LA DIRETTRICE ARBACE: ''SOLO AL CASTELLO SPAZI ADATTI'' MA E' TUTTO FERMO;
NEL CINQUECENTO SFILAVA PER LA CITTA' CON 50 MILA PERSONE AL SEGUITO

LO STENDARDO TROPPO GRANDE PER L'AQUILA:
RESTAURO FINITO, NON SI SA DOVE METTERLO

Pubblicazione: 19 dicembre 2017 alle ore 06:56

Un particolare dello Stendardo
di

L’AQUILA - È stato restaurato da tempo, ma resta bloccato a Firenze, nella sede dell’Opificio delle pietre dure, lo storico Stendardo della città dell’Aquila. Un meraviglioso ed enorme (4,5 metri per 3) emblema della città di seta rossa, con quasi cinque secoli di storia, che non può tornare a casa per un motivo molto semplice: non c’è un posto adatto a ospitarlo.

Un simbolo dimenticato, che addirittura, come raccontano gli storici, sul finire del Cinquecento ogni anno nel giorno della festa liturgica dell’Annunciazione, il 25 marzo, veniva portato in processione con fino a cinquantamila persone al seguito!

Un vero disastro, oggi, con un’impasse di difficile risoluzione che intarsia le note e generali lungaggini della ricostruzione pubblica post-terremoto 2009, con la peculiare e ancor più grave situazione della della “casa” naturale dello Stendardo, il Forte spagnolo cinquecentesco, che vede un primo lotto impantanato di lavori, in parte svolti, e un secondo lotto con il grosso della ricostruzione che non può partire se non si chiude la prima tappa.

Un “incastro” che ha fatto venire meno anche uno stanziamento di 70 mila euro per approntare una grande sala proprio al “Castello”, nell’ala che sarebbe dovuta tornare pronta per prima, tra l’ingresso e l’altra grande sala del Mammut, dove nel pre-sisma si trovava l’esposizione dello scultore Emilio Greco.

Fondi garantiti, come quelli per il recupero, dall’Associazione bancaria italiana (Abi) nell’ambito del “Piano d’azione - Le banche per i restauri” varato dopo i terremoti di Abruzzo ed Emilia, con la partecipazione anche dell’allora Cassa di risparmio aquilana, poi assorbita in Bper.

Ma c’è anche un’altra problematica, come spiega ad AbruzzoWeb la direttrice del Polo museale abruzzese, Lucia Arbace.

“Dopo il restauro, lo stendardo può essere esposto solo in obliquo e quindi serve una stanza alta, oltre che ampia, e una specifica teca - svela - Sono stata facile ‘Cassandra’, purtroppo, nel dire che in vista del restauro l’esposizione andava ripensata diversamente, abbiamo contattato anche l’impresa specializzata Goppion che ci ha confermato l’impossibilità a procedere in un altro modo”.

Alle corte, anche per la Arbace “ora la situazione è bloccata: finché non si finisce il Castello, resterà a Firenze”.

La prospettiva è quella di tanti e tanti anni ancora di attesa, visto che il museo provvisorio Munda all’ex mattatoio è già stipato e oltretutto non ha ambienti così ampi.

A meno che non si trovi una soluzione differente, portando il manufatto, che secondo quanto appreso è comunque di proprietà del Comune, in alcuni dei pochi spazi recuperati: magari nella Basilica di San Bernardino, visto che quest’ultimo compare anche tra i santi ritratti a sorreggere la città, oppure in quella di Collemaggio, che riaprirà dopodomani.

Chissà che con un colpo di genio e con il dialogo tra diverse istituzioni non si riesca a garantire un futuro migliore allo Stendardo e una figura più edificante alla città nel suo complesso.

LA STORIA DELLO STENDARDO

Lo Stendardo, dipinto su seta, è opera di Giovanni Paolo Cardone (notizie dal 1569 al 1586), il più significativo allievo del pittore aquilano Pompeo Cesura.

Secondo antichi memorialisti, sarebbe una copia di un altro stendardo, dipinto dal belga Aert Mytens, detto Rinaldo il Fiammingo (notizie circa 1541-1602), offerto in dono dalle confraternite aquilane alla basilica di San Pietro in Roma in occasione del giubileo del 1575.

Lo Stendardo o Gonfalone viene, comunque, datato al 1579. Come raccontano gli Annali dell’Aquila di Bernardino Cirillo, fu realizzato durante un periodo di grossa crisi della città, a seguito di guerre e pestilenze e, “in pubbliche predicazioni, che in piazza si facevano, fu mostrato, e veduto dal popolo con divotione e compuntione di lagrime”.

“Fu stimato che a questa devota mostra si trovassero fin’al numero di cinquantamila persone - racconta lo storico - e fu ordinato che ogn’anno nel giorno dell’annuntiatione della Madonna fosse questo Confalone portato in processione per la città”.

Rappresenta sulla parte anteriore il Salvatore, secondo la tipologia del Cristo risorto di Michelangelo in Santa Maria sopra Minerva in Roma, fra la Vergine e un angelo inginocchiati. Al centro è la rappresentazione della città dell'Aquila, come distesa sopra un manto sorretto dai quattro protettori della città: San Massimo, Celestino V, San Bernardino da Siena e Sant’Eutizio, come si dice nelle antiche cronache, anche se il quarto protettore è oggi Sant’Equizio.

Sulle “code” in basso sono effigiati due santi vescovi, San Francesco e i due santi francescani all’epoca più popolari a L'Aquila, di nuovo San Bernardino e San Giovanni della Marca.

Sul retro, che funge anche da fodera, lo stemma francescano e cherubini. Sui due ovali delle fasce laterali compare l'aquila imperiale, che allude anche al nome della città, mentre sulle fasce superiore e inferiore è effigiato il cosiddetto stemma di San Bernardino.

Sotto il profilo storico ed urbanistico è da segnalare come nella rappresentazione del tessuto urbano medievale, si innestino armonicamente le più recenti costruzioni del Castello e di San Bernardino.

Negli anni Novanta, fu inaugurata la nuova collocazione in una nuova sala, appositamente ristrutturata, del Museo nazionale d’Abruzzo appunto al Forte spagnolo.

Lo Stendardo era stato restaurato una prima volta tra il 1984 e il 1986, in quel caso presso l'Istituto centrale del restauro di Roma, su richiesta della Soprintendenza per i beni ambientali architettonici artistici e storici per l’Abruzzo.

Prima del recupero, si trovava nell’atrio biglietteria del Museo. L’Icr suggerì di collocarlo in un luogo meglio adatto a valorizzarlo e conservarlo, all’interno di una teca climatizzata. Quando fu realizzata, era tra le più grandi d’Italia in cristallo.

Alla realizzazione sia della teca che della sala diedero un contributo determinante la Selenia Spazio, del Gruppo Iri Finmeccanica, che dal 1991 divenne parte del nuovo grande gruppo aerospaziale italiano Alenia.

La società Maecenas Servizi di promozione culturale Srl di Roma ideò e coordinò l’intervento. La teca vetrina fu progettata e realizzata dalla Eikon Snc di Roma.

Al termine dell’operazione fu pubblicato un pieghevole che raccontava la storia di questo reperto, realizzato da Sintesi informazione srl, sempre di Roma, su progetto creativo di Ennio De Santis, dall’eloquente titolo “Lo Stendardo ritrovato”. Quasi trent’anni dopo, è stato perso di nuovo.



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