia naturale che artificiale.

In base alle indagini diagnostiche, se necessario si realizzerà una rigenerazione di parti murarie con iniezioni di calce a bassa pressione. Intervento di cuci e scuci per risarcire lesioni più importanti.

Le lesioni più superficiali e meno profonde verranno risarcite con semplici stuccature ed eventuale reintegro di materiale; stuccature a chiusura della muratura nelle zone sommitali di crollo.

Oltre a interventi generali, la rimozione di alcune stuccature, eventuali necessari reintegri e consolidamenti materici corticali dovranno essere valutati costantemente in sito in dettaglio e con cautela in corso d’opera.

Gli scavi archeologici finalizzati anche alla conoscenza delle strutture fondali, che al di là della specifica funzione strutturale risultano ugualmente importanti dal punto di vista storico, comporteranno la demolizione dell’aiuola e dell’asfalto intorno al monumento.

Si prevede, infine, il ripristino di un piano di calpestio e una protezione adeguati alla storicità del monumento e alla sua valorizzazione.



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