L'AQUILA: ''ZIO VANJA'' AL RIDOTTO DEL TEATRO CON IL ''LIBANESE'' E IL ''FREDDO'' Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.

L'AQUILA: ''ZIO VANJA'' AL RIDOTTO DEL TEATRO CON IL ''LIBANESE'' E IL ''FREDDO''

Pubblicazione: 27 febbraio 2018 alle ore 15:30

Vinicio Marchioni e Francesco Montanari

L'AQUILA - Uno zio Vanja di Anton Čechov, malinconica tragicommedia delle occasioni mancate è in scena per  la stagione teatrale aquilana organizzata dal Teatro Stabile d’Abruzzo, questa sera alle 21 e domani alle 17.30, al ridotto del Teatro Comunale di l’Aquila.

Una produzione Khora.teatro, Fondazione Teatro della Toscana. l'adattamento è di Letizia Russo, con Vinicio Marchioni, che cura anche la regia e Francesco Montanari ( entrambi attori nella fortunata serie Romanzo Criminale), Lorenzo Gioielli, Milena Mancini, Nina Torresi, Alessandra Costanzo, Andrea Caimmi, Nina Raja, scene Marta Crisolini Malatesta, costumi Milena Mancini e Concetta Iannelli.

Sul palcoscenico le aspirazioni deluse di un gruppo accomunato da legami di parentela o dal semplice caso, che parla molto e fa molto poco per sfuggire a una condizione di cui è insoddisfatto.

Persone ingabbiate che a forza di pensare hanno finito per rinunciare ad agire, come Astrov, o che tentano di reagire, ma falliscono mettendosi in ridicolo, come zio Vanja.

Protagonista dei quattro atti originali è Ivan Petrovic Voiniskij, zio Vanja appunto, che per anni ha amministrato con scrupolo e abnegazione la tenuta della nipote Sonja versandone i redditi al cognato, il professor Serebrjakov, vedovo di sua sorella e padre di Sonja. 

Unica amicizia nella grigia esistenza di Vanja e di Sonja è quella del medico Astrov, amato senza speranza da Sonja. 

Per il resto sono tutti devoti al professore, che credono un genio. Serebrjakov si stabilisce con i due, insieme alla seconda moglie, Elena.

Le illusioni sono presto distrutte: alla rivelazione che l’illustre professore è solo un mediocre sfacciatamente ingrato, zio Vanja sembra ribellarsi: in un momento d’ira arriva a sparargli, senza colpirlo.

Nemmeno questo gesto estremo modifica il destino di Vanja e di Sonja, che riprendono la loro vita rassegnata e dimessa, sempre inviando le rendite della tenuta al professore tornato in città con la moglie. 

Lo stile di Čechov, modellato sul tragicomico del quotidiano, restituisce con fascino irripetibile e struggente le complesse sfaccettature dell’esistenza umana anticipando e influenzando tutti i motivi successivi della drammaturgia occidentale europea e nordamericana.

"Volevo solo dire alla gente - affermò lo scrittore - in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa".

"I temi universali della famiglia - spiega Marchioni - dell’arte, dell’amore, dell’ambizione e del fallimento, inseriti in una proprietà ereditata dai protagonisti della vicenda di Zio Vanja, sono il centro della messa in scena. Cosa resta delle nostre ambizioni con il passare della vita?".

"E se fossimo in Italia oggi, anziché nella Russia di fine 800? La nostra analisi del capolavoro cechoviano parte da queste due domande, che aprono squarci di riflessioni profondissime, attraverso quello sguardo insieme compassionevole, cinico e ironico proprio di Anton Cechov finalizzato a mettere in scena «gli uomini per quello che sono, non per come dovrebbero essere", aggiunge il regista.

"Uno specchio in cui possiamo vedere riflessa la nostra incapacità (o non volontà) di essere felici. Può essere una visione sgradevole, perché è duro fissare negli occhi la propria anima. Ma gli specchi hanno un lato salutare: se quello che appare non ci piace, possiamo almeno tentare di cambiarlo. In fondo è a questo che Čechov ci invita: capire quanto sia meschina l’esistenza borghese, così priva di slanci e di entusiasmi, così mediocre e vuota, per inventarsene una diversa. E uscire dalla gabbia che ci siamo fabbricati per diventare uomini migliori", conclude Marchioni.



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