LA PERDONANZA UNESCO SLITTA AL 2019, STOP ALL'ITALIA E IL DOSSIER ''E' DA RIFARE'' Abruzzo Web Quotidiano on line per l'Abruzzo. Notizie, politica, sport, attualitá.

RINVIATE DI UN ANNO TUTTE LE CANDIDATURE, MA I DOCUMENTI SONO CARENTI

LA PERDONANZA UNESCO SLITTA AL 2019,
STOP ALL'ITALIA E IL DOSSIER ''E' DA RIFARE''

Pubblicazione: 09 dicembre 2017 alle ore 07:36

La Dama della Bolla 2017, Giorgia Ghizzoni
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L’AQUILA - È destinata a slittare con estrema probabilità al 2019 la candidatura a patrimonio immateriale dell’umanità dell’Unesco della Perdonanza Celestiniana dell’Aquila, il primo Giubileo della Cristianità.

È quanto apprende AbruzzoWeb da fonti connesse al mondo dei beni culturali, all’indomani dell’ufficializzazione della proclamazione della pizza napoletana come patrimonio immateriale per il 2017, al termine di un percorso di candidatura durato un anno.

A confermarlo è stata, seppure per via indiretta, Antonia Pasqua Recchia, attuale consigliere del ministro Dario Franceschini e soprattutto ex segretario generale del Mibact da poco in pensione.

Al cronista della trasmissione Rai Community che le chiedeva se la Perdonanza fosse una tra le tante candidate per il futuro, ha risposto che “è la candidata”, insomma l’unica, dato senz’altro positivo, ma anche che “la valutazione, che è già stata avviata e ha superato molti passi, con varie considerazioni e affinamenti della candidatura, sicuramente durerà durante tutto il 2018”.

E qui viene il punto. Secondo il cronoprogramma originario, l’anno di valutazione sarebbe dovuto essere tutto questo 2017: entro il 31 marzo 2018 la candidatura sarebbe dovuta arrivare a Parigi e, alla fine del prossimo anno, come accaduto in questi giorni con la pizza, sarebbe arrivata l’ufficialità.

Le parole della Recchia sembrano, al contrario, sottendere un lavoro che continuerà per tutto il prossimo anno ed è ampiamente probabile, insomma, che a tutte queste scadenze si debbano addizionare ulteriori 12 mesi.

Con un’ulteriore incognita: secondo quanto annunciato lo scorso marso dall’allora sindaco, Massimo Cialente, per il 2019 la candidatura prevista era quella del tartufo di Norcia: verrà chiesto agli umbri di attendere anche loro un anno o sarà sfida fratricida? È ancora presto per saperlo.

A causare il rinvio, sempre da quanto trapela, due fondamentali ragioni. La prima è complessiva: dopo la pizza, e con l’Italia che (a ragione) predomina da anni il listone dei patrimoni immateriali, a livello internazionale l’Unesco sarebbe deciso a imporre un anno di stop al complesso delle candidature italiane, privilegiando, per una volta, altri Paesi del mondo.

Inoltre, e questa è una motivazione specifica, non sarebbero state ancora del tutto colmate le lacune del dossier partito dal capoluogo abruzzese e transitato agli uffici romani, carenze che avevano già provocato una fragorosa bocciatura nel 2015: la seconda “mazzata” di fila dopo quella giunta al termine della candidatura dell’Aquila come Capitale europea della cultura 2019, ruolo poi finito a Matera, con valutazioni imbarazzanti dei documenti di candidatura e una figuraccia complessiva.

“Il dossier è da rifare”, sospirano dagli uffici romani, sebbene nessuno osi sbilanciarsi in pubblico, e il rinvio complessivo delle candidature italiane, secondo molti esperti, può essere l’occasione giusta per rimetterci le mani evitando un nuovo capitombolo.

Anche perché, sempre dalla Capitale, emerge una forte volontà di privilegiare le candidature di beni immateriali da parte di luoghi terremotati: ma L’Aquila non è più sola e ci sono molti forti competitor da Umbria e Marche, con la tragedia più recente a spingere, come il già citato tartufo ma anche altri.

Le notizie su questo argomento, comunque, arrivano a tratti, anche perché attualmente non esiste più una governance aquilana sull’operazione. A differenza che in passato, il dossier 2018 (che slitterà come detto al 2019) viene gestito direttamente da Roma.

Sarebbe, insomma, concluso il lavoro del Comitato promotore, composto da Ernesto Di Renzo, antropologo e ricercatore, Arturo Diaconale, componente del consiglio di amministrazione Rai, Salvatore Santangelo, storico e saggista, e Walter Capezzali, presidente della Deputazione di storia patria, tornato a riunirsi lo scorso ottobre come annunciato da una nota della portavoce Monica Pelliccione con il nuovo sindaco, Pierluigi Biondi.

E proprio il cambio di amministrazione comunale, con il passaggio dal centrosinistra al centrodestra, dovrebbe costituire per applicare anche a questa vicenda lo “spoil system” che è uno dei pallini del primo cittadino, con la sostituzione del gruppo con esponenti di sua fiducia, come d’altronde avverrà anche nel Comitato organizzatore della Perdonanza stessa, dopo le dimissioni di Alfredo Moroni.

Questo sebbene non sfugga a nessuno che Santangelo con la sua lista civica L’Aquila futura era parte integrante della coalizione ora al governo, ha eletto due consiglieri comunali, tra cui il fratello Roberto, e a sua volta è destinato a divenire presidente della municipalizzata Afm che gestisce le farmacie comunali.

La Recchia, comunque, è parsa ottimista sul buon esito dell’aspirazione della Perdonanza a entrare nella lista.

“Ci abbiamo investito tantissimo, la comunità ha investito perché è una continuità di tradizioni - ha detto - Quello che abbiamo visto è emozionante e rappresenta lo spirito di un popolo che ha nel passato il suo futuro. Non sono luoghi comuni, ma è verità”.

LA PROCLAMAZIONE DELLA PIZZA

Nei giorni scorsi, invece, dopo 8 anni di negoziati internazionali, l’arte dei pizzaiuoli napoletani è stata proclamata dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’Umanità con voto unanime espresso a Jeju, in Corea del Sud, quando era notte in Italia.

Con grande soddisfazione ne ha dato l’annuncio su Twitter il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. “Vittoria! - ha scritto - Identità enogastronomica italiana sempre più tutelata nel mondo”.

Il ministero nel 2009 aveva iniziato a redigere il dossier di candidatura con il supporto delle associazioni dei pizzaiuoli e della Regione Campania, superando i pregiudizi di quanti vedevano in questa antica arte solo un fenomeno commerciale e non una delle più alte espressioni identitarie della cultura partenopea.

Dal 2014 a sostegno della candidatura si erano anche mobilitata anche Coldiretti e la Fondazione Univerde, presieduta dall’ex ministro dell’agricoltura e dell’ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.

In occasione del Forum Coldiretti a Cernobbio era stata lanciata la campagna #PizzaUnesco accompagnata da una raccolta firme in tutto il mondo riuscita a totalizzare 2 milioni di adesioni.

L’arte dei pizzaiuoli napolitani si va ad aggiungere agli altri patrimoni intangibili legati al cibo già proclamati dall’Unesco, a partire dalla Cucina francese e da quella messicana (nel 2010), seguite dalla Dieta mediterranea e dal Kimchi coreano (2013), e dall’arte dei birrai del Belgio (2016).

L’Unesco ha così motivato il riconoscimento partenopeo: “Il know-how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto, esibirsi e condividere è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaiuoli e i loro ospiti si impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da ‘palcoscenico’ durante il processo di produzione”.

Ciò, sempre per l’Unesco, “si verifica in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti diventare pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale”.

Dai social è giunto anche l’apprezzamento del ministro Franceschini: “Un riconoscimento per Napoli e l’Italia intera - scrive su Twitter - mentre sta per iniziare il 2018 #annodelciboitaliano #PizzaUnesco”.

Soddisfazione anche dal ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “Vince il Made in Italy e l’eccellenza, anche ambientale, da cui nascono gli ingredienti di una pizza inimitabile”.

La pizza, sottolinea Coldiretti “genera in Italia un business di 12 miliardi di euro e impiega almeno 100 mila lavoratori fissi”.



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