PARLA ALESSANDRO BARBERO, LO STORICO CHE NON PIACE AI NEOBORBONICI
''RISORGIMENTO TROPPO SPESSO SEMPLIFICATO, MA IL SUD ERA FILOSABAUDO''

L'UNITA' D'ITALIA TRA STORIA, FERITE E BUGIE:
''BRIGANTAGGIO, L'ABRUZZO UN EPICENTRO''

Pubblicazione: 26 agosto 2017 alle ore 08:00

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L'AQUILA - Quello del brigantaggio è un tema tornato da tempo, spesso con veemenza, alla ribalta nel dibattito italiano.

Soprattutto nella rivisitazione, con molti, moltissimi nervi e ferite scoperti, della questione meridionale, che ingloba ovviamente il ruolo soprattutto dei piemontesi (ma non solo, visto il ruolo di alcune potenze straniere dietro le quinte), in quella che, per semplificare all'osso senza banalizzare, i neoborbonici e affini considerano un enorme, criminale saccheggio, con addirittura punte di sterminio.

E in tale dibattito uno degli storici più conosciuti d'Italia, Alessandro Barbero, torinese, è finito a tratti come se di colpo lo avessero trascinato in un tribunale per essere giudicato su ciò che suoi conterranei e concittadini misero in atto in periodi, quello dell'Unità d'Italia e e che ad essa portò, complesso e poco se non per nulla trattato in particolar modo nelle scuole.

Con i danni che un Paese a tratti visceralmente diviso può subìre.

“Dare una definizione esatta del brigantaggio è cosa ardua, poiché ha diverse facce – parte subito Barbero – ma si può tentare di dividerne i tratti salienti in quattro punti, nonostante la pubblicistica odierna tenda a vederne soltanto una, quella della lotta patriottica filoborbonica contro i piemontesi, l'invasione sabauda, l'annessione del sud”.

Cominciamo allora da questo punto, da questa 'dimensione', come lei la chiama.

È una dimensione che c'è, è esistita. Alcuni capi del brigantaggio prendono soldi da Francesco II delle Due Sicilie e direttamente dal Papa, che è un altro grande nemico dell'Italia unita e che dunque sostiene i Borbone. Il brigantaggio, che già esisteva come vedremo più avanti, a quel punto viene legittimato, si dice ai briganti che sono combattenti in nome del Re. E alcuni capi ci credono, indubbiamente. E ci credono anche molti gregari, che come i capi sono ex sottufficiali o soldati dell'esercito regolare napoletano che è stato sciolto.
Con conseguenze non proprio 'gradevoli'.

Già. Perché, mentre praticamente tutti i generali, gli ammiragli e gli ufficiali dell'esercito e della flotta napoletana, passarono con armi e bagagli e col grado, lo stipendio e la pensione nell'esercito italiano, i sergenti, i caporali, i soldati semplici, finita la ferma se ne tornarono al paese per scoprire che se portavi ancora addosso la divisa del Re ti guardavano male perché adesso comandavano i liberali. Ci sono testimonianze precise su questo. Parliamo di casi di forte discriminazione, di impossibilità di trovare lavoro. A quel punto, se ne sono andati con i briganti, perché per loro si stava meglio con il Re Francesco.

E il secondo punto, o la seconda 'dimensione'?

Il fenomeno del brigantaggio non si spiega solo così, non del tutto almeno. Ci sono moltissimi altri aspetti, come la criminalità comune. Nel Regno di Napoli, anche sotto i Borbone, i briganti c'erano. Ed erano tanti, come nel resto l'Italia. Nel nord, furono sostanzialmente eliminati da Napoleone, nello Stato Pontificio rimasero attivi fino all'Unità d'Italia, al sud anche dopo. I Borbone li reprimevano ferocemente, quando ci riuscivano, fucilandoli o impiccandoli, ma la criminalità comune in generale imane e molte bande di briganti continuano a rapire i possidenti, a rubare bestiame, a violentare le donne.

Sul terzo punto, c'è di mezzo l'aspetto ideologico.

Il brigantaggio ideologico, appunto, ostile al nuovo Stato italiano, ma non per nostalgia dei Borbone. È il brigantaggio 'di sinistra', per capirci oggi, dei contadini che furono al fianco di Garibaldi e che credettero davvero al fatto che gli sarebbero state date le terre. Quando si accorsero che i Savoia, da quel punto di vista, erano uguali ai Borbone, cioè conservatori che non si sarebbero mai sognati di dare le terre ai contadini, capirono di essere stati traditi. E allora in tanti, pure con la camicia rossa, divennero briganti.

Infine, il quarto punto. Ce lo illustri.

Tutta la società italiana era molto violenta all'epoca, ma ci sono studi sociologici abbastanza precisi che dimostrano che la dimensione della competizione politica violenta fu più forte al sud. Del resto, sarà così anche dopo, basta leggere i libri di Salvemini. Proprio al sud, nelle campagne, è in atto una forte lotta di classe tra 'galantuomini' e 'cafoni', ma c'è pure una lotta di fazioni tra poche famiglie di galantuomini che utilizzano le guardie armate e che danno vita a delle lotte medievali. Sono famiglie potenti che si sfidano attraverso il brigantaggio, finanziandolo contro i rivali.

Le ferite del sud, comunque, restano.

La mia netta impressione è oggi tutti si lamentano perché non si parla di queste storia, ma non è così. Non sono entrate a far parte della grande narrazione sui testi scolastici, è verissimo, ma questo perché il Paese si costruì una sua memoria, col Risorgimento visto come un momento eroico e via discorrendo, ossia una enorme semplificazione che metteva a tacere molte altre cose, non soltanto il brigantaggio, vedi, per esempio, Mazzini condannato a morte per terrorismo.

Sono storie taciute nei libri di scuola, nei quadri che si appendono nei municipi, quindi nella retorica ufficiale, ma nei veri libri di storia, che non sono quelli scolastici, se ne è sempre parlato fin dall'Ottocento, passando per il Gramsci del Risorgimento tradito. Gli storici queste cose le hanno sempre studiate, non è colpa loro se i governi non gli hanno dato spazio. E il pubblico che si interessa di queste cose avrebbe il preciso dovere di leggere i libri di storia.

Però dalle semplificazioni è dura liberarsi.

La storia, purtroppo, viene raccontata nelle semplificazioni ad uso politico ma non è soltanto un problema italiano, direi che si ritrova ovunque, sia in Europa che nel resto del mondo. Il brigantaggio, va detto, in certi momenti fu una guerra civile. Una guerra civile innanzitutto fra meridionali, sia chiaro. E, ribadisco, gli storici se ne sono occupati, ma non sembrava che fossero argomenti di una certa attualità, tanto è vero che il sud si dimostrò compattamente filosabaudo e votò per la monarchia sabauda al referendum del '46, tanto per dirne una. Al sud, fondamentalmente, gli argomenti che oggi trattano i neoborbonici non attecchirono.

E in Abruzzo?

Non sono un grande specialista dal punto di vista militare, ma la vostra regione fu uno degli epicentri del brigantaggio. E siccome confinava con lo Stato pontificio, l'impronta si rivelò fortemente filoborbonica, in Abruzzo più che altrove. Ancora durante le ultime fasi della guerra, quando Francesco era assediato a Gaeta, quando si combatteva sul Volturno, il Re ordinava ai contadini di armarsi contro i garibaldini e contro i piemontesi. In Sicilia, al contrario, il brigantaggio non prese piede. Resta un fenomeno molto complesso e senza dubbio diverso tra zona e zona. In Abruzzo fu molto intenso, sicuramente.

Eppure, sembra che gli studi, le ricerche, insomma, la chiarezza della storia e delle fonti e il tanto tempo passato da quegli eventi non aiutino a uscire dallo schema delle profonde divisioni. Anzi, quelle divisioni si accentuano.

Purtroppo, ci troviamo spesso di fronte a leggende consolatorie, come quella del sud saccheggiato dai piemontesi, dai Savoia, eccetera. La capisco benissimo, poiché credo che a tutti faccia piacere pensare che il proprio Paese in difficoltà sia stato un tempo progredito. E credo che, da un certo punto di vista, faccia anche bene come 'esercizio', perché aiuta a rialzare la testa, ma da storico ho il dovere di raccontare le cose come stanno.

Si spieghi, allora.

Le cose vanno viste con un minimo di ragionamento, non è che se in un Paese c'è una fabbrica, quel Paese è progredito, perché una fabbrica c'è pure nel Burkina Faso. L'Italia di cui parliamo aveva un'economiaarretrata, era un Paese agricolo, insignificante sotto il profilo dell'industrializzazione, specialmente rispetto all'Inghilterra. Di industrie ce n'erano un pochino di più al nord, e qualcuna anche al sud, ma sempre ridicolmente poche. Dopodiché, il nord negli ultimi decenni prima dell'unificazione crebbe per quel che riguarda le infrastrutture.

E non perché a Napoli non fossero capaci di costruire le ferrovie, ma perché a Napoli la ferrovia, che fecero per primi, la Napoli-Portici, serviva al Re per andare in campagna.

Ampliando il discorso, l'Europa cresceva come cresce oggi la Cina. Si era nel pieno della rivoluzione industriale, dello sviluppo tecnologico, che ai Borbone non piaceva e su cui investirono poco, nonostante la Napoli-Portici. Ed è uno dei motivi per cui avevano ancora l'oro in cassaforte, l'oro di Napoli andato in effetti allo Stato italiano. Il sud, il vero treno, non lo prese né prima dell'Unità, né dopo, quando quel treno in realtà era già passato, perché dagli anni Settanta dell'Ottocento l'Europa entra in recessione: non a caso comincia allora la grande emigrazione, da tutte le regioni d'Italia, dal Sud come dal Nord.

Dunque, cosa dice a chi ritiene che abbia subìto ingiustizie e nefandezze d'ogni genere?

Il problema è che non è ben chiaro in che modo il sud abbia subìto qualcosa. Il sud non era sinonimo della monarchia borbonica. La monarchia subì l'unificazione e venne spazzata via, ma il sud fu protagonista dell'unificazione, non certo vittima passiva. L'esercito con cui Garibaldi entrò a Napoli, era formato in gran parte da volontari meridionali.

E le élites meridionali furono in gran parte d'accordo sulla unificazione italiana. Se si vanno a vedere le liste dei ministri dei governi degli anni '60 e '70, in certi ministeri, ad esempio la pubblica istruzione, la giustizia, metà dei ministri è meridionale, ma anche nei dicasteri economici come le finanze, l'agricoltura industria e commercio, molti ministri erano del sud. Le élites meridionali fanno cioè parte della classe dirigente italiana. Il nord ebbe più condizioni favorevoli per lo sviluppo, sì, gli investimenti esteri per le industrie arrivarono a fine '800 soprattutto al nord. Tutto vero, ma è un fatto di condizioni: al nord c'erano già prima dell'Unità più strade, più ferrovie, più scuole, meno analfabeti.

Nel frattempo, però, il divario nord-sud, non soltanto in Italia, è questione ancora oggi drammatica.

La sensazione è che il distacco rischia di aggravarsi, ma se entriamo nella logica del 'vediamo chi ha dato di più all'Italia', diventiamo ridicoli. Se dobbiamo dimostrare ai leghisti del nord che il sud non è una palla al piede, è facilissimo. Non ci vuole niente a spiegare che la Fiat, senza la forza lavoro dal sud, non sarebbe esistita.

Torino, la mia città, è fantastica, vivace, perché per metà è abitata dai meridionali che hanno cambiato la mentalità dei torinesi, ma non credo che dobbiamo entrare in quest'ottica. Restiamo invece sulla storia: l'Italia è un Paese che con tutte le sue complessità è riuscito a crescere. E mi pare di poter dire che gli immigrati che arrivano dalla Libia oggi sbarcando al sud, lo facciano in un Paese che per loro deve sembrare il più civile, progredito, ricco e pacifico che abbiano mai visto. Per molti di noi, al contrario, non è così.

Per molti di noi, il divario nord-sud esiste e lo vediamo. E ne soffriamo, ma è un segno di debolezza aggrapparsi a rivendicazioni del passato per inventare falsità.



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