NICOLA ROCCIOLETTI, 93 ANNI, RICORDA GLI ANEDDOTI DELLA PROCESSIONE

L'AQUILA, IL FONDATORE DEL VENERDI' SANTO
''COSI' SEGAI I PIEDI DEL CRISTO DI BRINDISI''

Pubblicazione: 15 marzo 2016 alle ore 08:56

Alcuni scatti della processione del 1954, il religioso è Nicola Roccioletti
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L’AQUILA - In un giorno non precisato prima della Pasqua del 1954, fra Salvatore, al secolo Nicola Roccioletti, viaggiava con un singolare bagaglio sull’autobus di linea tra Chieti e L’Aquila: una statua raffigurante il Cristo Morto, avvolta in una coperta militare e infilata tra le altre valigie.

Dopo quasi 200 anni da un editto reale del 1768, che ne impediva lo svolgimento, L’Aquila stava infatti per riavere la sua processione del Venerdì Santo: la stessa che tra una decina di giorni tornerà a solcare le strade del centro storico, un evento caro agli aquilani che solo nel 2009, pochi giorni dopo il sisma, non l’hanno celebrata.

Fu lui il principale artefice della rinascita della sfilata sacra, come racconta oggi, 93 enne, ad AbruzzoWeb. E fu sempre lui a “guidare” la mano dell’artista Remo Brindisi nel realizzare i noti simulacri che sfilano sulle note del Miserere: talvolta “bocciando” i bozzetti, che definiva “troppo cupi, quasi paurosi”, e una volta, addirittura, tranciando con la sega i piedi del Cristo Morto, mal realizzati, e risistemandoli a dovere.

Il fondatore spegne anche la “polemica”, con il sorriso ma pur sempre tale, del governatore dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti di Chieti, Giulio Obletter, nel corso di un incontro congiunto, che ha parlato di “Ratto delle Sabine” in riferimento al Miserere, che fa da coinvolgente sottofondo musicale, passato dall’evento teatino a quello aquilano.

“Siamo amici da tanto, le battute durante la conferenza erano così per amicizia - assicura - Si faceva per scherzare. Ognuno difende la sua città”, dichiarazione di grande valore se si pensa che Roccioletti è proprio teatino di origine.

Quel giorno del 1954, su quel treno, comunque, era alle prese con ben altri problemi. I tempi stretti e le difficoltà economiche non avevano permesso di realizzare tutti i nuovi simulacri e per i due protagonisti principali, Cristo Morto e Madonna Addolorata, era dovuto correre ai ripari.

La statua del primo che viaggiava con Roccioletti, per esempio, era un prestito, dalla chiesa di Santa Chiara delle Suore Clarisse di Chieti.

Nonostante tutto, la processione, quel Venerdì Santo del 1954, uscì puntuale alle ore 20 da una Basilica di San Bernardino gremita di gente in ogni angolo, come pure era affollatissima la piazza e c’era gente stipata lungo tutto il percorso. Era il coronamento di un sogno partito 14 anni prima.

Un passo indietro, in questa storia, va fatto infatti fino al 1940, quando un appena sedicenne Nicola Roccioletti giunse all’Aquila per la prima volta per vestire il saio dei Frati Francescani Minori del convento di San Bernardino.

Era cresciuto con la struggente emozione del rito pasquale del Cristo Morto, sulle note del miserere di Selecchy, che si svolgeva ogni anno nella sua città. Una processione storica attiva da oltre 400 anni, come ancora oggi assicurano gli organizzatori.

Fu una triste scoperta l’apprendere che all’Aquila, invece, quella tradizione non esisteva più. Si adoperò, chiese, ottenne dall’arcivescovo Costantino Stella il permesso di poter ripristinare l’usanza.

“Mi diedero carta bianca e io iniziai subito con pochissimi mezzi a rimettere in piedi la processione - ricorda - Andai dall’allora soprintendente alle Belle arti, Raffaele Delogu, per chiedere un consiglio cercavo degli artisti, bravi, capaci, moderni che potessero realizzare i nuovi simulacri da portare in sfilata”.

“Il soprintendente mi propose tre nomi, due artisti del Nord che non presi nemmeno in considerazione e il terzo Remo Brindisi, aquilano. Lo contattai subito. Gli spiegai il progetto. Dopo poco tempo mi inviò i primi bozzetti delle nuove statue”, prosegue nel racconto.

“Doveva essere un artista moderno. Dovevano essere opere moderne - continua Roccioletti - L’arte ha senso e valore se espressione del tempo in cui si vive. Ogni rappresentazione di un tempo passato sarebbe stata fuori luogo. Fuori tempo, appunto. Non si poteva far rinascere una processione del Venerdì Santo negli anni Cinquanta con simboli ottocenteschi o più antichi”.

Secondo il religioso, infatti, “sarebbe stato del tutto anacronistico e per nulla vicino alla gente. L’arte deve parlare in modo semplice alle persone facendo arrivare il messaggio che si vuole esprimere in modo chiaro e diretto”.

Sulle fasi di progettazione e realizzazione dei simulacri da utilizzare per la processione, Roccioletti è una fonte inesauribile di aneddoti e spigolature.

Brindisi si occupò della realizzazione di 16 dei 20 simboli necessari e delle pitture.

Gli storici dell’arte raccontano che il suo “periodo aquilano” fu quello della riscoperta della condizione umana, la personificazione di Cristo che da uomo-Dio scende in mezzo agli uomini.

Nella rappresentazione dell’Ultima Cena, per esempio, Gesù non è seduto in mezzo agli apostoli dietro il tavolo, così come si è abituati a vedere, ma è in piedi, davanti. Vicino alla gente che osservando la pittura dal fondo dorato può quasi avere l’impressione di toccarlo. Le statue, come il Cristo Morto, sono scarne, essenziali. Riportano il tormento e l’angoscia, il dolore e l’umanità.

E qui, ad ammorbidire un po’ il discorso, racconta oggi il rifondatore della processione che “ogni volta che vedevo quei bozzetti di Brindisi gli dicevo le cose che non andavano bene. Alcuni erano troppo cupi, tristi, quasi paurosi - ricorda - Qualsiasi altro artista mi avrebbe detto: se non ti piacciono non li guardare! Lui invece mi ascoltava e li modificava come volevo io. Per renderli più piacevoli per la gente, per il popolo”.

Sulla statua del Cristo Morto, in particolare, Roccioletti ricorda che “Brindisi gli aveva fatto i piedi uniti, in un unico blocco. Non andava bene! I fedeli la prima cosa che fanno nell’adorazione del Cristo Morto è andare a baciare i piedi - fa notare - che devono essere distesi, naturali. Insomma, presi una sega e con il falegname tagliai le gambe alla statua all’altezza del ginocchio. E le rimettemmo in modo che fossero i piedi separati. Mi aspettavo che l’artista mi ammazzasse per quello che avevo fatto, e invece capì”.

I simulacri furono completati nel giro di qualche anno con i soldi delle donazioni delle varie famiglie nobili aquilane i cui stemmi si vedono ancora oggi ricamati sui drappeggi delle statue.

Roccioletti si è sempre occupato dell’organizzazione della processione del Venerdì Santo da quel 1954 e continua ancora oggi, tornando da Milano, dove risiede abitualmente, con una lunga traversata fino a Roma.

Nel 2000 ad affiancarlo si è costituita l’Associazione dei Cavalieri del Venerdì Santo, formata da laici e religiosi, che ancora oggi si occupa di portare avanti la tradizione di questo rito pasquale e di renderlo sempre più un momento di unione e un simbolo di identità cittadina.

Proprio quest’anno, come riportato già da questo giornale, la Confraternita ha rafforzato i rapporti con l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti di Chieti per una sorta di gemellaggio morale e spirituale e per l’inizio di una collaborazione nell’organizzazione della processione.



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