LA BAND LANCIANESE DAL NOME IMPOSSIBILE,
''IL ROCK E' VIVO E NOI SIAMO SOLO DEI PRIMITIVI''

Pubblicazione: 30 aprile 2013 alle ore 11:10

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LANCIANO - Non si può non cominciare dal nome della band: Management del Dolore Post-Operatorio. Dice: questi non stanno bene.

Può darsi, ma il genio non sta mai bene e per fortuna che è così. Molto meglio così.

I Management sono quattro giovanotti di Lanciano (Chieti), "una piangente cittadina medievale", si chiamano Luca Romagnoli (voce), Marco Di Nardo (chitarra), Luca Di Bucchianico (basso) e Nicola Ceroli (batteria). Quattro cervelli diversi, quattro amici (anche al bar, ma anche e soprattutto fuori) che lottano con e per la musica con mille pensieri per la testa, tutti uniti verso l'equilibrio sul palco, che è poi l'unica cosa che conta per chi si sfracella anima e viscere per l'arte.

E per chi, come loro, sbuffa per davvero, Auff, album d'esordio di questa banda di schizofrenici e adorabili animali da palcoscenico che fanno, benissimo, rock e derivati. Parliamo al telefono con Luca, front-man e autore dei testi dei Management, questa sera a Teramo per la rassegna 'Aspettando il Primo Maggio' e domani a Roma per il concertone di San Giovanni.

Dalla voce e dalla rapidità di esecuzione con cui Romagnoli sviscera pure i concetti più complessi, si capisce che il talento c'è. E le ferite pure.

Luca Romagnoli, perché la scelta di puntare a un nome così duro?

Storia vecchia, un incidente in auto che mi ha visto 'protagonista' dieci anni fa. Con me, spiritualmente, c'erano anche gli altri della band. Oggi mi occupo, anzi, ci occupiamo dei postumi.

La vostra è una banda che ha spesso cambiato formazione, ma tutti quelli che ne hanno fatto parte si conoscono bene.

Abbiamo avuto dei cambi di formazione, ma ci conosciamo da sempre. In realtà non ci sono stati dei veri e propri cambi, direi piuttosto che il nostro è un gruppo che si è amalgamato nel tempo, nessuno è stato sostituito.

Dall'età media di voi quattro, direi che siete dei vecchi giovinastri.

Luca Di Bucchianico, il nostro bassista, è il più anziano di tutti, ma non supera i 33 anni. Noi altri siamo sotto i trenta. Addosso portiamo il peso della vita, ma ce lo togliamo dalle scatole facendo musica. Sempre, in qualsiasi posto, a qualunque costo e condizione.

Il peso della vita, ma pure quello del rock. Lo chiediamo a lei che è di Lanciano e per questo capisce il mondo: il rock è morto sul serio?

Non credo proprio. Io parto dal presupposto che in realtà non siamo arrivati da nessuna parte, l'umanità pensa, sbagliando, di aver raggiunto il massimo. I greci erano convinti di essere il massimo, poi anche loro sono finiti per appartenere al passato. Noi tutti siamo sempre primitivi, si è sempre alla preistoria di qualcosa. Quindi la musica e l'arte sono sempre in continua evoluzione. Alla fine viene fuori chi la musica la fa bene e chi no.

Anche se ultimamente si dà molto spazio a chi canta, interpreta, a chi scrive i testi, non a chi fa musica. Ivano Fossati, che qualcosa in carriera ha fatto, si lamentava della scarsa considerazione che veniva data alla sua musica, quasi tutti si preoccupavano dei testi.

Noi cerchiamo di far girare tutto a 360 gradi, ma devo ammettere che sì, è vero, in troppi si dimenticano della musica per fare carriere più facili a chi canta. Sono importanti le parole e la voce, certo, ma la musica è la musica. Il nostro obiettivo rimane sempre lo stesso, trovare un equilibrio fra tutto e tutti. Per noi è importante anche il modo di vestirci, puntiamo a performance che abbiano un senso e una 'metrica' in ogni singolo elemento, dal suono, all'interpretazione, agli abiti di scena, alle luci. Conosciamo il teatro, ci troviamo a nostro agio con la teatralità in musica.

Non le pesa essere in giro praticamente ogni giorno dell'anno?

Se sto fermo su una poltrona, muoio. Oppure mi piglia l'ansia. C'è chi non ha retto i ritmi di una band, come il bassista precedente. Si è sempre in viaggio, sempre sul palco, sempre in sala prove, può capitare di non farcela. Ma chi nasce con una propensione all'instabilità non può farne a meno.

Quali sono le vostre 'radici' musicali?

Suonavamo pezzi di tutti i tipi, roba tosta, rock anni '70 e '60. Ci piace anche il pop fatto bene, il mio punto di riferimento è David Bowie, uno che fa un pop con i 'controcosi'. La cosa più difficile per chi fa arte è non essere banali, poi si può discutere sui generi.

Vi piace molto essere originali, non lo neghi.

Essere se stessi vuol dire essere originali. Siamo noi stessi, per questo siamo originali.

La schizofrenia, l'angoscia, la rabbia, la frenesia. Tutti elementi da metropoli o da realtà aliena, quella di provincia.

Ho sempre pensato che la provincia migliore, o un certo modo di vivere più lontano dall'altra città, aiuti a comporre musica più pura. Oggi infatti si cerca di andare verso forme di arte più pure, idem per l'uomo moderno che torna, anche idealmente, verso la campagna. Luoghi ancora liberi dove poter respirare, nonostante la metropoli sia senza dubbio un mondo decisivo per l'arte, specie per la musica, ma per affrontarla bisogna essere molto maturi.

Il mito dell'estero resiste.

Ci siamo esibiti a Berlino e allo Sziget festival di Budapest, esperienze che rimangono dentro. Vedi altri tipi di pubblico, altri modi di pensare e di considerare l'arte. Il pubblico italiano comunque resta un pubblico di qualità, è poetico, letterato, però ci mette tempo a carburare, a capirti, prima di darsi aspettano. All'estero invece il pubblico comincia a ballare alle prime note, una sensazione stupenda.

Il successo vi stimola molto? Oppure ve ne fregate e continuate a fare musica?

Ci stiamo facendo conoscere e apprezzare, da bravi, ma anche pazzi, schizofrenici della musica. Siamo andati dappertutto, non ci siamo mai fermati, fregandocene di tutto, della pioggia che ti cade addosso, dei momenti più difficili. Vedo quelli più giovani e credo che si arrendano troppo presto. Nella vita, in ogni campo della vita, ci vogliono coraggio e attributi, le palle. Non ci si deve arrendere mai.

I suoi genitori le avranno detto "quand'è che metti la testa a posto e ti trovi un lavoro vero?"

I genitori difficilmente riescono a capire i figli, anche se si è stati matti in gioventù. Hanno paura, hanno sempre paura, è il ruolo che glielo impone. I miei alla fine hanno ceduto, perché io non cedevo. Dopo la maturità scientifica mi sono iscritto alla facoltà di Economia, ma ho mollato a pochi esami dalla laurea. Anche il niente può essere tutto, quindi non mi preoccupo se non sono laureato, è così che ho scelto e mi sta bene, poi magari deciderò di finire gli studi.

Per cambiare il mondo con l'economia?

La vedo dura. Una persona che si laurea, che so, in medicina, dovrebbe farlo con l'intenzione di curare il mondo. Invece troppi vanno all'università con il solo obiettivo di trovare lavoro, oggi quasi impossibile, di guadagnare soldi e far carriera. Sarà che io le cose le faccio quando sento di doverle fare, devo provare piacere nel farle.

Come si vede tra qualche anno?

Spero felice pure se non dovessi avere qualche soldo per campare benissimo. Intanto faccio musica come si deve.

La politica è una brutta cosa? Voi siete particolarmente dissacranti col mondo che vi circonda.

La politica non ci interessa come struttura. Penso sia inevitabile lanciare messaggi quando si sale su un palco per suonare e cantare, ma si tratta di messaggi sociali, non politici, che possono influenzare la gente. Quel che conta, comunque. è essere liberi di dire ciò che siamo e pensiamo in un determinato momento. Per fortuna nostra, siamo liberi di esibirci e di esprimerci.



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