LA GRANDE STORIA DEL BIVACCO BAFILE
50 ANNI FA GLI ELICOTTERI SUL GRAN SASSO

Pubblicazione: 17 aprile 2017 alle ore 08:39

Il Bivacco Bafile e, nei riquadri, dettagli di esterno e interno
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L’AQUILA - Candelotti di dinamite, pale, picconi, elicotteri dell’aeronautica militare in esercitazione speciale e un gruppo di volontari del Cai, il Club alpino, sezione dell’Aquila: sono gli ingredienti che hanno portato alla costruzione, nell’agosto del 1966, del rifugio chiamato ‘Bivacco Bafile’, a quota 2666 metri sul massiccio del Gran Sasso.

Un’impresa non facile per la posizione impervia del luogo, uno spiazzo di dieci metri per cinque circondato da strapiombi e affacciato sulla cosiddetta Valle dell’Inferno, ma necessaria per creare un punto di appoggio per scalatori e alpinisti che volevano raggiungere la vetta più alta degli Appennini, il Corno Grande, passando per la ‘strada’ chiamata ‘Direttissima’. 

Cinquant’anni fa, l’inaugurazione, l’11 settembre del ’66, con un omaggio alla memoria della medaglia d’oro al valor militare, l’aquilano Andrea Bafile. La strada per raggiungere il bivacco Bafile, di recente ristrutturato e sistemato sempre ad opera dei volontari della sezione, è stata messa in sicurezza dal Cai regionale, dopo il 2009, ed è stata realizzata una ‘ferrata’, cioè un percorso facilitato da corde di acciaio fissate alla roccia, nell’ultimo tratto.

“Un lavoro da aquile – come descrive la rivista dell’aeronautica militare dell’epoca, Ala Rotante –, Nello scorso mese di agosto, il 31esimo stormo elicotteri ha compiuto una missione di trasporto materiali in montagna, illustrando in modo esemplare la nuova dimensione imposta dal mezzo ad ala rotante tra le montagne più impervie, nel massiccio del Gran Sasso. Il Bivacco Andrea Bafile, un nido di gabbiani sul fianco di uno scoglio smisurato”. 

La posizione, la difficoltà di accesso, per portare i materiali necessari, il problema delle avverse condizioni meteo che sul Gran Sasso cambiavano e cambiano in modo repentino, fu occasione utile per i militari di effettuare una esercitazione in condizioni quasi estreme e rese possibile l’impresa, anche grazie ad una piccola ‘raccomandazione’. 

Infatti, dai racconti di chi visse in prima persona l’evento, spunta l’intercessione del vescovo di Alatri (Frosinone) dell’epoca, tale monsignor Ottaviani, originario di Rocca Di Cambio (L'Aquila) e legato alle sue montagne, che portò la vicenda all’attenzione dell’allora Ministro della difesa, Giulio Andreotti, il quale diede poi autorizzazione all’utilizzo dei mezzi militari per il trasporto dei materiali necessari alla costruzione del bivacco. 

Ma la realizzazione materiale del rifugio si deve ai volontari della sezione alpina aquilana, nomi che hanno un peso nei ricordi di chi ha vissuto gli anni ’60 cittadini, personaggi anche legati al mondo del rugby, guidati dal presidente della sezione Nestore Nanni e dal segretario del Cai dell’Aquila Dario Torpedine.

“Nella sezione Cai c’è un faldone dedicato al bivacco, ma i documenti non sono consultabili. Il materiale è stato recuperato dalla sede del club che si trova in via Sassa ed è ancora inagibile – spiega ad AbruzzoWeb Bruno Marconi, che della sezione è stato presidente per diversi anni – ora tutto è conservato nei locali dell’archivio di stato’. 

La squadra di volontari che partecipò alla costruzione del bivacco Bafile era composta da Domenico Alessandri, Francesco Aloisio, l’onorevole, detto Cecco Peppe, Alfonso e Franco Cerasoli, Alfonso Colacchi (fotografo), Mimì d’Armi, fratello del notaio D’Armi, Vincenzo Del Grande, Bruno Faccia, quest'ultimo decano dei maestri di sci di Assergi (L’Aquila). 

E poi ancora Emanuele Imprescia, detto ‘ciofeca’, che aveva un’oreficeria lungo il corso, Carlo Leone, Roberto Marotta, Paolo Rubei, Paolo Scipioni, Maurizio Sista, Enrico Stecca, Carlo Del Grande, Mario Angelantoni, Sergio Parisse, padre del nazionale di rugby, Gaetano Fiore, Tullio Alderighi, Sandro Prosperococco e Alfredo Elia.

“I soci si tassarono per la costruzione del rifugio – racconta ancora Bruno Marconi - Mentre, in una lettera conservata negli archivi, c’è la concessione da parte del Comune di Isola del Gran Sasso, in provincia di Teramo, che nel febbraio del 1968 ratificò la cessione del suolo per la costruzione del bivacco Bafile, approvando la delibera numero 7 del febbraio 1966”. 

“Per raggiungere il punto di sosta, si percorre la via direttissima per il Corno Grande – spiega - Ad un certo punto, in corrispondenza di uno sperone di roccia detto 'Sassone', si dirama quello che un tempo era chiamato “la 4” e adesso si chiama sentiero 104, che permette di raggiungere il bivacco, e di andare sia al Torrione Cambi che alla forchetta del Calderone”. 

L’impiego dei mezzi militari, i nuovi elicotteri ad ala rotante appunto, permise di completare la costruzione della struttura in meno di due mesi: i materiali venivano trasportati con una rete appesa all’elicottero, che restava sospeso in aria. 

“Ci fu un episodio in particolare, una situazione di pericolo – ricorda Marconi - L’elicottero sbandava col peso del cemento, per cui fu necessario sganciare la rete e il materiale, che finirono nella sottostante Valle dell’Inferno. I volontari del Cai che stavano lavorando furono costretti a scendere e recuperare a piedi la rete, che aveva un valore di 2 milioni di lire, e il materiale”. 

Per creare i fori dei pilastri di sostegno del rifugio, fu impiegata anche la dinamite della ditta Ciuffetelli, specializzata nelle lavorazioni nelle cave di estrazione.

La decisione di rischiare l’uso dei candelotti arrivò dopo giorni di lavoro per gli operai.

Gli operai e i volontari dormivano in tenda, ma anche se era il mese di agosto, sul Gran Sasso a quelle quote il freddo si fa sentire sempre. 

E prima di quello che ancora oggi è il rifugio Bafile, che con nove posti letto è diventato un punto fondamentale di appoggio per gli alpinisti e gli appassionati della montagna, c’era già una baracca.

Costruita nel 1926 come riparo per gli operai che lavoravano alla realizzazione dell’acquedotto Rionne, che porta l’acqua ai comuni aquilani di Castel Del Monte e Santo Stefano Di Sessanio, nell’aquilano, fu poi abbandonata e saccheggiata dai vandali. 

“Sono passati cinquanta anni da allora, e cento dalla costituzione della sezione Cai – conclude Marconi – e sfogliando il libro delle presenze al bivacco dal 29 agosto 1982 al 31 dicembre 1996, troviamo 2909 firme tra soci e non soci, provenienti da 58 tra sezioni e associazioni. Un segno di come il Cai era inserito fortemente nella società. Fin dal periodo d’oro da ‘24 al ‘34 con Michele Iacobucci”.



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