L'OROLOGERIA DEI MARCHITELLI, ARTIGIANI
A L'AQUILA DAI CHIOSCHI IN PIAZZA AL CAMION

Pubblicazione: 04 dicembre 2016 alle ore 08:09

Tonino Marchitelli a lavoro su un meccanismo
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L’AQUILA - Quando c’era una volta L’Aquila, e la vita era concentrata tutta in centro, l’ufficio, il bar, la spesa, chi aveva l’orologio da polso fermo e doveva sostituire la pila, oppure far riparare un guasto, aveva due chance: raggiungere uno dei negozi storici, Cardilli o Cordeschi, oppure rimanere in zona Duomo e risalire a capo piazza, dove c’erano i chioschetti dei Marchitelli.

Cognome non d’origine squisitamente aquilana, ma per chi ha una certa età l’associazione d’idee Marchitelli-orologi suona immediata almeno quanto quella Ferraiolo-burattini o Tagliafierro-pizza.

La famiglia è originaria di Mirabella Eclano (Avellino), quell’Irpinia che purtroppo evoca subito “terremoto” del passato remoto come il capoluogo abruzzese fa pensare a quelli del passato prossimo.

L’inflessione è ancora appena quella campana, ma c’è anche tanta verace aquilanità nella storia di Michele, ottant’anni da compiere nel 2017, oggi il patriarca, e Tonino, 54, che porta avanti la tradizione assieme ad altri parenti commercianti riparatori disseminati per la città e, come spiega, non solo.

Sono loro due, dall’attuale collocazione del mercato “nuovo”, a piazza d’Armi, a raccontare ad AbruzzoWeb come è nata oltre mezzo secolo fa la storia e come prosegue oggi la dinastia.

Michele è rimasto fedele alla banchetta stabile, Tonino, per la verità, ha evoluto il concetto con un furgone attrezzato e super accessoriato che oscilla appunto tra l’attuale mercato degli ambulanti, di mattina, e il cosiddetto piazzale Trony in via Savini, di pomeriggio.

Le radici le riscopre Michele. “Sono del ‘37, ho vissuto tutta la guerra, dove vivevamo noi c’era un distaccamento di 80 cannoni di contraerea della linea Cassino-Bari - racconta - Ho visto i bombardamenti, gli aerei che mitragliavano”.

“Dal 1951 mi sono trasferito qui e ho fatto tutti i lavori: trasportavo banchetti, il cinema all’aperto, l’autotrenista, con le poste agli ‘arrivi e partenze’ visitavo 27 paesi al giorno - prosegue - Nel 1956, dopo la nevicata storica, guadagnavo qualcosa salendo sui tetti e togliendo la neve: c’erano otto figli da sfamare. Negli anni Settanta ho cominciato con gli orologi. Oggi sono in pensione ma non basta mai e così continuo a fare qualche lavoretto”.

Il resto dell’intervista, Michele lo lascia a Tonino, e raggiunge delle signore che lo aspettano per una batteria da cambiare, non prima di essersi fatto promettere, con un sorriso astuto, dal cronista “che non ci capiti qualche guaio con questa cosa eh?”.

Tonino, chi è stato il capostipite della vostra famiglia di commercianti?

Nel dopoguerra il primo è stato mio nonno, Giovanni Marchitelli, che era calzolaio, seguito da mio padre Michele, che era sarto e lavorava con un suo zio, Vincenzo. Raccoglievano coperte militari e le trasformavano in giacconi e pantaloni che vendevano al mercato a piazza Duomo. Papà faceva tanti altri lavori, anche da facchino, spostando i banchi avanti e indietro per chi aveva le bancarelle in piazza. Poi ha cominciato a imparare il mestiere dell’orologiaio, diciamo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: Vincenzo, il fratello di nonno, ha insegnato il lavoro a tutti, siamo una ventina sparpagliati in Italia e anche all’estero. All’Aquila oggi ci siamo io, mio padre e mio cugino Danilo. Un altro cugino, Raffaele, si è ritirato e lavora per l’oreficeria Ranieri, anche un terzo cugino nonché cognato, che si chiama anche lui Vincenzo, si è pure ritirato, lui aveva il chioschetto non in piazza Duomo ma a piazzetta Machilone.

Con tutti questi esponenti non vi siete mai trovati in competizione tra voi?

Problemi di concorrenza non ci sono mai stati perché ognuno aveva la sua clientela, chi più chi meno, ognuno era specializzato su determinate cose. A me per esempio l’elettronica non piace molto, a Danilo sì.

L’Aquila è da sempre città di grandi orafi e orologiai, che rapporti ci sono stati con i titolari delle botteghe storiche?

Con figure come Gianni Cardilli, Ugo Cordeschi, che mi ha insegnato, c’è stato un buon rapporto senza gelosie da parte mia e credo neanche loro. Ognuno aveva il suo lavoro e l’importante, per me come per loro, era mandare avanti la famiglia.

Non avete mai pensato a sistemarvi stabilmente in un punto vendita, riunendo tutta la famiglia?

A un negozio grande dei Marchitelli non abbiamo mai pensato perché sul lavoro ognuno la pensa in un certo modo ed è difficile conciliare. Magari bisognava deciderlo all’inizio, quando eravamo piccoli. Poi c’è da dire che io ho fatto tanti lavori prima di scegliere questo una volta per tutte. Mio padre mi lasciò un locale a via Sassa, è vero, ma ora riconosco che all’epoca non ero pronto per gestire un’attività da solo. Ci vuole prima qualcuno che ti tenga la mano. Poi sono stato in affitto a viale dei Giardini, non era male, almeno prima del terremoto, perché in quella zona abitava la classe dirigente aquilana ed erano tutti miei clienti.

Come hai vissuto il post-sisma del 6 aprile 2009 prima di tornare all’Aquila?

Ero a Pescara, ho preso quello che potevo prendere, facevo il mio lavoro nei vari mercatini dell’antiquariato. In realtà mi andava bene, mi sono deciso a tornare quando c’è stata la disponibilità di avere un alloggio del progetto C.a.s.e.. Con il terremoto le mie oltre 20 pendole appese sono cadute tutte, grazie a un amico di Sulmona che mi ha aiutato a sistemarle ne ho recuperate molte. Ho ancora da ripararne una in ceramica del Settecento, ho il movimento e sto cercando chi si occupi del restauro. Un giorno voglio bussare a quella porta e dire al cliente che me l’aveva lasciata, ecco il tuo orologio. Sono entrato nel mio laboratorio con i vigili del fuoco sette volte per recuperare tutti i pezzi!

Come è spuntata fuori, invece, l’idea del furgone?

Mi ci ha fatto pensare una carissima amica, Luana Galeota. Era già utilizzato per il commercio, adibito per alimentari, ho tolto i frigoriferi, e grazie a un altro amico, Mauro Parmisani, carrozziere, che mi ha realizzato l’apertura, è diventato la mia nuova bottega. Ormai questo furgone è la mia vita.

Come ti fai pubblicità?

Tutto è basato sul passaparola, basta che un cliente venga a sapere che fai un lavoro fatto bene e che fai risparmiare qualcosa rispetto al centro assistenza, ma senza perdere di qualità. Quando mi lasciano un oggetto, cerco di far capire che conosco bene ciò che mi stanno lasciando, cerco di dare garanzia e sicurezza di professionalità. C’è anche Facebook che è un buon canale, in particolare è servito a farmi conoscere anche fuori L’Aquila.

Hai lavorato anche a orologi monumentali.

Il primo è stato alla chiesa di Picenze, poi ho avuto un contatto, sfumato, per un altro edificio sacro a Terni. L’ultimo che mi hanno proposto si trova ad Atri, vedremo.

Possiedi molti orologi? Qual è il tuo preferito?

Avevo una bella collezione, metà di mia proprietà, metà di persone che li avevano lasciati senza più riprenderli. Poi a Roma mi hanno rubato tutto, sono rimasto traumatizzato. Il preferito era un Rolex Gmt degli anni Settanta, rosso e nero, che mi ha regalato mio nonno. Anche quello è sparito. In generale, mi piace anche molto l’orologeria francese, le “parigine”, le “cappuccine”, i pendoli Morbier.

La tradizione verrà portata avanti dalla quarta generazione dei Marchitelli?

Non credo. Dei miei figli, Monica, 31 anni, lavora in un asilo privato; Maria Teresa, 26, è in cerca di occupazione, Francesco, che ne ha 14, vuole fare l’alberghiero. Io vorrei insegnare le basi di questo lavoro, almeno come hobby, anche se la madre nicchia. Ma secondo me nei prossimi anni questo lavoro non esisterà più, conoscerne i rudimenti potrebbe servirgli nel futuro. Anche io volevo lavorare nel mondo della cucina ma poi mi sono ritrovato a fare questo, chissà!

C’è un orologio su cui vorresti lavorare?

Certo, quello della Torre di Palazzo al municipio di Palazzo Margherita. Per me è l’orologio più bello dell’Aquila, e negli anni scorsi l’ho già visto restaurare. Vedo che a breve dovrebbero partire i lavori, se servirà sono a disposizione, sarebbe un onore.



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