L'AQUILA: TORNA PALAZZO CARLI-PORCINARI,
UNA MERAVIGLIA IN QUATTRO SECOLI DI STORIA

Pubblicazione: 22 ottobre 2017 alle ore 08:00

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L’AQUILA – Un altro pezzo del centro storico dell’Aquila è ormai prossimo alla riconsegna nelle mani dei proprietari: è palazzo Carli-Porcinari, all’angolo tra via Andrea Bafile e via Paganica, 7 mila metri quadri e 13 milioni di euro di lavori di ristrutturazione e restauro post-sisma per un edificio che racconta, nei suoi ambienti, il '500, il '700 e l'800 aquilani e per il quale si attende ormai solo la chiusura dei lavori, iniziati nel 2014. 

Aperto ai visitatori già in occasione di Officina L’Aquila, l’evento che da tre anni porta in città gli esperti da tutta Italia in fatto di edilizia, restauro, sicurezza sismica e innovazione tecnologica, e delle passeggiate urbane organizzate dall’associazione Archeoclub, palazzo Carli-Porcinari è un dedalo di scale e corridoi irregolari, ristrutturati recuperando particolari e oggetti antichi riportati a nuova vita con accorgimenti ingegnosi. 

Come la porta in legno di fine Settecento, che diventa una moderna scorrevole grazie a un sistema di vecchie carrucole, anch’esse riutilizzate. 

O un pezzo di tubatura in pietra, saltato fuori durante alcuni lavori di scavo nel cortile interno e trasformato nella base di una fontanella decorativa. 

Si parte dal XVI secolo e si arriva al XIX secolo, attraversando le stanze e i porticati, oggetto di importanti interventi di consolidamento ad opera della ditta aquilana Mancini srl, di questo palazzo nobiliare costruito proprio in quella zona della città che anticamente era sede dei palazzi del potere. 

A poca distanza sorgevano infatti il palazzo della Camera, la residenza del Capitano e la Torre civica.

A metà del ‘500 il quartiere subì una trasformazione con la costruzione di quello che oggi è chiamato palazzo Margherita, sede comunale fino a prima del terremoto del 2009, realizzato su progetto di Gerolamo Pico Fonticulano, e all'inizio adibito a residenza di Margherita D’Austria, governatrice d’Abruzzo che si stabilì in città a partire dal 1569.

Al piano terreno, nelle stanze riccamente affrescate, tesoro svelato dai lavori di restauro, tra fasce pittoriche e decorazioni in stile trompe l’oeil, altri dettagli fanno pensare a come poteva essere la vita quotidiana aquilana di duecento o trecento anni fa, tra locali adibiti a cantine che un tempo invece dovevano essere stanze vissute giorno per giorno. 

Il sedile in pietra, ad esempio, costruito accanto alla finestra, era utilizzato dalle donne per sfruttare la luce solare fino all’ultimo raggio: oggi da quella finestra l’illuminazione non è abbondante, "segno proprio del fatto che nuove costruzioni o modifiche alle esistenti hanno variato l’aspetto urbano facendo venir meno la funzione originaria del sedile e della finestra". 

“Il restauro del palazzo, vincolato dalla Soprintendenza, che ha vigilato sullo svolgimento dei lavori, è stato un intervento a cuore aperto – illustra ad AbruzzoWeb Alessandro Mancini, responsabile della promozione aziendale della Mancini Srl – per raggiungere il grado più alto possibile di miglioramento sismico, dopo gli ingenti danni riportati con il terremoto del 2009”.

Accanto al recupero di elementi antichi, integrati con parti moderne e tecnologiche, ci sono “interventi importanti come il rifacimento delle fondazioni, che erano mancanti in alcuni punti, o le cerchiature di aperture e la chiusura di nicchie per dare continuità alle murature. E ancora, rinforzi e consolidamento delle volte con fasce in acciaio” ha spiegato ancora Alessandro Mancini. 
Le finestre, “anche queste recuperate”, gli affacci, scoprono cortili, tetti, scorci che portano indietro nel tempo, facendo immaginare l’ingresso delle carrozze o delle portantine nell’androne sotto i grandi archi in pietra.

E in qualche punto spuntano i ganci utilizzati per attaccare briglie e cavalli.

Le stanze degli appartamenti privati ai piani superiori sono decorate con soffitti lignei a cassettoni “che rivestono oggi una funzione puramente estetica, dopo il recupero delle travi che non hanno più valore di portanza ma nascondono la vera struttura portante montata sopra”, spiega ancora Mancini.

Attraversando gli ambienti, colpiscono l’intenso profumo di legno e un grande camino in pietra con inciso il monogramma di San Bernardino, con la datazione 1555.

“I danni al palazzo sono stati importanti, ma è stato possibile intervenire sul restauro in tutte le parti, compresi i decori su pietra, grazie al corposo organico in forza all’impresa Mancini, tra operai e restauratori, questi ultimi coordinati dalla direttrice tecnica Giulia Cervi. Questo ha permesso di operare in tutte le fasi della ristrutturazione, utilizzando esclusivamente maestranze della ditta”, il commento di Enrico Ragone, amministratore delegato proprio della Mancini Srl. 

“Tutto, nel rispetto della valorizzazione e del restauro conservativo della struttura” ha concluso. 

 



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