INCENDIO GRAN SASSO: AGRONOMI, ''DANNI INESTIMABILI E REGIONE IMMOBILE''

Pubblicazione: 10 agosto 2017 alle ore 17:30

L'AQUILA - "L’Abruzzo brucia e la Regione è immobile. Ora che lo scempio è compiuto su uno dei paesaggi-simbolo dell’Abruzzo, la piana di Campo Imperatore sul Gran Sasso, in quella che forse non merita più l’appellativo di 'regione verde d’Europa', è troppo facile leccarsi le ferite. Non c’è più tempo da perdere: è necessaria una riorganizzazione del servizio, di riportarlo in assessorato dove era prima e con una dotazione maggiore di funzionari competenti".

Lo scrivono in una nota Mario Di Pardo, presidente della Federazione abruzzese dei dottori agronomi e dei dottori forestali e Matteo Colarossi, vice presidente dell’ordine della Provincia di Pescara, intervenendo in merito al rogo che sta interessando in questi giorni l’abetina di Fonte Vetica, la faggeta di Vado di Sole e del Pelinca e i pascoli del Gran Sasso, il "gigante di pietra", "custode e vedetta d’Abruzzo".

La Federazione regionale dei dottori agronomi e dottori forestali d’Abruzzo chiede all’assessore Dino Pepe e al presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso l’istituzione di un tavolo tecnico permanente per discutere e pianificare una corretta ed efficiente gestione del settore foreste e per rimodulare la dotazione finanziaria destinata alle economie montane all’interno del Piano di sviluppo rurale 2014-2020, troppo esigua per scongiurare l’abbandono delle preziose aree forestali e montane abruzzesi.

"Ascoltare il lamento di un bosco che brucia è una delle esperienze più terribili per l’essere umano - afferma Di Pardo - E lo è ancora di più per chi, da anni, grida inascoltato la necessità di un intervento risolutivo per salvare boschi e foreste dallo scempio".

"L’abetina andata in fumo ha un grandissimo valore storico e ambientale dal momento che si tratta di un imboschimento impiantato dal 1900 con abeti rossi e bianchi, e larici per proteggere la Fonte Vetica e per ricreare una vegetazione alpina ormai scomparsa da secoli a causa del pascolo sul Gran Sasso. Non è possibile – prosegue il presidente Di Pardo - assistere a danni inestimabili di questo tipo ben sapendo che la situazione potrebbe essere sotto controllo ormai dal 2003, anno a partire dal quale siamo in attesa dell’approvazione definitiva dei piani di assestamento delle foreste che, tradotti in gergo comune, sono i piani regolatori del bosco".

"Il blocco delle approvazioni e delle istruttorie porta, infatti, a non gestire attivamente le foreste - aggiunge - Nel frattempo cambiano le leggi, l’Europa ci chiede con insistenza il raggiungimento degli obiettivi 2020 (quasi totalmente disattesi per quanto riguarda la nostra regione), e in Abruzzo rinunciamo sistematicamente a milioni di euro di finanziamenti destinati allo sviluppo del settore forestale e delle aree montane a causa di bandi farraginosi e inapplicabili. E la Regione Abruzzo che fa? E’ ferma, sorda e immobile, mentre il suo patrimonio verde brucia".

"Vi sono strumenti quali il programma di sviluppo rurale – sottolinea Matteo Colarossi - che permetterebbero la gestione di foreste, come ad esempio le pinete artificiali, che risultano a maggior rischio di incendio in quanto formate da conifere a maggior grado di infiammabilità. La loro progressiva trasformazione in boschi con latifoglie, a minor rischio di incendi, e progetti di utilizzo sostenibile del legname e della legna da ardere per uso civico e commercio risolverebbero il rischio incendi in misura netta".

"L’eccesso di burocrazia, troppi enti pubblici coinvolti - prosegue - Regioni, Parchi, Riserve, Enti Gestori e bandi regionali troppo complessi non permettono invece di utilizzare tutti i fondi comunitari, con la perdita di una opportunità concreta di prevenzione e di centinaia di posti di lavoro e l’impossibilità di una gestione attiva".

"Nel frattempo – aggiunge Colarossi - la Regione sta per approvare le misure specifiche della rete natura 2000 per la gestione di habitat naturali regionali. Invece di coniugare, come accade in altri paesi, gestione attiva e tutela ambientale, come del resto già fa la selvicoltura, si vogliono introdurre altri ulteriori vincoli ambientali come se questi siti comunitari fossero delle aree di 'Tutela integrata (zone A)' di aree parco dove è precluso l’ingresso dell’uomo e delle sue attività".

"Altri problemi risultano essere – prosegue il vice presidente della Federazione dottori agronomi e dottori forestali della provincia di Pescara – la chiusura delle strade e piste forestali e il divieto di aprirne nuove per ostacolare le attività forestali e zootecniche senza pensare che, tuttavia, questa scelta ostacolerebbe anche la prevenzione e lo spegnimento degli incendi. Pascoli e foreste servite da strade sarebbero raggiungibili dai mezzi di spegnimento a terra, ma anche di quelli per la prevenzione e controllo".

"L’approccio eccessivamente ecologista, di chiusura e di ostacolo alle attività millenarie dell’uomo legate al bosco, ai pascoli e all’agricoltura che ci hanno consegnato il nostro splendido paesaggio, favoriranno inesorabilmente l’abbandono del territorio - illustra Colarossi - E proprio con l’abbandono vi saranno sempre più foreste con materiale secco pronto ad alimentare incendi di vaste proporzioni che una volta spenti, dopo un enorme esborso economico collettivo, lasceranno spazio ai dissesti idrogeologici come quelli che si sono verificati nella stagione invernale passata. Un effetto domino devastante".

"La Federazione lo diceva in tempi non sospetti - si legge ancora nella nota - e lo ha ripetuto per anni: la riorganizzazione della direzione agricoltura con la soppressione del servizio foreste, la riduzione dei funzionari che si dovrebbero occupare di boschi a solo un dottore forestale, una bozza proposta, eccessivamente farraginosa, di regolamento forestale di oltre 290 pagine contro le 40 delle vecchie prescrizioni di massima e polizia forestale (Pmpf) ancora non approvata a due anni dall’ultima legge regionale forestale (la n°3 del 4 gennaio 2015), sono la concausa principale di questa situazione".

"Ancora, sono necessari un regolamento agile, chiaro e semplificato e una pianificazione definitiva del settore attraverso un efficiente piano di sviluppo rurale, cosa che consentirebbe di ridurre drasticamente il rischio incendi oltre a contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico e a generare un indotto economico nel settore della selvicoltura di circa 75 milioni di euro l’anno e 600 mila giornate lavorative all’anno per gli addetti ai lavori - concludono - L’ora delle foreste è giunta e la politica e la Regione devono prenderne coscienza una volta per tutte".



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