INCHIESTE D'ALFONSO: ''NON VEDO L'ORA CHE SIA ACCERTATA LA VERITA'''

Pubblicazione: 30 ottobre 2017 alle ore 22:05

Luciano D'Alfonso

PESCARA - "Non vedo l'ora che ci siano momenti di accertamento della verità, da quelli riguardanti Pescara Pescara, o come si dice Pescaraporto, a quelli riguardanti le vicende aquilane o a quella riguardante quella specie di meteora concernente lo Zooprofilattico".

Così il presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, intervenendo alla trasmissione Rete8Economy.

"Così come devo confermare anche in questa sede che sono interessatissimo all'accertamento delle responsabilità in sede civilistica di chi oltraggia la storia di fatiche e di credibilità personale che in questo caso riguarda me - ha aggiunto - Io ho dichiarato un paio di anni fa che chiunque avesse valicato il limite lo avrei portato davanti a un giudice terzo".

"Ho fatto quattro iniziative per accertare la responsabilità civilistica davanti a quattro persone che hanno sostenuto con modalità diverse che io ho leso il diritto penale - ha aggiunto - Una vicenda riguardante Maltauro e la City, è stato detto che io ho tolto una delega a un assessore per poter fare favori; l'ho chiesto rispetto alla vicenda del palazzo della Asl e si è detto che ho gravi responsabilità; terzo che avrei chiesto di cacciare al sindaco Alessandrini un assessore perché avrebbe detto di no a Pescara Porto, l'assessore sta lì".

D'Alfonso ha assicurato di non avere fatto "nessuna pressione. Ma uno non può permettersi di affermare questo pensando che sia innocenza della democrazia. Le opinioni si limitano alla criticabilità dal punto di vista dell'opera politica. Mi puoi dire che spendo troppo, che sono dittatore, che non so fare, che non ho cultura, che ho sbagliato approccio sulla neve, sul fuoco, che assumo troppi Fedayn, ma non mi puoi dire che io addirittura ho usato la violenza psicologica sul sindaco per determinare la cacciata di un assessore che ha detto di no rispetto a una forzatura urbanistica, così è descritta".

Quarta azione, ha riferito D'Alfonso, nei confronti di "un cittadino di Atessa che dice che un pubblico ministero poiché è venuto a un comizio fatto da me, sarebbe stato questo pubblico ministero a farmi assolvere".

E alla domanda del perché di questa controffensiva giudiziaria in questo momento D'Alfonso ha risposto: "Dentro la mia vita personale ha cominciato ad avere un grande ruolo anche la condizione di agibilità dei miei figli. Ho un ragazzo di 20 anni che oggi segue tutto, sa tutto. Ho il piccolo, Francesco Cetteo, che sa i cognomi di coloro i quali hanno artefatto i documenti contro di me. Conosce tutta la vicenda di chi viziosamente mi ha fatto perdere sei anni, sono 2 mila giorni", ha ammesso.

"Mio figlio conosce nomi, cognomi, vizi e condotte individuali di quelli che, quelli sì associatamente hanno fatto in modo che perdessi 2 mila giorni della mia vita, perdessi un mandato intero a Pescara; avrei reso quella città altro che Barcellona, Malmò, sarebbe diventata, se avessi potuto governare senza essere infastidito da una diecina di imbroglioni - ha detto - perché sono imbroglioni quelli che hanno messo insieme quelle carte in quei termini lì".

"E allora ho l'obbligo nei confronti dei miei figli - ha concluso - di fare in modo che quello che ho patito io come aggressività, loro non lo devono proprio patire e ho preso l' impegno con loro che chi ci riprovava si sarebbe ritrovato davanti a un giudice terzo".



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