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L'AQUILA: VINCENZO CALVISI,
IL CALCIO GIOVANILE AI RAGGI X

Pubblicazione: 30 ottobre 2011 alle ore 09:04

Vincenzino Calvisi
di

L’AQUILA - Diretto e pacato, senza presunzione, ma forte della lunga esperienza maturata nel mondo del calcio dilettantistico e giovanile, Vincenzo Calvisi, aquilano Doc, rivela quanto sia difficile fare del pallone una vera e propria professione, ma soprattutto come gli inizi di una “ipotetica” carriera risultino alla lunga fondamentali. 

Attualmente dirigente del Valle Aterno Fossa, con un passato da mister nel Fossa e nel Paganica e da allenatore di Allievi e Giovanissimi nell’Aquila Calcio, l’ex centrocampista aquilano sottolinea ad AbruzzoWeb come sia importante far crescere i “potenziali talenti” senza ansia e aspettative che finiscono soltanto per stressarli, distogliendoli dal mero concetto di sport e divertimento.

Con sincerità non risparmia qualche critica costruttiva ai genitori, dal un ruolo sempre più ingombrante nella “crescita calcistica” dei propri figli, ai procuratori e a allenatori troppo cinici che mettono in primo piano i risultati rispetto alla graduale formazione dei giovane.

Questi i motivi che nel corso degli anni l’hanno sempre più allontanato dal mondo del pallone, che ormai impone ai giovani, quasi sia una moda, stage estivi e raduni vari.

Presunti “sogni di gloria” che creano false aspettative negli aspiranti calciatori “sedotti e abbandonati” soltanto dopo qualche stagione.

Senza peli sulla lingua, Calvisi boccia anche il sempre più attivo mercato dei fuoriquota, definendolo un “commercio delle vacche”.

Da allenatore vecchio stampo preferisce che vengano metabolizzati i fondamentali a scapito di moduli sempre più articolati che, ogni domenica, vengono schierati persino dalle squadre di Prima e Seconda Categoria.

Nonostante i vari escamotage che il mondo del calcio offre sottolinea come la “prova del campo” sia inconfutabile, aggiungendo che un talento non si crea, ma si migliora. 

Incominciamo dal Fossa, lei è stato il fondatore di questa realtà dilettantistica…

Il Fossa è nato nel ’78 e sono stato allenatore per quattro anni. Poi sono andato ad allenare il Paganica quattro anni, sono ritornato a Fossa ed è seguita l’esperienza nel settore giovanile dell’Aquila Calcio, intorno agli anni Novanta, con i presidenti Franco Di Fabio e Antonio Circi. Nel ’96 la Valle Aterno univa sette società calcistiche: Poggio Picenze, Bagno, Monticchio, Bazzano, San Gregorio, Barisciano e Valle Aterno. Tre anni fa c’è stata la fusione con il Fossa ed è nata la società Valle Aterno Fossa che milita nel girone A di Prima Categoria. Attualmente sono dirigente al Fossa. 

Il Fossa si può considerare una “fabbrica di talenti”. Sono tanti i giovani promettenti che ha “incontrato” negli anni..

Sì, c’è Davide Di Fabio, portiere classe ’91, ex Primavera del Milan e attualmente in forza nel Sassuolo, Hoxha Jurgen ‘93 ex Primavera del Palermo, Gianmarco Colaianni ’94 la passata stagione nel Celano, Lorenzo Carosone classe ‘92 prima nella Valle del Giovenco oggi a Celano. Quand’ero a Paganica ho avuto Fabrizio Catelli, ex serie A con l'Atalanta (e una presenza in Coppa Uefa con gli orobici, ndr). Nell’Aquila invece c’erano Fabio Di Venanzio e Gianluca Rosone

Come si gestisce la crescita di un giovane promettente?

All’inizio non è facile, bisogna capire se genitori e dirigenti non creano al ragazzo troppe aspettative. Non bisogna fargli capire che è bravo ed è meglio evitare di fargli notare e pesare le proprie qualità perché si potrebbe creare un doppio effetto. Primo il giovane si potrebbe esaltare, secondo potrebbe essere caricato di responsabilità che potrebbe non saper gestire. A 14-15 anni un ragazzo deve essere lasciato tranquillo, l’importante è che la crescita, unico punto fermo, continui in una Primavera o in una “Berretti”.

Cosa non si dovrebbe mai fare per evitare di “bruciare” un baby?

Dirgli subito che un fenomeno e mi riferisco ai genitori che lo stressano portandolo anche ai corsi estivi che ormai sono di moda e, ancora non capisco il perché, sono patrocinati da club di serie A. Per esempio anni fa Cetteo Di Mascio (ex direttore tecnico del settore giovanile Pescara ndr) migliorava i fenomeni. È impossibile fare i miracoli se il ragazzo non ha talento. Se invece si è di fronte a un giovane promettente bravi tecnici possono migliorarlo. L’allenamento non deve essere un “obbligo lavorativo” e non bisogna fargli pesare il fatto che ci sono gli osservatori e che, a 15 anni, il procuratore lo porta nei vari raduni. I settori giovanili presentano un limite: spesso l’unico obiettivo è il risultato. Invece ci si dovrebbe occupare in primis dei miglioramenti dei singoli ragazzi nell’arco della stagione.

Per la crescita di un giovane è meglio una stagione di “gavetta” nella formazione Primavera  di un club importante (serie A o B) o una in una prima squadra di Lega Pro?

Se il ragazzo è forte a 18 anni è giusto che giochi in C1 o C2 (oggi Prima e Seconda Divisione ndr). Bisogna anche considerare che all’estero a quell’età i giovani promettenti giocano in Champions League. In una formazione Primavera il ragazzo si confronterebbe con pari età, mentre in Lega Pro entrerebbe in contatto con compagni e avversari più maturi. Indubbiamente, a livello agonistico, forma maggiormente un’esperienza in C1 o C2.

Nei dilettanti c’è ormai da anni l’ “imposizione” dei fuoriquota. In Lega Pro le società hanno a disposizione dei bonus per il “minutaggio” dei giovani. Non crede che bisognerebbe giocare per meriti e non per l’anno di nascita?

Incentivare le società è positivo, ma c’è il rovescio della medaglia. Il giovane si fa esordire, ma c’è un mercato parallelo non sempre impeccabile. Scendendo in Prima Categoria si tratta di un vero e proprio “mercato delle vacche”. Un giovane in Prima e Seconda Categoria se è bravo non me lo dice la Lega, ma lo faccio giocare da sé! Nell’Aquila Calcio in passato non c’era un fuoriquota aquilano, qualcosa non funziona. O il territorio non è predisposto a “sfornare” calciatori o c’è una disattenzione della società maggiore nel reperire ragazzi del territorio.

Non basta spostarci molto: guardiamo alla Marsica. Il movimento giovanile è senza dubbio maggiore. Perché?

Ci sono più squadre giovanili perché i paesi sono più grandi e riescono a metter su una squadra. Per esempio a Fossa nascono due bambini l’anno e non è detto che siano entrambi maschi. Nel passato infatti i vari paesi si sono uniti. I marsicani poi hanno storicamente una grande grinta, che nel calcio non guasta. Dalla Marsica sono emersi Domenico Morfeo, Luciano Zauri e i fratelli Daniel e Matteo Ciofani.

Se si parla di settore giovanile è inevitabile pensare al coordinamento fra società...

Quando ero nell’Aquila Calcio e come presidente c’era Eliseo Iannini c’è stata la convocazione di tutte le società giovanili. Quella rossoblù è la maggiore società calcistica della città e dovrebbe svolgere il ruolo di capofila. La prima cosa da eliminare è la scuola calcio per evitare la concorrenza con le altre società. L’Aquila Calcio ha varie formazioni Allievi, Beretti e poi, brutto segnale, quest’anno non c’è più la squadra dei Giovanissimi Nazionali. La società dovrebbe selezionare i migliori guardando nel territorio, invece si prendono i giovani, come è accaduto in passato, dalla Campania. Questi ragazzi, che lasciano la propria città e la scuola, si illudono per qualche anno per poi essere accantonati. Di recente l’unico uscito dal vivaio rossoblù sembra essere Luca Battistelli. Altra cosa da dire è che i club dovrebbero contattare le società e non i genitori. 

E le strutture soddisfano le esigenze?

Credo che dopo il terremoto del 6 aprile 2009 inevitabilmente miglioreremo la qualità dei campi. Basti vedere l’impianto di Scoppito, Fossa e quello che verrà fatto prossimamente a San Gregorio. Il rigido clima aquilano richiede anche delle strutture al coperto. Ad esempio la Valle Aterno, che ha il merito di non stressare i ragazzi e farli divertire, si allena nell’area di Monticchio che consente di lavorare al meglio. 

È noto ai più che il livello del calcio è in continuo abbassamento, a partire dalla massima serie. Soltanto colpa dei settori giovanili che non funzionano come dovrebbero?

Credo più che altro si tratti di un livellamento e non bisogna escludere la crescita di una formazione “minore”. La squadra deve andare in campo con i “fondamentali” acquisiti. La ricerca di moduli articolati, di giocatori “alti” o “bassi” (nella posizione in campo ndr) viene dopo. Il principio del “minutaggio” in Lega Pro non è sbagliato, ma i giovani non arrivano nelle società pronti, quindi c’è qualcosa che non funziona. A 20 anni se un ragazzo è bravo si vede!

Concludiamo con l’atteggiamento da adottare per “limitare i danni”…

Bisogna lasciare che i ragazzi si divertano, poi se sono bravi il resto viene da sé. Bisogna dare meno importanza ai risultati e i genitori devono essere più tranquilli, anche con gli arbitri, che sono giovani come i propri figli. Perché non ci si chiede come mai iniziano in tanti e arrivano in pochi... anche in Prima e Seconda Categoria. Un ragazzo su 35mila diventa professionista!



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