L'ABRUZZO DEI PAESI FANTASMA: SPERONE,
40 ANNI ABBANDONATO DAI VIVI E DAI MORTI

Pubblicazione: 16 luglio 2017 alle ore 09:30

Il paese fantasma di Sperone
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L’AQUILA - Un paese fantasma che guarda con occhi spenti un lago scomparso. È il borgo vecchio di Sperone (L'Aquila), arroccato sul fianco scosceso del Monte Serrone, a strapiombo sulla vasta distesa frammentata e colorata della piana dell’ex lago Fucino, nel cuore dell’Abruzzo marsicano, non troppo distante dal supertecnologico centro di comunicazione di Telespazio.

È l’Abruzzo sconosciuto dei paesi abbandonati che si para davanti agli occhi, dopo svariati chilometri di strade tortuose e curve di asfalto sbiadito e consumato, di guardrail non regolamentari e vegetazione che quasi invade la carreggiata.

Sperone è un luogo dove lo scorrere del tempo è segnato solo dal rinverdire o dallo spogliarsi della vegetazione.

Non c’è anima, viva né morta. Anche i defunti sono stati esumati dalle loro tombe e trasportati a valle, a riposare nel nuovo Borgo Sperone, frazione del comune di Gioia dei Marsi (L’Aquila), una manciata di case tutte uguali e impersonali, costruite tra il 1963 e il 1971 a segnare il definitivo abbandono del paese da parte di quei pochi abitanti che ancora si ostinavano a vivere nelle baracche bolognesi post-sisma di inizio secolo.

Case senza storia, se non quella di una migrazione dal monte alla pianura forzata dagli eventi, dal terremoto del 1915, dalla mancanza di lavoro, dal maestro che in inverno non teneva lezione nella piccola scuola del borgo vecchio perché poteva arrivarci solo a piedi e con la cattiva stagione le strade, tutt’oggi sterrate, rendevano impossibile raggiungere il paese.

La natura si è ripresa, qui, ciò che l’uomo aveva costruito secoli fa, a cominciare da quello che resta della torre circolare, di epoca normanna, posta nel punto più alto del paese a picco sulla vallata. 

Da qui si potevano osservare tutte le strade che costeggiavano anticamente le sponde del prosciugato lago del Fucino e avere sotto controllo le possibili incursioni dei nemici provenienti dall’aquilano o dalla vicina Valle Peligna. 

A Sperone, presidio romano nato dall’unione degli ocres Sparnasio e Asinio, oggi i fontanili che davano ristoro al bestiame dei pochi pastori, sono muti.

La chiesa nuova di San Nicola, costruita negli anni Cinquanta in mezzo alle baracche post-sisma, tutte uguali e tutte ugualmente sventrate, marcite di muffa, annerite dai fuochi di bivacchi, ha il portone tenuto insieme da una pesante catena.

Si può entrare dal retro, da quella che doveva essere la canonica, con la scala a chiocciola verso il campanile e la finestra a scoprire un panorama da restare senza fiato, stridente contrasto con la nullità di tutto quello che si ha intorno e con il soffitto sfondato e penzoloni sulla navata spoglia.

La chiesa vecchia di Santa Maria, invece, è difficile da raggiungere, aggrappata come è alla parete rocciosa, con il sagrato verde di muschio e alghe dell’unico zampillo di acqua di un fontanile distrutto.

In questo luogo dimenticato già quando ancora qualche casa era abitata, la corrente elettrica è arrivata solo negli anni Sessanta e la televisione è stata un mezzo miracolo, per non parlare del telefono, installato in una sola casa all'ingresso del paese.

Intorno alla torre normanna, quelli che oggi sono sentieri argillosi e coperti di vegetazione, ripidi e pietrosi, pungenti di cardi e rovi, erano i vicoli stretti dell’abitato antico.

Case in pietra e malta, senza più tetti, stalle dalle volte a crociera e contrafforti addossati ai muri, che sotto la forza devastante del terremoto di Avezzano del 1915, si sono sgretolati senza avere scampo.

La linea di faglia che ha dato origine al sisma del 7° grado Richter che fece più di 30 mila morti agli inizi del secolo scorso è chiara e visibile a poca distanza dal paese vecchio.

A Sperone sarebbe bastato, forse, che si fosse asfaltata la strada, sfruttata l’aria fina e la vista senza eguali o il particolare commercio di funghi, di cui la zona sembra fosse ricchissima, per dare una speranza di futuro e di lavoro ai suoi abitanti, per convincerli a non andarsene altrove: invece è stato più semplice decretarne la morte, inesorabile e definitiva.

Nel 1971 gli ultimi abitanti lasciarono il paese e si trasferirono a valle, spinti dall'amministrazione del comune di Gioia dei Marsi, da cui dipendevano e dipendono.

L’Abruzzo interno fa i conti con lo spopolamento, con i tentativi delle associazioni culturali e civiche di inventarsi iniziative per un qualche recupero delle zone disabitate: ogni anno gli abitanti del borgo nuovo salgono in processione al paese vecchio per omaggiare San Nicola, ma questo non impedisce che l'intero abitato si presenti, al visitatore che incuriosito dai resti di tetti rossi che spuntano tra gli alberi si prenda la briga di scarpinare fino ai 1.250 metri di altitudine di Sperone, come il set cinematografico di un film dell'orrore.



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